Edda in concerto al Deposito Pontecorvo, live report

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Edda è resilienza. Ne ho avuto prova al suo concerto al Deposito Pontecorvo venerdì sera, 27 ottobre. Perché? La risposta è semplice. È fuori dal tempo, dalle mode e dagli schemi. Lodevole è la sua sincerità nel dichiarare (di questi tempi poi) di essere un perdente, quando un perdente non lo è affatto. Dal suo percorso più unico che raro di rinascita da un lungo silenzio artistico e umano prima del suo ritorno ufficiale nel 2010 non possiamo infatti trarre nient’altro che una grande lezione: il rock non muore mai.

Un concerto solido, degno di un grande palco, supportato da tre musicisti, con suoni eccellentemente riusciti che fondono a meraviglia l’attitudine punk con la melodia cantabile del pop più sofisticato, che esalta la sua voce inconfondibile, da invidiare, e la sua figura, morale ma soprattutto fisica.

E quanto bisogno c’è di una figura così: un cinquantenne che molto ha esperito della vita, in pantaloncini corti e felpa, una chitarra in mano, la voglia inesausta di fuori programma e le sue emozioni che traspaiono, di meraviglia, di stupore. Sorride, non cela una certa timidezza.

Quanto sembra miracolosa la sua sorpresa di fronte a una ragazza di diciannove anni di fianco a me sotto il palco che canta tutte le sue canzoni con le lacrime agli occhi, e che quando, faccia a faccia, gli esclama: “Sei un poeta” – si sente rispondere dal nostro con disarmante spontaneità: “Sono solo un ricchione!”.

Il pubblico c’è e si fa sentire; un centinaio di persone che canta, balla, si confronta chiedendosi senza risposta (non se ne trovano) e con un pizzico di rammarico perché non ci siano i numeri che Edda si meriterebbe (poco più di un centinaio di paganti).

Prima del concerto ho avuto il privilegio e il reale piacere di fargli alcune domande. Mi dimostra tutta la sua umanità, la sua disponibilità all’ascolto, a mettersi in gioco.

La prima cosa che chiedo è, visto che era appena tornato da cena, quale sia il suo rapporto con il cibo. Mi risponde che da poco si è ripreso da una vera e propria dipendenza, abuso, nonostante il vegetarianesimo che ogni Hare Khrishna deve rispettare. Mi risponde che per lui, da ex eroinomane, è sempre difficile non vivere ciò che gli piace come un irrefrenabile desiderio, una bulimia. Penso a quanto lo sia in fondo anche la musica, una vera e propria dipendenza.

Gli chiedo allora come stia andando il tour: “Sono abbastanza soddisfatto”. Il suo ultimo e bellissimo disco Graziosa Utopia è stato portato in giro più di cinquanta volte. Mancano ancora diverse date al termine e il sentiment è positivo. Riguardo al sound (ha visibilmente molto sonno) sentirebbe magari il bisogno di qualcosa di più intimo e raccolto, ma, continua, vista la risposta, va bene così.

Dichiara soprattutto di avere praticamente un altro disco pronto, e questa è una buonissima notizia. Riguardo alle influenze, nonostante gli ascolti contemporanei, riceve molte suggestioni dai vecchi pezzi della Carrà e confessa che per lui il rap, ora di tendenza, sarebbe impossibile, dato che “tutte le parole che mettono in una canzone i rapper io le ho messe in tre dischi”.

Non posso immaginare che effetto faccia vedersi davanti tre generazioni di fan, molti dei quali troppo giovani per ricordarsi la miliarità dei Ritmo Tribale, senza i quali gente come gli Afterhours e i Verdena non sarebbero forse mai esistiti. E probabilmente non riesce a immaginarselo nemmeno lui.

Quel che profondamente mi auguro, in questi casi, è che questo possibile, questo esempio di onestà intellettuale e autentico e brutale talento non resti isolato, e che Edda continui, come ha sempre fatto, per la sua personale e contorta, ma estremamente affascinante strada.

Le foto sono di Cristina Parri.

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Excusatio non petita, accusatio manifesta.