Ch@t con l’autore: Michele Baldini, “Jah Bless”

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Ho passato un’ora e mezza a chattare con Michele Baldini, autore del libro Jah Bless. Questo è quello che ne è uscito.
Michele, anche chi ti conosce poco, spulciando il tuo profilo Facebook, può constatare la tua presenza in vari ambiti artistici e non. Scrittura, musica, nel sociale, presentatore del Rockcontest. Se dovessi darti una percentuale, quanto c’è di Michele in ognuno di questi?
Mah, senti, mi verrebbe spontaneo dirti che c’è un po’ di me in ognuno ma non è mica vero. La verità è che non riesco a prendermi troppo sul serio in nessuna di queste cose. Poi penso anche che scrivere e scrivere canzoni non sia troppo diverso, cioè le differenze ci sono, è vero, come tutta la storia del supporto, della lunghezza, ecc. ma fondamentalmente sono delle trascrizioni libere di pensieri o di situazioni vissute altrove. Il Rockcontest da condurre? Quello è una cosa divertente e mi piace ma nulla di più. Il mio lavoro e la mia vocazione restano lavorare con la gente alla fine, destreggiarmi in situazioni umane spesso particolari o al limite, progettare dei piccoli cambiamenti (spero in meglio) della comunità in cui vivo. Ma non so quanto sia bravo eh. 
Ecco, l’interesse che hai nei confronti dell’altro traspare abbastanza marcatamente nelle righe del tuo libro. Dovrebbe sembrare banale nel 2017, ma l’equilibrio e l’uniformità con cui tratti i vari personaggi di “Jah Bless” nonostante le loro differenze sono tratti essenziali per quello che è il tuo raccontare, ma… da dove nasce l’idea di “Jah Bless”? Come ti è capitato di scrivere?
Ho tentato di scriverlo in quella specie di capitolo introduttivo che in realtà ho aggiunto alla fine. Questo libro è un diario un po’ alterato di alcune mie giornate difficili, giornate di prostrazione e di indecisione, come spesso mi succede. Non mi piaceva scrivere un vero e proprio romanzo né un vero e proprio diario, sostanzialmente non so nemmeno perché l’ho scritto. A parte tutto, volevo trasferire su carta alcune suggestioni, alcuni deliri, li puoi chiamare così, che avessero in qualche modo un impatto anche visivo. Non mi interessava raccontare una storia insomma. Una storia vera e propria.
Infatti, leggendolo si viene catapultati completamente nella tua testa. Tante frasi hanno il fascino di essere esattamente nel punto giusto e contemporaneamente non avranno mai la possibilità di svelarsi completamente. Però, come mai la pubblicazione?
Ho questa cara amica che si chiama Rachele Cinerari e che se non direttamente almeno virtualmente conosci anche tu. Mi era preso lo schizzo di provare a pubblicare un libro, mi sono fatto, suo malgrado, aiutare da lei, per capire se fosse pubblicabile o meno. Ci ha provato lei, su mia autorizzazione, e quando hanno accettato di pubblicarlo, ero quasi io che non lo volevo più. Ma la ringrazio, perché pubblicare questa “cosa” per me significa veramente fare i conti con alcune cose che dovevano uscir fuori da me. 
Ma poi, scusa se mi dilungo, le cose le fai, e quando le fai va bene così, perché se ci penso troppo, almeno io, non faccio niente, non avrei fatto mai nulla, nel bene o nel male.
Assolutamente d’accordo. Banalmente si cresce, si cambia, ma trovare qualcosa realmente nero su bianco penso sia un punto fisico di consapevolezza. C’è un dibattito che divide chi scrive da sempre, c’è chi sistematicamente prepara il suo lavoro, dedica alla scrittura un tempo limitato nell’arco della giornata e programmato, c’è chi invece dà sfogo incontrollato alla scrittura disorganizzata. Tu in quale dei due tipi ti sei ritrovato ad essere mentre scrivevi Jah Bless? Temo di conoscere già la risposta, ma vorrei che me la dicessi tu.
Ahaha, ti dirò: ho alternato momenti di solenne dedizione quotidiana di almeno un’ora anche per scrivere due righe a domeniche sere in cui ho scritto dalle 21 alle 2 ai quindici minuti di grazia in cui riuscivo a buttare giù due-tre pagine quasi tutte buone. Va da sé che la maggioranza del lavoro è stato fatto in quest’ultimo modo.
Ecco, lo immaginavo. Diciamo che questo bipolarismo sistematico è qualcosa che si riscontra anche nel tuo libro. La tua storia vive di contrasti nonostante tutti i personaggi (tratto che a me è piaciuto molto) appaiano come una serie di figure bidimensionali in preda alla passività e all’incapacità di agire. Perché?

Ecco, mi sembra che un po’ tutti consideriamo due mondi: uno è quello intimo, uno quello pubblico. Però non è così. Più ti orienti all’intimità, cerchi di guardarti l’ombelico e dirti che ce la puoi fare, ti godi quasi la malinconia, più l’esterno arriva all’improvviso con tutti i suoi problemi e soprattutto la sua dimensione enorme ti schiaccia, ti porta letteralmente via. I tuoi grandi dubbi diventano sciocchezze, i tuoi problemi ridicoli. E non lo so mica se è giusto.

Probabilmente è proprio questo continuo ricevere risposte dall’esterno che ci mette nell’ottica di distogliere lo sguardo dai massimi sistemi e orientarlo verso noi stessi. Questo, però, per me ha tutto di positivo. Quello che traspare dalle dinamiche del tuo libro è che i personaggi rimangono immobili. Io oggi vedo un ambiente circostante pieno di potenzialità: la conoscenza è amplificata, la comunicazione immediata, la mobilità velocizzata. Secondo te perché in un ambiente così stimolante noi reagiamo con l’immobilità?
Che domanda impegnativa. Senti, io penso di muovermi, mi muovo poco, ma mi muovo, e penso che si muovano tutti. Ho letto un libro interessante di recente, di un biologo, Mancuso. Leggilo, te lo consiglio, si chiama Plant Revolution. Ecco, Mancuso dice che gli alberi, normalmente considerati immobili, in realtà si muovono, perché le radici coprono chilometri sotto terra. Si dice che bisogna rimanere attaccati alle radici: benissimo, allora muoviamoci. Le radici sono per le piante il nutrimento e il cervello ed è quello che secondo me bisogna fare. Magari restare immobili con il corpo, ma muoverci con il cervello. Quello che in verità mi fa più paura degli esseri umani è proprio la perdita di integrità, di solidità. Mi sembra di vedere gente molto mobile e molto debole.
Mi piacerebbe vederne di più immobile e forte. Non so se la metafora regge o è buttata di fuori ma spero di sì, mi piace.
In questo momento sto facendo interiormente una standing ovation.
Ahaha.
Vorrei parlare della conclusione. Il finale sembra la perfetta soluzione all’interrogativo che attanaglia le nostre generazioni, la speranza di un evento divino. Tu credi in Dio? 

Mh, vorrei non dire nulla di cui potrei pentirmi tra qualche anno, però mi contraddirei, per cui ti dico che no, non credo in nessun Dio creatore bla bla bla. Però credo nel Bene, e leggo sempre con devozione Sant’Agostino, credo nella Storia, nel fatto che qualsiasi comportamento umano, opportunamente tradotto, sia già rintracciabile e ripercorribile e, come ho spesso esternato, la Chiesa mi piace. Non capisco come si possa essere fidelizzati a una multinazionale della moda o a una banca o non alla multinazionale per antonomasia, la multinazionale che ha creato il concetto di logo, di slogan, di visual storytelling, di crowdfunding, che ha donato fior fior di menti alla storia dell’Umanità.

Beh, perché purtroppo quando ti basi su una menzogna prima o poi ti sputtani. Ci sono state tante figure nella Chiesa che hanno avuto importanza, dignità, e reputazione, ma per ognuna di queste ce ne sono altre cento che hanno portato la fede in una rovinosa decadenza, o almeno questo è il mio punto di vista. Ma torniamo a parlare di te e di Jah Bless. Progetti futuri? Appuntamenti?
Senti al momento sto lavorando alla promozione praticamente da zero ed è già qualcosa, dovrebbero uscire un paio di presentazioni e anche qualcosa di interessante, ma preferirei per scaramanzia ed esperienza non rivelare nulla, a parte che per comprare il libro si può chiedere all’editore o ordinare in libreria (dovrebbe arrivare), se nel frattempo qualcuno ha voglia di invitarmi per una presentazione, beh, sappia che ci vado volentieri.
Per concludere: nella tua storia entrano in scena due figure, che sono il Demonio e l’Uomo-tabella. Quale dei due sei tu?
Entrambe le figure sono io, ma le parti di me che non vorrei mai essere. 

Autore

Di sangue napoletano, di crescita senese, di maturità fiorentina passando per le strade bolognesi, romane e milanesi. Scrivo da paranoico, leggo da affamato. E amo spendere soldi.