RetroscenE – Nascondigli Teatrali #2: elogio del Nastro-Carta

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Il mestiere, senza l’arte che è la sua ragion d’essere, è una meccanica che funziona a vuoto. L’arte, privata del mestiere, che le assicura forza e durata, è un fantasma inafferrabile. (J. Copeau)

Vengo investita da un intenso odore di vernice all’apertura consueta della porta. Trovo un nuovo inquilino, il bianco pallore ha lasciato il posto al nero avvolgente. Nuovi odori, nuovi colori, nuove parole nell’aria. Nuova settimana: nuovo spettacolo.

L’andirivieni dei teatranti è avvincente, un costante inizio, un perpetuarsi della nascita. Il momento che preferisco è il passaggio di consegna. La compagnia arriva all’ultima replica, saluta tutti, spoglia il Teatro e lo consegna vergine alla successiva, che già dalla sera entra per accomodarsi nella nuova casa.

E qui comincia il rito delle minuzie: ogni singolo angolo viene riconsiderato, sfruttato in maniera nuova, inedita. È tutto un prendere le misure, trasportare cavi, tappare buchi, spostare fari, montare scene. Prove su prove e poi forse così non va, se quel baule lo mettessimo dall’altro lato? Sfruttiamo anche questo passaggio, rivestiamo quella sedia, attenzione alla testa!! Tienimi la scala!

I mestieri dell’arte, l’arte come mestiere

Le grandi compagnie – e per grandi intendo ricche, ben finanziate, di solito ospitate da grossi teatri – non vivono quasi mai le situazioni che qui descrivo. Arrivano in teatro e trovano lo spazio già pronto per essere agito: le mani abili di tecnici, macchinisti e fonici hanno già fatto tutto il lavoro e magari riappariranno solo all’ultima replica, a bordo di enormi tir pieni di case e misteriose casse nere da riempire. Per darvi un’idea eccovi un timelapse in pianosequenza del backstage di un piccolo teatro di provincia, il Metropolitan Opera di New York realizzato dal New York Times.

 

Quel che succede nella maggior parte dei teatri off è invece puro artigianato, spesso nelle mani degli stessi attori. Come piaceva a Copeau, l’attore si fa “artigiano di una tradizione vivente”  in maniera radicale, quasi didascalica. Riuscite ad immaginare Amleto cambiare una lampadina? O Edda Gabler cucirsi un bottone? Tanta manualità nascosta dietro a vezzi delle mani e guizzi della voce. Quasi sempre i compiti sono affidati alle figure specifiche: direttori di scena, sarti, costumisti, tecnici luci, scenografi. Ma nella quotidiana imprevedibilità delle esigenze è l’attore stesso a doversi saper destreggiare tra cavi, fili, pennelli e vernici tanto quanto non faccia già con gli strumenti del proprio corpo e della propria voce. Arte e mestiere, anche nella sua declinazione più pratica e materica, vanno a braccetto.

Elogio del Nastro-Carta e del Grammelot tecnico

E qui entra in scena l’irrinunciabile, indispensabile Re dell’attrezzeria teatrale. Sua Maestà il Nastro-Carta. Non c’è problema che un pezzo di nastro in carta non possa risolvere. Lo si può maneggiare facilmente, si strappa con le dita anche sospesi su una scala a cinque metri di altezza. Da bianco può diventare di qualsiasi colore, andando a coprire quella crepa nella tela delle scene che con un po’ di vernice diventerà invisibile. È discreto nel segnalare il centro esatto del palcoscenico agli attori senza che il pubblico se ne accorga. Ci si può persino scrivere sopra, tanto che i mixer ne sono ricoperti di strati e strati, uno nuovo per ogni nuova scena-luce. Suo collega speculare nel colore e nella fattura è il nero Nastro Isolante, esistente in mille varianti di colore, dimensione e materiale a seconda che lo si voglia stretto, largo, opaco, lucido, telato, plastificato,… Quantificare la varietà di utilizzi di questi semplici materiali è una missione omerica.

Con curiosità bambina osservo l’andirivieni laborioso del montaggio, con lo stupore che si rinnova ad ogni escamotage svelato. E quando il mio aiuto non è richiesto mi soffermo ad ascoltare: suoni di una lingua altra, misteriosa, densa, spigolosa, un dialogo serrato e collaborativo, un grammelot a più voci che attraversa il teatro da un capo all’altro e si risolve in un’epifania di luce. È la lingua elettrica dei tecnici:

Forse è il dmx, un problema di canali che confliggono, mettiamo i parametri sul due, ma hai modificato il cablaggio? Si, per il discorso dei ponticelli, dunque funzione off stanno in su, per cui proviamo a dargli il 5, però no aspetta, meglio 4, 3, più 1 e lo porto a 5. Vedi là sotto? Ogni pistolino corrisponde ad un numero, perché questi arrivano a 527 parametri. Uno, quattro, questo è cinque. Adesso se vai alla console vedrai… però stacchiamo l’alimentazione… io avevo messo un cavo volante alimentante a 16.. questa è una diretta no? Esatto. Oh. Fliccano i neon. Mmm… c’è qualcosa sui segnali… Ecco, ci siamo. Piazzato uno.

Autore

Radicalmente inquieta, sostanzialmente in cerca, scrivo, registro, sondo il pulsare del mondo attraverso lo schermo invisibile della quarta parete. Vago con i sensi tesi a captare il manifestarsi del Duende, demone della bellezza autentica. E sì, sono barocca.