IT – com’è andato il ritorno di Pennywise?

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C’era grande aspettativa attorno a questo IT. Ma anche un certo timore. Tutti i testi di King adattati per il grande schermo hanno polarizzato l’opinione di pubblico e critica verso il sincero entusiasmo (Carrie – lo sguardo di satana ed il magnifico Stand By Me) o verso giudizi, per usare un eufemismo, “tiepidi” (Cujo e, per i più audaci Brivido). Logico quindi che l’adattamento del romanzo più popolare ed osannato dello scrittore del Maine avesse attorno a sé una certa atmosfera di sospetto, alimentata anche dalla lunga gestazione della produzione e dalla scelta di un regista ad inizio carriera come Andy Muschietti . Ma al netto di tutto, com’è questo IT-Chapter One?

Illustrazione di Marta Vangelisti, credits in chiusura

La scelta di focalizzare la storia solo sull’infanzia dei protagonisti, lasciando alla parte “adulta” il sequel si dimostra vincente. Mentre il romanzo di King si dipanava tramite l’alternarsi di due diversi piani temporali, il film dimostra una notevole compattezza e linearità narrativa, e la dignità dell’opera compiuta − quasi sufficiente a sé stessa − evita la trappola di apparire come l’episodio introduttivo di una saga destinata a concludersi altrove.

Raccontare solo l’avventura del Club dei Perdenti si rivela anche funzionale nel dare al film particolari coordinate nei modi e nei temi della narrazione. Il Pennywise di Skarsgård non è solo un male atavico o un mostro, è la rappresentazione delle paure e delle tensioni dei nostri protagonisti, l’ostacolo da superare per raggiungere quella maturità sempre più prossima e – non meno importante – la scoperta della dimensione luttuosa della vita, della fine della spensieratezza. Il tutto spostando il nostro sguardo all’altezza dei piccoli adolescenti/preadolescenti attorno a cui si muove la vicenda.

Il tono del film evolve agilmente fra momenti più rilassati (addirittura teneri) nel descrivere i rapporti fra i protagonisti, ed altri più duri ed inquietanti, fino ai momenti di puro orrore che non regalano però mai veri brividi. Nonostante il lavoro sulla costruzione delle scene con Pennywise sia fatto con mestiere e non si senta mai davvero il peso di un budget affatto sostanzioso, gli spettatori più smaliziati o avvezzi all’horror non salteranno mai davvero sulla sedia vedendo IT. Il punto è che va benissimo così.

Al centro di tutto non sta la paura dello spettatore, ma piuttosto come viene vissuto e metabolizzato il terrore dai piccoli protagonisti. L’horror è quindi il pretesto per portare avanti un coming of age insospettabilmente denso di suggestioni, capace di portare avanti una metafora  semplice e diretta – come detto prima – su cambiamento e maturità, senza scivolare nel didascalico o appesantendo il racconto.  A detta di Cary Fukunaga, autore della prima versione dello script:

-The script is just about the kids. It’s more like The Goonies meets a horror film …

– Il copione è tutto incentrato sui bambini. E’ come se i Goonies incontrassero un film horror …

Cary Fukunaga a Collider , Gennaio 2014

Tirando le somme questo It – chapter One è davvero un film che colpisce, allontandosi sia dalle aspettative di chi cercava un horror propriamente detto che da quelle di chi temeva un adattamento anemico come fu per la miniserie degli anni ’90. Il film dimostra di avere lo smalto necessario per soddisfare pubblico generalista e cinefili in cerca di un prodotto a suo modo originale al punto da aver registrato, al weekend d’apertura, un incasso di circa sei milioni e mezzo (sì, di euro!). Resta qualche dubbio sul sequel – al momento programmato per il 2019 – e sulla capacità di Muschietti e del team di produzione di mantenere lo stesso standard qualitativo. Per il momento non possiamo che dirci contenti e sbuffare per l’attesa di due anni.

-Credits-

Illustrazione a cura di Marta Vangelisti

-Facebook: Marta Vangelisti Illustrazione – Ringlet

-Instagram: mav.illustration

-Email: mav.illustrator@gmail.com

 

Autore

Volevo avere la classe di Charlie Rose, per ora ho solo la panza di Vincenzo Mollica.