Big Mouth: pubertà, mostri e altre cose belle

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Nel 1972 esce al cinema il film Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere) di Woody Allen, una commedia a episodi tratta dall’omonimo libro di David Reuben. Sia per l’argomento trattato, considerato al tempo, da molti, ancora un tabù, sia per la grande ironia con il quale il sesso era visto e descritto, libro e film ottennero un successo strepitoso, diventando iconici. E pensare che solo fino a tre anni prima il cinema pornografico era considerato illegale ed era in mano alla criminalità organizzata. In generale, con il passare degli anni si è passati dal combattere la promiscuità all’usarla per attrarre consensi. Così, nel 1978, sei anni dopo il film di Allen, nascono Nick Kroll e Andrew Goldberg, creatori di Big Mouth.

big mouth

Big Mouth è una serie animata prodotta e trasmessa da Netflix dal 29 settembre scorso. I 10 episodi che compongono la prima stagione sono la trasposizione di alcune esperienze che ha avuto da adolescente lo stesso Kroll. Anche qui, non ci troviamo di fronte ad una novità assoluta, moltissimi cartoni animati per adulti hanno già parlato in molti episodi di sesso. Ma in Big Mouth, l’argomento viene analizzato in ogni sua sfaccettatura, fino a diventare un’enciclopedia di gag monotematiche. Essendo poi prodotto dagli stessi autori di alcuni episodi dei Griffin, si nota la somiglianza dei disegni con questo e altri show di MacFarlane.

La trama

Non esiste una vera e propria trama in Big Mouth, sebbene ci sia un minimo di sviluppo orizzontale. Nick e Andrew sono due ragazzini di 14 anni che scoprono a loro modo i cambiamenti e tutto ciò che significa attraversare la pubertà. Ad “aiutarli”, c’è Maurice, il mostro degli ormoni, simile nell’aspetto ad un satiro che appare ogniqualvolta Andrew si eccita, e che lo provoca con la sua voce gutturale. Ogni episodio si focalizza su un aspetto diverso dell’immenso mondo del sesso. Verranno sviscerati temi quali la masturbazione, l’omosessualità, le mestruazioni, ecc. senza peli sulla lingua e con una grande ironia.

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Nick, Andrew e i loro compagni Jessi, Jay e Missy saranno travolti uno dopo l’altro dalla marea di situazioni imbarazzanti e sconvenienti che forse abbiamo vissuto anche noi nella nostra adolescenza. Le figure adulte che dovrebbero accompagnare i ragazzini attraverso questi momenti delicati – o quantomeno dare i giusti consigli – sono spesso rappresentati come più impreparati dei ragazzi. Il più divertente di tutti è Coach Steve, il professore di ginnastica analfabeta, con capelli alla Nicolas Cage, senza amici né vita sociale. L’unico che dall’alto della sua esperienza è sempre pronto ad ascoltare i ragazzi è il fantasma di Duke Ellington. Con la sua vestaglia e la sigaretta sempre in mano, il fantasma del jazzista snocciola aneddoti della sua vita spericolata tra droga, alcool e donne.

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Big Mouth va preso così com’è

A seguito dell’uscita del trailer della serie si è scatenato il solito vespaio di polemiche preventive. “L’ennesima serie animata per adulti con parolacce e temi spinti, sai che novità…” avranno pensato in molti. Questo perché le serie animate più scorrette, a partire dai Simpson fino a South Park, hanno passato negli ultimi anni un periodo di crisi che li ha portati ad ammorbidirsi per accaparrarsi un pubblico sempre più giovane. Mentre altre serie più esplicite hanno portato agli estremi la loro componente grottesca, risultando stucchevoli collage di nonsense e violenza gratuita. È il caso questo di Brickleberry e Mr. Pickles.

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Non essendo io un tipo prevenuto ho deciso di dargli una possibilità, aspettandomi però volgarità e ignoranza a profusione. Non sono stato minimamente deluso, anzi, devo concedergli che hanno anche tirato fuori dei discreti colpi di genio. Mai mi sarei aspettato da una serie come Big Mouth delle citazioni a film come Trainspotting o Le regole della casa del sidro. Lo stesso vale per le musiche utilizzate: alcune canzoni famose sono state riadattate e contestualizzate alla scena. Ad esempio Everybody Bleeds, parodia di Everybody Hurts dei R.E.M.; così come la canzone sull’essere gay cantata dal fantasma di Freddie Mercury che ricorda Somebody to Love. Infine come non citare la sigla di apertura: la canzone in questione è Changes dei Black Sabbath, nella versione incisa dal cantante soul Charles Bradley.

Autore

Vedo cose, ascolto tutto, sono attento ai dettagli e preciso per formazione. In realtà non sono mai stato serio in vita mia, ma nessuno è mai riuscito a darmi ragione.