Rock Contest Controradio: la prima serata delle eliminatorie

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Il primo turno eliminatorio della 29°edizione del Rock Contest indetto da Controradio si è svolto nello storico locale fiorentino del Combo. La serata parte subito con un colpo di scena. Uno dei gruppi in gara, “Le Mosche” –  che dovevano arrivare da Roma – non si presenta sul palco. La manifestazione quindi prende il via con solamente 5 band al posto delle 6 previste inizialmente.

Poco prima delle 22.30 prende il via ufficialmente la manifestazione con il primo gruppo che sale sul palco, il trio fiorentino blues/desert rock Dust & The Dukes. Con le loro sonorità grezze, secche, intrise di whisky e di tabacco, che evocano il soffiare del vento nel deserto e il suo clima secco e ostile, sembrano quasi trasportarti in un viaggio immaginario attraverso le lande desolate e sconfinate degli States. Un inizio promettente. 

Dopo 15 minuti è il momento del primo cambio palco e avvicendamento. Dopo il desert rock dei Dust & The Dukes è il turno del groove e del ritmo black dei Redtree Groove, gruppo fiorentino il cui sound è contraddistinto da un’anima “nera”, che affonda le radici nel jazz, nell’ hip hop, nel funk e nel reggae, e da un’anima più propriamente “bianca” data dalle loro influenze pop e prog, con un cantato hip-hop che ricorda vagamente i Rage Against the MachineLa risposta del pubblico è immediata, il loro sound è caldo, coinvolgente, e fa praticamente ballare tutti quanti, riscuotendo il gradimento della platea e creando un’atmosfera vivace, allegra, colorata.

Altro avvicendamento e giunge il momento della prima band tutta al femminile, tocca infatti al trio indie-pop Franco, anche loro provenienti da Firenze. Il cambio di atmosfera rispetto ai Redtree Groove è netto e percepibile; si passa ad un sound e ad un’atmosfera più intimi, con ampio uso di synth e plug-in che si fondono alla perfezione con la chitarra Fender di Alice e con la sua voce morbida, creando un insieme sonoro gradevole e rotondo, che trova il giusto equilibrio fra sonorità indie e pop. Una piacevole sorpresa.

Dopo le Franco, è il turno di Margo Sanda (pseudonimo di Margherita Cappuccini) e della sua elettronica che mette al centro la sua voce espressiva e delicata, sostenuta da basi create al computer e con pochi altri strumenti, e aiutata da pochi effetti (tipo delay) che la rendono più eterea, quasi sospesa nel vuoto, come un eco che si sente in lontananza. Ne risulta una combinazione interessante di voci stratificate che si intrecciano fra loro, e di basi elettroniche che si aprono su orizzonti musicali diversi e a volte distanti fra loro (folk, elettronica, psichedelia, musica etnica).

Margo Sanda – Foto di Cristina Parri

Ci avviamo rapidamente verso la conclusione della serata, con l’ultimo artista in gara, Fogg, che si presenta sul palco completamente vestito di nero da capo a piedi, con il volto dipinto e oscurato da un passamontagna, quasi a voler celare il più possibile il suo vero aspetto e aumentare l’alone di mistero attorno alla sua figura. Inizia a suonare e fin da subito si ha la sensazione di essere trasportati in un viaggio attraverso le profondità marine, fra atmosfere sospese, galleggianti, vaporose, ottenute grazie ad un sapiente uso di synth, tastiere, chitarra acustica fuse con le vocalità delicate, soffici ma non per questo fredde e inespressive.  

Fogg – Foto di Cristina Parri

Terminate le esibizioni, vengono tolti gli scatoloni nei quali si lascia la tessera per il voto; è il momento di attendere il verdetto finale, e in sala aumenta l’attesa e la tensione. Poco prima di mezzanotte e mezza, viene emesso il responso, grazie ad un voto tecnico di giuria combinato con quello del pubblico: i primi due artisti qualificati alle semifinali sono i Dust & The Dukes e Fogg.

Oltre al resoconto della serata, abbiamo avuto la possibilità di fare una chiacchierata con alcuni dei protagonisti della serata, in particolare con Dust & The Dukes,  Redtree GrooveFranco, che ci hanno raccontato le loro impressioni a caldo dopo i loro concerti, le aspettative riguardo alla partecipazione a questa manifestazione e molto altro ancora.

Dust & The Dukes

(Enrico Giannini  chitarra e voce, Gabriel Stanza tastiera, tromba e voce – Alessio Giusti  batteria)

Dust & The Dukes – Foto di Cristina Parri

Quali sono le impressioni dopo la vostra esibizione?

Enrico: Ho avuto buone sensazioni, ci siamo divertiti, c’era un bel suono sul palco, ho visto coinvolgimento da parte del pubblico. Tutto molto bene, tranne forse il fatto di aver suonato soltanto 15 minuti, ma ovviamente il contesto è questo. Speriamo di poter suonare di più la prossima volta.

Cosa vi ha ispirato nella scelta del nome Dust & The Dukes?

Gabriel Stanza: è sempre stato il suono il fattore principale, la contrapposizione fra un suono pulito ed un suono sporco. A volte dico cose che non piacciono. Dust rappresenta il nostro lato “sporco”, la polvere del deserto, mentre The Dukes è il nostro lato “pulito”, il duca viene associato ad una figura pulita, nobile.

Quindi possiamo dire che abbiate scelto di mettere in luce il contrasto fra un ambientazione secca, sporca, lisergica come quella del deserto con una figura al contrario pulita, elegante e sobria come un duca?

Gabriel: Al termine lisergico non avevamo mai pensato ma è particolarmente azzeccato per noi (così sono stati definiti nella loro scheda di presentazione sul sito del Rock Contest, curata da Giuseppe Barone, NdR).

Si può dire che ascoltando le vostre canzoni si compia una sorta di “cavalcata immaginaria” attraverso i vasti, secchi deserti e le sconfinate praterie degli States?

Gabriel: secondo me si può dire di tutto, perché nell’arte, ciò che porta avanti tutto è l’immaginazione e se riesci a lasciarle il giusto spazio evitando di voler far vedere un immagine già data, già definita in sé stessa è perfetto.

Enrico: si sono d’accordo sul fatto che si possa immaginare una sorta di cavalcata tra i deserti e le praterie, una bella “macchinata” con delle birre in fresco…

C’è un artista, un sound particolare al quale sentite di ispirarvi oppure le vostre sonorità sono una libera reinterpretazione e rielaborazione della musica americana, in particolare del blues?

Enrico: potrebbe essere sia una reinterpretazione sia una serie di “citazioni”. Partendo dal blues che viene trasposto in chiave più moderna, come del resto fanno molti altri gruppi, a partire dai The White Stripes che ripartirono col duo blues, passando per i The Black Keys. Noi cerchiamo di rileggerlo in chiave “desert rock”, partendo dal tuning di chitarra, dal giro blues, quindi dallo scheletro della canzone blues. Siamo poi influenzati anche da artisti come Tom Waits, Queens Of The Stone Age, dai Doors, anche dagli ZZ Top, anche se in misura minore. Fanno parte di quell’immaginario western, americano, “bandiera sudista” che a noi piace molto.

Secondo voi una manifestazione come questa può aiutare i gruppi/artisti underground ad entrare in contatto con l’industria musicale e metterli nelle condizioni di iniziare un percorso di tipo professionale e anche di crescita artistica?

Enrico: Sicuramente. Non è l’unico metodo però può rappresentare certamente una via. In un contesto come questo del Rock Contest dove conosci nuovi gruppi, conosci addetti ai lavori, hai la possibilità di far ascoltare la tua musica. Se non vinci sei stato comunque visto da qualche addetto ai lavori che crede in te, e in più ti sei fatto “pubblicità”. Questo è uno dei molti metodi con i quali provare a crescere, una band dovrebbe a mio avviso provarne il più possibile per far conoscere se stessa e la propria musica, non diventando obbligatoriamente ricchi e famosi.

Avete in cantiere nuovi brani, un nuovo album o un ep?

Gabriel: abbiamo in progetto di fare molte cose, faremo qualche registrazione in studio sicuramente. I nostri brani nascono comunque dal nulla, può essere che domani ci troviamo e che nasca qualcosa, però puntiamo principalmente sull’improvvisazione e sulla dimensione “live”. A questo proposito, suoneremo ogni settimana in un locale che aprirà in questi giorni, il “Disagio”, perché ci hanno chiesto di fare improvvisazione, che è quello che a noi piace. Alla fine suonando la stessa canzone due, tre, quattro volte, senti l’esigenza di cambiarla un po’, altrimenti ti annoi. A me personalmente piace e suonare la stessa canzone ogni volta in modo diverso.

Redtree Groove

(Dylan Lorimer – voce, Martino Catalani – basso/voce, Lorenzo Niccolai – batteria).

Redtree Groove – Foto di Cristina Parri

Perché avete voluto chiamarvi Redtree Groove?

Martino: al livello di immagine ci piaceva la sequoia, perché comunica qualcosa di ancestrale, di qualcosa che sta lì da molto tempo, di naturale; invece il “Groove” è un gioco di parole fra la parola inglese “Grove” che significa boschetto e invece il “Groove” vero e proprio che è il ritmo che noi adottiamo quando suoniamo.

Le vostre sonorità possono essere considerate una fusione tra elementi della black” music, come jazz, funk, hip hop, al reggae, e stilemi più classici della “white” music, come ad esempio il pop?

Dylan: siamo partiti da una base in cui erano coinvolti 3 musicisti con background diversi fra loro, di conseguenza quando ci siamo trovati le nostre esperienze musicali hanno finito con lo scontrarsi fra loro, unendosi poi in una sonorità che risulta essere una sintesi delle nostre influenze e passioni. Lo scopo era riportare il groove della black music cercando di unirlo ritornelli pop per farlo arrivare in maniera più diretta alle persone.

Per voi quanto è importante la dimensione live, la possibilità di stabilire un rapporto diretto col pubblico e di percepirne il calore?

Martino: diciamo che gran parte dei nostri brani nascono da esibizioni dal vivo, spesso lasciamo spazio alla sperimentazione e all’improvvisazione, cercando nuovi riff di chitarra, tipologie di ritmo da mischiare insieme, sulle quali molto spesso impostiamo sezioni hip hop, Dylan inizia a “rappare” mentre creiamo la base. Diamo molta importanza anche alla dimensione dello studio, cercando la perfezione al livello sonoro e di esecuzione, nel tentativo di legarla col coinvolgimento tipico della dimensione dal vivo.

Quanto c’è di jazzistico nelle vostre sonorità e quanto invece prendete spunto dal prog?

Lorenzo: sicuramente è una parte importante che abbiamo inserito, anche se non è stato facile, poiché Dylan viene da un background hip hop/reggae ed inserire il prog non è stato facile. Io e Martino, lavorando sottotraccia, possiamo creare parti ritmiche che richiamano più al prog che al jazz, le armonie invece attingono più dal jazz.

Martino: Accordi di settima, di nona, dominanti … per le armonie ci siamo rivolti più al jazz, mentre per il ritmo ci siamo accostati più all’hip hop, al reggae e al prog. Cerchiamo un evoluzione all’interno del ritmo, non un basilare 4/4. È uno spaziare fra armonie, tempi e ritmi diversi, alla base c’è il groove dell’hip hop e del reggae, il prog per lo sviluppo ritmico e il jazz per le armonie e il pop per quanto riguarda il cantato, c’è un po’ di tutto in pratica.

Secondo voi una manifestazione come questa può aiutare i gruppi e gli artisti underground ad entrare in contatto con l’industria musicale e metterli nelle condizioni di iniziare un percorso di tipo professionale e anche di crescita artistica?

Dylan: sicuramente il Rock Contest, come altre manifestazioni simili, è una vetrina, in cui potersi esibire e confrontare con altri gruppi. Credo di poter parlare anche a nome degli altri, la cosa più importante per noi è il confronto con gli altri gruppi per verificare quanto il nostro progetto stia funzionando. Non tanto lo sfruttare la vetrina offerta dalla manifestazione per mettersi in luce, per quanto ci possa far piacere ovviamente, quanto piuttosto avere la possibilità di confrontarsi con altre band, con fonici veri, con una situazione professionale. Questa è per me la vera essenza di questo tipo di eventi.

Avete in cantiere nuovi brani, un nuovo album, un ep o qualche concerto?

Martino: il 2 novembre suoneremo al Mercato Centrale qui a Firenze. Per quanto riguarda dischi ed ep, abbiamo registrato già da un po’ di tempo un album, sul quale abbiamo lavorato molto e che vorremmo presentare alla prossima data utile dopo la nostra esibizione qui al Rock Contest. È pronto, è lì insacchettato che aspetta … a breve pubblicheremo anche dei video di performance live fatte in studio.

Dylan: ci saranno molte sorprese nei prossimi mesi, nel frattempo siamo già metà con una nuova produzione, della quale stiamo curando la parte compositiva. L’album è già pronto, ci sono 10 tracce, uscirà nei prossimi mesi, Vogliamo fare un video per fare un release più interessante.

Franco

(Francesca – chitarra e voce, Alice – chitarra e voce,  Matilde – batteria).

Franco – Foto di Cristina Parri

Com’è nato il progetto “Franco” e cosa vi ha ispirato nella scelta del nome?

Alice: il progetto è nato due anni fa, con solo me e Francesca inizialmente. Ci siamo conosciute al corso di formazione di Musicoterapia, e da lì un incontro di suoni ci ha portato a creare questo progetto, nel quale si cerca di esplorare varie sonorità partendo dalla micro korg in contrasto con suoni acustici e testi in italiano, scritti da Francesca, per fare in modo che arrivino il più facilmente possibile alle persone. Noi adesso ci pensiamo più come “Franco l’uomo comune”, perché ci sentiamo più unite, prima eravamo “Fra’n’co con me e gli altri strumenti”. Parliamo delle sofferenze, delle gioie di vita quotidiana delle persone comuni, come nei nostri brani “la Casellante” e “Anna che soffre”. A maggio si è unita a noi un elemento importante, Matilde, che ha dato un tocco intenso al gruppo e al suo sound e adesso siamo qui, contente di aver suonato questa sera.

Quanto è importante la musicoterapia nel vostro modo di fare musica, nella scelta dei testi e delle storie da raccontare?

Alice: la musicoterapia in senso lato non la utilizziamo, però durante il corso di formazione abbiamo fatto molta pratica di improvvisazione clinica, e questo ci ha portato e questo ci ha conferito una percezione molto diversa del suono e della musica. Questo ci ha anche unito molto con Francesca.

Come nasce in genere un vostro brano? C’è qualcosa che vi ispira per la musica e per i testi?

Francesca: i testi nascono dopo esperienze vissute, forti emozioni ed esperienze che devono necessariamente prendere forma, altrimenti diventano troppo “rimbombanti”. L’unico modo che ho per digerirle è quello di scrivere, di buttare giù in parole quello che sento, e poi lo porto alle altre ragazze, dando inizio al processo di scrittura del brano.

Credete nel binomio musica-arte visuale?

Alice: assolutamente sì, la nostra quarta “franca” è la visual artist Valentina Marinelli, che per il nostro primo ep (“Lista di cose”, “Said”, “La Casellante”) ha fatto delle composizioni artistiche da poter proiettare durante i nostri concerti dal vivo, sperando di riuscire ad affinare ulteriormente la nostra collaborazione e renderla una componente costante dei nostri live.

Valentina, stavo giusto parlando con Alice del binomio musica-ambito visuale, quanto è importante per te questa fusione fra i due campi artistici?

Valentina: molto, è un binomio che deve esserci, sono due ambiti che si compensano a vicenda.

Alice, manifestazioni come il Rock Contest possono aiutare i gruppi/artisti emergenti a farsi conoscere sia dal pubblico che dall’industria musicale, ed eventualmente avviarsi su un percorso di crescita sia artistica che professionale?

Alice: assolutamente sì. Crediamo fermamente nel valore del Rock Contest e ci siamo iscritte perché lo riteniamo uno dei pochi contest seri, che realmente premia le band, gli dà delle possibilità e le giudica in modo genuino; già soltanto il fatto di essere arrivate qua con due interviste, l’accoglienza dei fonici, la partecipazione ad una manifestazione come questa sono traguardi che ci fanno piacere.

Avete in progetto nuovi brani, un album, un ep o qualche nuova data dal vivo?

Alice: siamo indecise fra una demo e un album. Ad ora abbiamo la possibilità di registrare una demo, perché è il premio che abbiamo vinto partecipando ad un altro contest. Ancora non sappiamo se incidere solo una demo o inserirla eventualmente in nuovo album.

Un sentito ringraziamento va a tutti gli artisti in gara che ci hanno fatto divertire, allo Staff di Controradio che ci ha permesso di essere presenti e seguire una splendida serata di musica, e in particolare a Giuseppe Barone, Direttore Artistico del Rock Contest e responsabile della programmazione musicale di Controradio, allo staff del Combo e alle band che gentilmente hanno dato la loro disponibilità per scambiare quattro chiacchiere con noi alla fine dei loro concerti. Infine, ma non per questo meno rilevante e significativo, un ringraziamento anche a Crisitna Parri che si è occupata della parte fotografica, passando tutta la serata sotto il palco a scattare un sacco di foto interessanti.

 

Autore

Nato nel 1991, studente di Giornalismo e cultura editoriale a Parma, appassionato di motori, sport, calcio e musica. Amante della lettura, del caro vecchio Rock n' Roll e super tifoso del Cagliari. Scrivo di musica perché sento di essere in debito verso questa nobile arte che tanto mi ha dato e a cui cerco di restituire qualcosa, sperando di render buon servizio.