Neom: 500 miliardi per la città del futuro in Arabia Saudita

0
Condividilo!

Immaginiamo una città del futuro, interamente alimentata da impianti solari ed eolici. Dove i trasporti saranno elettrici e non necessiteranno di guidatori. Dove ogni servizio sarà automatizzato e la maggior parte del lavoro meccanico sarà compiuto da robot. Dove l’intelligenza artificiale coadiuverà l’individuo nel miglioramento del suo stile di vita e tutto sarà all’insegna delle nuove tecnologie. Dagli ospedali alle scuole, dalla sanità all’istruzione, fino alla sicurezza. Una città proiettata nel futuro e destinata a cambiare radicalmente la vita delle persone sulla Terra, imponendosi come un modello universale.

La costruzione della futuristica zona economica è stata annunciata dal principe ereditario saudita Mohammad bin Salman Al Saud in occasione del forum economico di tre giorni dal titolo Future Investment Initiative, tenutosi a Riyad fino allo scorso 24 ottobre alla presenza di circa 2.500 dignitari e di 3.500 investitori provenienti da 88 Paesi.

Mohammad, Presidente del Consiglio per gli Affari Economici e per lo Sviluppo, Ministro della Difesa e vice Primo Ministro, dopo essere stato eletto nel giugno di quest’anno legittimo successore di Re Salman, il Custode delle due città sante dell’Islam, ha deciso di attuare una svolta nella politica economica del regno, cercando di avere successo là dove tutti i suoi predecessori hanno miseramente fallito: guarire l’Arabia Saudita dal morbo della dipendenza dall’ “oro nero” e rilanciare l’economia attraverso la diversificazione e la liberalizzazione.

Mohammad bin Salman al Saud (32 anni), principe ereditario dell’Arabia Saudita.

Al centro di questa enorme iniziativa vi è la costruzione di Neom, la città del futuro: un complesso industriale ultra-tecnologico e indipendente che si estenderà su una superficie di circa 26.500 chilometri quadrati (più grossa della Sicilia), al costo di 500 miliardi di dollari (il PIL annuale della Svizzera). Una gigantesca zona economica innovativa e indipendente che verrà costruita sulle sponde del Mar Rosso, in quell’angolo del Golfo di Aquaba dove l’Arabia confina con la Giordania e un lembo di mare la separa dall’Egitto. Inoltre la vicinanza al Canale di Suez le darà tutti i rifornimenti necessari, rendendola completamente autosufficiente

I settori su cui si concentreranno le sue attività sono quelli su cui punta la “Nuova Arabia Saudita”: energie rinnovabili, settore idrico, biotecnologie, alimentazione, scienze tecniche e digitali, industrializzazione avanzata, media e intrattenimento (una novità per un Paese così conservatore). Questa zona franca, tutelata dal regime saudita con uno statuto speciale, godrà di una sua particolare tassazione, una legislazione ad hoc sul lavoro e di un sistema giudiziario autonomo. Un imponente ponte attraverserà il Mar Rosso e la collegherà all’Egitto. “Neom – ha spiegato Mohammad bin Salman – sarà situata su una delle più importanti arterie economiche del mondo. La sua posizione strategica faciliterà anche la rapida affermazione della zona come un hub globale che collega Asia, Europa e Africa”. La città, quindi, non aspira solamente ad essere “la più sicura, la più efficiente, la più orientata al futuro, il miglior posto dove vivere e lavorare” dell’intero regno, come si legge nella nota che presenta il progetto, ma anche un importante crocevia sulla linea del progresso, mirando così a trasformare il regno saudita in un modello pionieristico globale in tutti gli aspetti della vita. Non a caso la guida del progetto Neom è stato affidato a un top manager occidentale dalla fama mondiale: Klaus Kleinfeld, ex amministratore delegato di Siemens.

La costruzione di Neom rientra nel faraonico piano “Vision 2030”: il nuovo futuristico progetto lanciato nel 2016 da Mohammad con l’obiettivo di cambiare volto all’economia saudita, creare posti di lavoro nel settore privato e snellire la pesante burocrazia del regno. La pianificazione di “Vision 2030” significa l’attuazione di un programma di riforme che prevede investimenti mirati in specifici settori destinati al perfezionamento della civiltà umana e al miglioramento della qualità della vita delle persone. L’ambizioso progetto che l’Arabia Saudita vuole mettere in atto nei prossimi anni ha l’obiettivo di slegare progressivamente la sua economia dal petrolio, che ad oggi costituisce circa l’80% delle entrate statali. Il piano prevede il raggiungimento di un’economia diversificata, innovativa, moderna, coinvolgendo ogni settore della società. Si prevedono politiche destinate alla crescita del settore privato interno, sia con la privatizzazione di società pubbliche di servizi come l’elettricità  e  l’acqua sia con misure a favore delle piccole e medie imprese, ma anche lo sviluppo delle energie rinnovabili, dei servizi finanziari, della tecnologia e del turismo, oltre che la riduzione del ruolo dello stato nel mercato del lavoro, con un regime di tassazione al minimo.

Gli investimenti, di quello che si presenta come il progetto più ampio per contrastare la dipendenza del Paese di re Salman dalle esportazioni petrolifere, saranno finanziati nell’arco di diversi anni dal Fondo di Investimenti pubblici dell’Arabia Saudita, che per il momento conta 230 miliardi dei 500 complessivi necessari per il completamento dei lavori. Per trovare ulteriori risorse il principe Mohammad ha proposto di guidare la quotazione in borsa del 5% della ricchissima compagnia petrolifera di Stato, la Saudi Aramco, prevista nel 2018.

Il giovane rampollo della dinastia saudita gode di grande fiducia da parte del padre e, soprattutto, ha instaurato delle ottime relazioni con gli Stati Uniti d’America, in particolare con l’amministrazione Trump. A dimostrazione del rinsaldato legame tra Washington e Riyad è degno di nota ricordare il primo viaggio all’estero da presidente di Donald Trump a maggio proprio in Arabia Saudita, dove ha colto l’occasione per rafforzare l’alleanza tra i due Paesi. In questa occasione, infatti, è stato firmato un accordo miliardario con il quale si garantiva la fornitura di armi convenzionali al Regno di Salman da parte dell’alleato nordamericano. La scaltrezza politica e diplomatica di Mohammad gli hanno fatto comprendere come una svolta economica nel Paese per attrarre investitori stranieri possa avere luogo solo se seguita da una serie di riforme sociali. L’ultimo passo, dopo quello di aver concesso alle donne la possibilità di guidare, è stato di impegnarsi a porre fine all’estremismo imperante, riportando la penisola araba all’Islam moderato. Se sarà davvero come descritto nel video promozionale ufficiale di presentazione del futuristico progetto saudita, la libertà che si godrà a Neom non sarà minimamente pensabile nelle altre città dell’Arabia Saudita.

Sarà sufficiente un cambiamento del genere a rilanciare l’economia saudita, o sarà solo una cattedrale nel deserto?

Un decreto reale di fine settembre di quest’anno ha abolito il divieto alle donne di guidare, scatenando la gioia femminile nelle piazze delle città.

Quello che possiamo affermare con certezza è che i mirabili anni di lauti guadagni, quando i prezzi del greggio si mantenevano sopra ai 100 dollari al barile e la monarchia galleggiava su un mare di petrodollari, in quanto principale esportatore di “oro nero” a livello mondiale, sono tramontati.

Stando alle Elaborazioni Ambasciata d’Italia su dati EIU e IMF, il principale membro dell’ OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) si configura come una nazione di 32 milioni di abitanti, con una crescita di PIL del 2% al 2017, la disoccupazione al 10,5 % e il debito pubblico al 37,6% del PIL, il tutto accompagnato da un’ inflazione al 4,6%. Nel 2012, però, i dati erano un po’ diversi: infatti la variazione del PIL si attestava al 5,4, la disoccupazione al 12,2% e il debito pubblico 9,5% del PIL, con un’ inflazione al 2.8%.[1]

La crisi economica procurata dal crollo dei prezzi del barile, una mossa dettata dalle “primavere arabe” e dalla sfrenata competizione con l’Iran sciita, si è ritorta contro i conti sauditi. Per non ricorrere a soluzioni drastiche, azzerando i sussidi e i privilegi, i monarchi hanno attinto generosamente dalle enormi riserve in valuta pregiata. Erano più di 700 miliardi di dollari nel 2011. In maggio erano meno di 500. E nel 2017, per la prima volta da almeno 4 anni, il Pil ha accusato una contrazione per due trimestri consecutivi. Già nel 2016 anche la monarchia saudita non ha potuto fare altro che imitare i Paesi occidentali: dare il via alla spending review e una politica di maggiore austerity. Con una vigorosa contrazione dei salari ministeriali, un drastico taglio alle indennità, cancellando i bonus, riducendo i sussidi, imponendo per la prima volta le tasse. Un’eresia per l’esercito di dipendenti pubblici – 2/3 della forza lavoro – abituato a generosi benefit.

Il principe saudita con Donald Trump, durante l’incontro avvenuto nel maggio scorso. Il crollo dei costi del petrolio saudita ha favorito i principali acquirenti dell'”oro nero” dalle riserve di Re Salman, quali gli Usa, la Cina e l’India.

Occorre quindi investire e diversificare l’economia, attraendo investimenti stranieri con l’attuazione di riforme sociali. Mohammad vuole passare alla storia come il sovrano della riconversione e della rinascita economica del regno.

Il cambiamento climatico, la riduzione delle riserve petrolifere, la lotta per i diritti politico-civili, soprattutto per le donne, la volontà di una progressiva democratizzazione e la necessità di modernizzare il Paese potrebbero rappresentare un volano per il rinnovamento di uno Stato ultra-conservatore, attaccato ad antiche tradizioni economiche e politicamente invischiato in ambiziose lotte di potere?

[1] Elaborazioni Ambasciata d’Italia su dati EIU e IMF, http://www.infomercatiesteri.it/indicatori_macroeconomici.php?id_paesi=99

 

Autore

I'm a student of early modern history at the University of Pisa