Cento anni fa la dichiarazione Balfour dava un nuovo corso alla Storia

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Introduzione

L’anno che stiamo vivendo racchiude una singolare accoppiata di ricorrenze per la Storia di Israele. Oltre i cinquant’anni dalla guerra dei Sei Giorni (giugno 1967), centoventi dalla formazione del primo congresso Sionista a Basilea (19- 31 agosto 1897) e settanta dalla risoluzione 181 delle Nazioni Unite che rese possibile la fondazione dello Stato ebraico in Palestina (1947), il 2 novembre si sono contati cento anni dalla redazione della discussa dichiarazione Balfour (1917), che di fatto promuoveva e intendeva favorire la nascita di un focolare ebraico in quei territori. Quella dichiarazione è da sempre respinta dai palestinesi e il documento è ora oggetto di contestazioni legali da parte dell’Autorità Nazionale (Anp) del presidente Abu Mazen. Circa una settimana fa il leader del Partito Laburista Jeremy Corbin ha scelto di non unirsi al premier britannico Theresa May, a quello israeliano Benyamin Netanyahu e a centocinquanta vip nelle celebrazioni del documento che ha segnato in profondità la storia del Medio Oriente contemporaneo.

Ma perché, a distanza di cento anni, quel documento scatena ancora le reazioni dei palestinesi e cosa pretendono questi dal governo inglese?

Il ruolo della Storia

La Storia è una disciplina fondamentale. Non si tratta di ridurre tutto a una data, alla storia cosiddetta evenemenziale. La Storia è anch’essa Storia profonda così come la definiva Fernand Braudel: oltre ai singoli avvenimenti esistono mutamenti, molto più lenti, che debbono esser valutati con lo scorrere del tempo. La dichiarazione Balfour, e tutto ciò che è scaturito negli anni successivi, fino alla nascita dello Stato di Israele il 14 maggio 1948, è un dato di fatto radicato nella storia. Chiunque lo neghi si pone su posizioni decisamente anti-storiche e con l’illusione effimera di poter cambiare i fatti a un secolo di distanza da quegli avvenimenti.

I fatti, brevemente

Nel 1905, al settimo congresso di Basilea, i sionisti optarono definitivamente per la Palestina, dove non avevano mai smesso di comprare terre. Quasi nessuno si pose in modo approfondito il problema di cosa ne sarebbe stato degli arabi che già abitavano in quella regione. La discussione nel 1917 fu lunga e complicata, ma fruttuosa. Si concluse il 2 novembre, allorché Balfour rilasciò a Rothschild una dichiarazione che impegnava Londra nella realizzazione del sogno sionista. La formula usata in questa dichiarazione fu quella dell’auspicio della “creazione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”. I sionisti avrebbero preferito il termine “ricostruzione” (al posto di “creazione”). E avrebbero voluto che si dicesse “del focolare nazionale” e non “di un focolare nazionale”. Ma gli inglesi ,che ritenevano di aver concesso fin troppo , furono irremovibili. Gli arabi nel testo della Dichiarazione non venivano nominati. Sicché il Mandato britannico sulla Palestina, approvato dal Consiglio della Società delle Nazioni il 24 luglio 1922, incorporando la dichiarazione Balfour, nei fatti fu impegnato a sostenere la costruzione di una sede nazionale per la minoranza ebraica in Palestina, anche se nella doverosa difesa dei diritti della maggioranza araba.

La dichiarazione non fu un atto contro i palestinesi

Uno dei cavalli di battaglia che i palestiesi usano per contestare la dichiarazione Balfour è che quest’ultima fosse contraria al principio di autodeterminazione di origine wilsoniana, tralasciando che:

  • contestare la dichiarazione Balfour rifacendosi al principio di autodeterminazione dei popoli che è insito nella Società delle Nazioni è un atto di comodo. Fu la stessa SdN a conferire pieni poteri a Londra sul territorio palestinese.
  • A quel tempo nessun capo arabo obiettò per richiedere l’autodeterminazione per i palestinesi. Di fatto non esisteva ancora nella mentalità araba un popolo palestinese.

Contestare la dichiarazione significa quindi formulare in senso a-storico conclusioni volte a destabilizzare quei territori e a infervorare gli animi palestinesi. L’atto della SdN metteva l’accento solo sulla possibilità di un ritorno da parte degli ebrei nella terra dove di fatto la civiltà ebraica era fiorita e prosperata molti secoli prima dell’islamizzazione della regione. Inoltre, i motivi che indussero il governo inglese a promulgare la dichiarazione non furono atti volti a emarginare la componente araba in quelle zone, ma di fatto seguivano la logica delle spartizioni geografiche e dei giochi di potere nel Medio Oriente dopo gli accordi di Sykes-Pikot del 1916:

  • i sionisti si schierarono a favore delle potenze dell’Intesa e, come l’Inghilterra, auspicavano il crollo e la disgregazione dell’Impero Ottomano e che fosse proprio una potenza europea a decidere le sorti di quei territori ( ciò che avvenne con l’atto delle SdN del 1922).

In ogni caso il cognome Balfour da quel momento è tornato assai spesso sui media. In molti hanno affermato che è stata la diretta responsabilità di Israele nella non gestione dei palestinesi e il crescente aumento di insediamenti ebraici a aumentare il livello di antisemitismo globale. L’ avvocato liberale Alan Dershowitz, in un estratto da «La Repubblica», dichiarando convinto che:

– Chi odia gli ebrei in tutto il mondo perché non condivide la politica di Israele, sarebbe pronto a odiare gli ebrei comunque, in base a ogni altro possibile pretesto –

si è poi domandato perché non ci sia mai stata un’esplosione di sentimenti anticinesi «in tutto il mondo» a causa dell’occupazione cinese del Tibet.

Se gli ebrei sono l’unico gruppo che soffre a causa delle controversie politiche di un governo, quello israelianola responsabilità ricade tutta sugli antisemiti e non sullo Stato nazionale del popolo ebraico.

Una cosa è palese, a distanza di cento anni la dichiarazione porta con sé un’eredità pesante e di difficile gestione nella controversia sulla determinazione della questione israelo-palestinese.

Autore

È uno studente laureato in Storia Contemporanea presso l'Università degli studi di Pisa