Russia 1917-2017: i cent’anni di una rivoluzione contrastante

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Nella notte tra il 6 e il 7 novembre (24-25 ottobre del calendario giuliano) in una Russia stremata e impoverita dal primo conflitto mondiale aveva inizio la Rivoluzione d’Ottobre: un evento destinato a cambiare radicalmente la storia. Armi alla mano i soldati bolscevichi occupano San Pietroburgo, espugnano il Palazzo d’Inverno, dove ha sede il governo, e conquistano il potere. L’insurrezione ben presto si diffonde in tutto il paese. Lenin consolidò il proprio potere a partire dal 1922 con la conclusione della guerra civile.

Nel giorno del centenario della presa del Palazzo d’inverno, Mosca ricorda con una sfilata militare la marcia dell’Armata rossa del 1941 prima della partenza per il fronte della Seconda Guerra Mondiale. Nel resto del Paese, manifestazioni per l’anniversario del 1917.

Oggi a cento anni di distanza che cosa ne è rimasto?

Per l’anniversario del centenario, il presidente Vladimir Putin ha deciso di non partecipare alle celebrazioni, né tantomeno alla marcia al centro della capitale guidata dal Partito Comunista Russo (Kpfr), alla quale hanno preso parte studiosi, lavoratori e nostalgici dell’Urss, oltre a comitati di numerosi paesi che hanno abbracciato l’ideologia comunista, spesso travisandone i contenuti, come Cuba, la Corea del Nord, il Vietnam e la Cina. Ma quanto quest’ultima possa essere considerata ancora comunista resta un mistero, dal momento che ormai da molti anni si sta imponendo come la principale economia mondiale grazie all’abile quanto opportunista sfruttamento delle leggi del libero mercato.

Il poco appeal esercitato dalla ricorrenza della Rivoluzione a livello globale può avere due spiegazioni. In primo luogo, la scomparsa pressoché completa del comunismo come ideologia alternativa al modello occidentale ha ampiamente svuotato la Rivoluzione russa del suo significato più profondo, così come del suo significato politico immediato. Nuove sfide, infatti, incombono e attraggono l’attenzione internazionale, quali il terrorismo, l’immigrazione, il cambiamento climatico, la presenza di zone calde a rischio conflitto e così via. Il messaggio rivoluzionario lanciato dal bolscevismo pare quindi aver contrassegnato un’epoca, ormai superata.

Vignetta di Silvia Fortunato, “La vendetta di Lenin: Vladimir Putin troverà difficile conciliare il passato rivoluzionario della Russia con le sue ambizioni zariste”, 31 Gennaio 2017.

In secondo luogo, per quanto possa sembrare strano, le problematiche connesse all’accettazione in toto del movimento rivoluzionario da parte dei politici russi, che per la maggior parte sono stati membri più o meno influenti del Partito comunista e dell’apparato sovietico (lo stesso Putin è stato un agente del Kgb, i servizi segreti sovietici). Per l’attuale presidente della Russia la Rivoluzione è stato un evento che negli ultimi decenni ha perso progressivamente la sua importanza. Essa rappresentò una frattura profonda nella storia del Paese, una rottura violenta dell’ordinamento statale russo, che prima di stabilizzarsi nel regime sovietico provocò una sanguinosa guerra civile e l’emigrazione di milioni di persone legate all’ancien régime. La Rivoluzione ha significato la morte di numerosi russi, che si opponevano fervidamente al regime bolscevico, così come la creazione di uno iato profondo e incolmabile tra la politica e la religione, lo Stato e la Chiesa: molte chiese ortodosse vennero distrutte e i beni ecclesiastici incamerati per lasciare spazio al culto della personalità del dittatore (Stalin), la collettivizzazione delle terre, la redistribuzione della ricchezza e l’avvento dell’osannato ateismo di Stato.

Tutto questo non poteva e non può essere accettato da un leader come Putin. Il capo del Cremlino impersona per alcuni versi la continuità con lo stato sovietico, ma la strategia da lui adottata è sembrata sin dall’inizio ispirarsi prevalentemente a una tradizione imperiale, nazionalista e slavofila di tipo vagamente zarista, oltre che al rinnovato connubio con la Chiesa ortodossa come elemento di unione, per quanto per conseguire un largo consenso egli favorisse un parziale recupero del passato sovietico.

Aldo Ferrari (1961), docente di Lingua e Letteratura Armena, Storia della Cultura Russa e Storia del Caucaso e dell’Asia centrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Per l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano dirige il Programma di Ricerca su Russia, Caucaso e Asia Centrale.

Come scrive Aldo Ferrari, esperto di Russia per l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi): “Quel che le odierne autorità del Cremlino vogliono è una autocoscienza nazionale il più possibile condivisa, fiera del passato come del presente e del futuro del paese, al cui interno possono coesistere ed essere esaltati tanto lo zarismo quanto il sistema sovietico, l’uno e l’altro rivendicati con orgoglio da chi oggi guida la Russia. A essere rifiutati sono invece proprio i momenti di frattura interna, di destabilizzazione, di rischio per l’esistenza dello stato russo.” In questo senso la Rivoluzione d’Ottobre si configura come un evento paragonabile al periodo dei Torbidi all’inizio del Seicento, così come al decennio successivo alla caduta dell’Urss.

Per il Cremlino le ombre del passato devono essere ricordate in maniera sobria

Nel 1917 la Russia era un Paese arretrato e sull’orlo del collasso. Governata per secoli da dinastie di zar, i sovrani russi dai poteri pressoché assoluti, la Russia era rimasta una monarchia dai tratti medievali, con un’industria quasi assente, un Parlamento (chiamato Duma) privo di poteri effettivi e una popolazione numerosa, povera e legata quasi esclusivamente all’attività agricola. La partecipazione alla Prima Guerra Mondiale non fece che peggiorare la situazione. Questa serie di malcontenti portò il paese dritto verso la Rivoluzione, dalla quale nascerà un nuovo ordine per quella nazione che, dal 1922 e fino al 1991, tutto il mondo avrebbe conosciuto come Unione Sovietica. Uno stato dove il comunismo ebbe l’ambizione di raggiungere la sua massima espressione. Un paese dove tale ideale finì per essere miseramente tradito e ottenebrato dalle crudeltà dello stalinismo. 

La festa per il centenario della rivoluzione a Mosca e a sinistra Marco Rizzo (1959), segretario generale del Partito Comunista Italiano dal 2009.

Nonostante la poca risonanza data dal governo russo alla ricorrenza rivoluzionaria, molti di quelli che sono scesi in Piazza Rossa a Mosca, sventolando le bandiere di Lenin e Stalin hanno voluto comunicare che il pensiero comunista è di fatto l’unica salvezza per un mondo dominato dal capitalismo sfrenato, dalle disuguaglianze economiche e dalle ingiustizie sociali. Per loro è necessario un ritorno al socialismo e allo spirito della Rivoluzione: perché quando nel mondo otto persone detengono la ricchezza di tre miliardi di persone forse è giunta l’ora di agire nuovamente. La distruzione dell’ambiente, le guerre, la perenne crisi economica sono forse la prova evidente del crollo verticale del sistema capitalistico globalizzato e contemporaneamente dell’attualizzazione di una società fondata sulla ripresa del welfare state socialista e di un sincero spirito di comunitarismo?  

Autore

I'm a student of early modern history at the University of Pisa