Cartolina #2 – Il Jazz “made in Italy” a Bruxelles: Angelo Gregorio e Carla Piombino

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Lo scorso sabato 28 ottobre, l’Osteria Agricola Toscana di Bruxelles, grazie al contributo fondamentale della Livingstone ASBL di Camilla Panchetti, ha ospitato l’album release di Ceci N’est Pas Un Trio, album di Angelo Gregorio, sassofonista jazz salernitano ormai trapiantato a Bruxelles da più di otto anni. La serata ha veramente conquistato tutti, grazie non solo alla bravura ma anche alla capacità comunicativa di Angelo e di tutti gli altri musicisti (Antoin Guoit, Julien Guilloux, Elias Schiva, Lucas Vanderputten, Nico Sanchez Julian Gillain) che, nascosti fra il pubblico, a mano a mano lo hanno accompagnato nelle sue performance. Poche volte in passato posso dire di aver assistito a serate così coinvolgenti, e lo stesso sono certa abbiano pensato anche gli altri presenti in Osteria. Per questo motivo ho deciso di intervistare Angelo insieme a sua moglie, la cantante jazz Carla Piombino (anche lei tra i protagonisti della serata di sabato), che mi hanno accolta in una casa piena di strumenti musicali, colore e calore. Ecco quello che ci siamo raccontati.

Carla, Angelo e gli altri musicisti durante l’album release all’Osteria Agricola Toscana

Prima di tutto, presentatevi.

Carla: sono Carla Piombino, e vengo da Caserta. Sono a Bruxelles da otto anni e mezzo, da quando cioè ho deciso di spostarmi per fare uno stage come psicologa, professione che svolgo tutt’ora. Solo Il caso volle che Angelo fosse già qui in Erasmus! Però volevo spostarmi per una mia ragione personale – senza correre il rischio di dover “accusare” lui nell’eventualità che le cose si potessero mettere male – e prendermi tutte le conseguenze di questa scelta. Per quanto riguarda l’ambito del jazz, già a Caserta ero già in questo campo, anche se ho iniziato con la musica leggera e la musica folk napoletana e solo in seguito ho scoperto il jazz. Mi esibivo insieme a un pianista jazz e allo stesso tempo studiavo per migliorarmi, a Napoli ad esempio, facendo combo (delle lezioni di musica d’insieme) e lezioni private con Carlo Lomanto, attualmente insegnante al Conservatorio di Salerno. Partecipavo anche a degli workshop in altre regioni d’Italia, ed è durante il Jazz in Laurino che nel 2006 ho conosciuto Angelo. A Bruxelles ho trovato insegnanti di jazz con una marcia in più, ed è anche per questo che ho deciso di restare. Al momento, dopo aver provato varie formazioni, suono con un quartetto (insieme a Julian Gillain, Antoin Guoit e Lucas Vanderputten, ndr) da più o meno tre anni. Ho registrato una demo a marzo 2015, mentre lo scorso 21 ottobre è uscito il disco vero e proprio: “Take a chance“, registrato lo scorso giugno e presentato alla Salle Dublin qui a Bruxelles. L’album ha nove tracce che spaziano tra i generi che mi piacciono di più. C’è ad un pezzo di Pino Daniele (E cerca e’ me capi’), che con la sua voce mi ricorda sempre da dove vengo e riesce a riportarmi alle mie origini, ma anche una composizione di Angelo (Nostalgia in Salerno), e tanto altro ancora. Il titolo  del disco è tratto dalla seconda canzone del disco, Don’t wait too long di Madeleine Peyroux: l’ho scelta per trasmettere l’idea della scommessa su se stessi, della messa in gioco, che questo album per me rappresenta.

“Take a Chance” di Carla Piombino

Angelo: mi chiamo Angelo Gregorio, vengo da Salerno, e sono a Bruxelles dal 2 febbraio 2009 quando sono venuto qui in Erasmus. Me lo ricordo bene perché ho pianto quando sono arrivato. Abitavo a Matongé, in una casa di 5 piani, con 14 persone, 3 bagni, 2 docce e una cucina piena di moscerini che volavano ovunque! Dopo esser tornato in Italia per completare i miei studi ho deciso di rispostarmi qui perché avevo capito che a Bruxelles un musicista può davvero costruirsi un avvenire dignitoso. Suono da quando ero piccolo: ho iniziato con la chitarra, e poi a 17 anni ho avuto il mio incontro con il sassofono; questo strumento che più lo guardo e più mi piace. Per avere il mio primo sassofono (all’epoca costava 800 mila lire) mi ricordo che misi in croce mio padre!

“C’eci N’est Pas Un Trio” di Angelo Gregorio

Quali sono i lati positivi e  quelli negativi di vivere e lavorare come musicisti a Bruxelles?

C: inizio con quelli positivi. Sicuramente il pubblico è un pubblico attento, con una cultura di base musicale nell’ambito del jazz, o che almeno una volta ha ascoltato qualcosa legato al jazz. Quindi si può dire che sia un pubblico meno restio alla novità rispetto ad esempio a quello italiano, che invece di solito tende di più a voler riconoscere, piuttosto che a voler scoprire. Inoltre, ci sono – rispetto alla mia esperienza in Italia – più posti dedicati al jazz e forse più musicisti in generale. Per quanto riguarda l’insegnamento poi, ci sono tantissimi insegnanti giovani molto bravi, trovi la cantante di 25-30 anni che può darti tantissimo, e anche in maniera molto generosa. (I lati negativi, non si sa come, ce li siamo dimenticati! ndr)

A: Qui pensi realmente di essere un musicista, ancor prima di iniziare a lavorare. Purtroppo in Italia non te lo lasciano pensare, perché il musicista vende qualcosa che non si può né mangiare né bere e di conseguenza non si può considerare come uno che fa una vera professione, anche se magari studia più di quelli che svolgono una professione “vera e propria”. Qua esiste una coscienza molto forte dell’essere artista: l’artista è colui che ti dà la possibilità di fermarsi e riflettere, anche ridendo o semplicemente facendoti scoprire qualcosa che non conoscevi e che ti farà venir voglia di approfondire. Il lato positivo di lavorare qui – nel vero senso della parola –  è … che fai i contratti! Ne ero talmente orgoglioso all’inizio che li ho stampati e catalogati tutti, il primo risale al 2010! (Confermo, ho visto la cartella con tutti i contratti stampati, ndr). Poi è vero, tutto il mondo è paese, troverai purtroppo sempre i locali che ti vogliono assumere solo in nero, ma in linea generale se ti dai da fare e non resti con la tetta in bocca come si dice da me, c’è modo di lavorare bene e anche di crearti delle garanzie e delle sicurezze per il futuro. Come diceva Carla poi, qua c’è sempre un pubblico attento a ciò che fai. E questo fondamentalmente è dovuto al fatto che ci sono più piccioli, c’è il benessere che permette una vera divulgazione e distribuzione della cultura. Gli stipendi in genere sono molto più alti, e c’è anche un’assistenza diversa alle persone in difficoltà, per questo l’accesso alla cultura è anche più agevolato. Le stesse accademie sono economiche e quindi più a portata di ogni famiglia. Se devo dirti un aspetto negativo dell’essere musicista qui … è che devi studià! Il livello è veramente alto, ovviamente scherzo quando dico che è un aspetto negativo: dovendo sempre cercare di mantenere un certo livello, devi al tempo stesso metterti sempre in gioco. Chi non lo fa è automaticamente fuori da tutto. Ed è mettendoti in gioco che ti migliori e fai un lavoro di introspezione che ti porta a farti tante domande anche su di te e su ciò che fai, sulle scelte e le strade che intraprendi. Tra i musicisti professionisti ci chiediamo tutti un po’ le stesse cose: a un certo capisci che per andare avanti e migliorarsi, questo genere ti chiede sempre di più.

Perché ti piace il jazz? 

C: all’inizio quello che mi piaceva del jazz era la “necessità di qualità” che racchiudeva, ovvero il fatto che anche un principiante nell’ambito del jazz ha delle conoscenze musicali, conosce il suo strumento o se non altro ha un buon istinto musicale. Ciò porta per forza di cose ad una sorta di selezione naturale che il jazz stesso fa perché sceglie e si circonda di persone che con passione gli dedicano tempo con amore. Nel fare jazz c’è sempre e comunque una parte seria, in quello che viene fatto e per come viene fatto. Quello che a volte mi ferisce è il poco rispetto nella musica che a volte riscontro in altre generi, e non parlo necessariamente nel pop. In seguito, ciò che mi ha spinto a continuare con il jazz è stata la possibilità che questo genere ti dà per poter fare sempre qualcosa di diverso, anche con uno stesso brano. Non hai un copione da rispettare in tutto e per tutto, ma anzi il tuo compito è quello di giocare e scioccare con il pezzo che hai davanti.

A: La risposta a questa domanda per me sta nel libro “Le peuple du blues” di LeRoi Jones. Dopo averlo letto capisci a tutti gli effetti il perché il jazz ha una presa così forte sulla gente. La chiave di tutto è la frase che segue: Il jazz è di tutte le musiche la forma più cosmopolita e più capace di integrare qualsiasi influenza straniera. Tutto il libro in generale racconta di come il jazz sia nato dal blues, a sua volta nato dai campi di cotone dove lavoravano gli schiavi in America, dove un “solista” cantava una cosa che veniva poi ripetuta dal gruppo. Quando gli schiavi africani sono diventati “americani veri” e gli strumenti europei sono arrivati in America, il nero americano ha traghettato e messo in musica tutto il bagaglio del blues insieme alle radici e alla storia proveniente dall’Africa, ed è così che il blues ha fatto nascere il jazz. In questo modo una musica cantata è diventata strumentale, una musica in cui un solista non è nessuno senza gli altri, e gli altri non sono nessuno senza il solista. Il jazz è sempre andato avanti grazie ad “un lato buono e uno cattivo”, sin dalla sua nascita nel quartiere di Storyville a New Orleans, quando i bianchi (i “cattivi”) non potevano suonare senza sentire i neri – perché solo loro suonavano così – e i neri (i “buoni”) non potevano incidere dischi senza i soldi dei bianchi. Il musicista jazz riesce ancora oggi a inglobare ciò che è attuale e a metterlo in musica senza pregiudizi, grazie ad una continua messa in discussione di se stessi e ad un lavoro insieme ad altri musicisti, in cui il singolo non è niente senza gli altri.

Quali sono i tuoi artisti di riferimento? 

C: di certo non posso non citare lei, la “colonna delle colonne”, Ella Fitzgerald. Sarà banale ma è imprescindibile per me, e nei miei primi anni di jazz praticamente non facevo altro che ascoltarla. Poi direi Dianne Reeves, che mi ha accompagnato in un’altra mia fase della vita e che reputo molto brava sia da punto di vista di interpretazione che di comunicazione con pubblico. Recentemente ho scoperto e sentito dal vivo una giovane cantante statunitense, Cecile McLorin Salvant. Tra le italiane, e napoletane, ti dico Maria Pia De Vito.

A: Oltre agli intoccabili, Miles Davis e Charlie Parker, un sassofonista che mi piace in particolare è Dexter Gordon. Quello che mi piace di lui è il suo essere sempre lirico e cantabile. Io vengo dal paese delle melodie, e quando penso a una melodia di Dexter Gordon immediatamente penso anche alle belle melodie napoletane o a quelle degli anni Quaranta del Trio Lescano. Ultimamente ascolto anche tanta musica medievale e tanti canti madrigali: vi trovo dentro bellissime linee melodiche che a volte utilizzo quando scrivo dei brani miei.

Quali sono i progetti per il tuo futuro, a breve e a lungo termine? 

C: al momento sono nel bel mezzo della ricerca di altre date dal vivo. Ho già in programma una data a gennaio e una marzo, e spero se ne aggiungeranno altre. A dicembre il programma radio “La troisième oreille” (su La Prémière, stazione radio belga), farà passare il disco in programmazione.

A: Lo scorso 28 ottobre è uscito il disco Ceci n’est pas un trio, sotto Artesuono, etichetta per cui hanno registrato oltre a me anche Paolo Fresu e Danilo ReaQuesto non vuol dire che io sono bravo come loro eh! La stessa etichetta ha prodotto anche il disco di Carla. Parlando di altri progetti, due anni fa ho iniziato una suite basata sul pensiero filosofico di Empedocle, scritta per trio jazz e quartetto d’archi, che uscirà su disco il prossimo anno. Nell’immediato sono in programma vari concerti qui a Bruxelles per presentare il disco: il 6 il 30 novembre a Via Balbi, e il 29 al Parlamento Europeo. Curerò poi tutte le composizioni per il prossimo album di Carla e in estate andrò in tournée con un altro progetto di cui faccio parte, The Hipster Project, in Friuli. Infine c’è la mia attività di Direttore dell’Orchestra Italiana di Bruxelles. Dopo Natale dovremmo suonare in vari centri culturali della Vallonia.

Piccola nota a margine personale: incontrare e parlare – oltre ad averli ascoltati suonare dal vivo e ad esserne rimasta incantata – con Carla ed Angelo per me è stato molto più che intervistarli. È stato toccare con mano la vera passione per quello che si fa, e al tempo stesso la voglia di trasmetterla agli altri con sincerità, umiltà e generosità. Per questo li ringrazio, per tutto quello che mi hanno raccontato e per tutte le riflessioni interessanti e stimolanti che sono state generate dal nostro incontro.

Autore

Laureata in Relazioni Internazionali, grafomane convinta, amante delle lingue straniere, della comunicazione e della politica. Con la testa perennemente tra le nuvole, mantengo i piedi per terra osservando il mondo e provando a raccontarlo.