La riforma Franceschini: come cambierà la nostra televisione?

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Da pochi giorni, la chiacchierata riforma dell’art.44 del Testo unico della radiotelevisione (TUSMAR) ad opera del ministro Franceschini è divenuta realtà. Di cosa si tratta? Che effetto avrà questo sui nostri palinsesti?

La riforma mira a rilanciare gli audiovisivi nazionali anticipando (pare) imminenti normative europee in via di approvazione, aumentando le partecipazioni delle emittenti nelle produzioni – la quota per gli investimenti prevista era, prima della riforma, pari al 10% dell’utile (15 per la RAI) ed ora aumenterà progressivamente fino ad arrivare al 18% nel 2020 (20% nel caso della RAI) – e lo spazio da dedicare in primetime alle stesse, escludendo il tempo già dedicato a notiziari, eventi sportivi, pubblicità e simili.

Qualche tabellina per rendere la cosa più semplice.

L’entusiasmo dei produttori

Le nuove norme si vanno ad aggiungere ad una serie di provvedimenti promossi dallo stesso Franceschini e approvati quasi un anno fa in merito alla produzione cinematografica, al supporto economico alle sale (sia da aprire che da tenere in vita) ed al tax credit su produzione e distribuzione, dimostrando uno sforzo a tutto tondo per rilanciare la produzione multimediale italiana. Le possibilità date dalla nuova immissione di capitali, dai nuovi spazi distributivi e dagli sgravi fiscali potrebbero effettivamente permettere un aumento sia del numero dei progetti realizzati – con un conseguente aumento di impieghi – sia della qualità degli stessi, al punto da renderci più competitivi sul piano internazionale.

Il tutto non poteva ovviamente non incontrare il plauso di figure importanti come Anne-Sophie Vanhollebeke di Cartoon Italia (l’associazione che raggruppa alcuni dei più importanti studi d’animazione italiana), interessata ai nuovi spazi televisivi che concessi per prodotti animati.

Il ministro Franceschini, promotore della riforma del TUSMAR

Ma cosa ne pensano le emittenti?

Le reti fin dalla proposta della riforma hanno dimostrato tutt’altro che entusiasmo, arrivando anche ad inviare una lettera ufficiale al Ministero– a nome di Rai, Mediaset, Sky, Viacom, La7, Discovery e Fox – per ribadire la loro netta opposizione. Le ragioni sono molteplici. Anzitutto le sanzioni per gli inadempienti, che prima si attestavano “solo” sui 258 mila euro, arrivano ora fino a 5 milioni e, per chi supera un certo fatturato, al 3% dell’utile annuo. Preoccupa poi la sostenibilità del sistema di investimenti da dedicare alle produzioni europee ed italiane, in termini di denaro da versare e (a parere di chi scrive) per la qualità delle produzioni stesse, che rischiano di allontanare la parte del pubblico che ancora non è migrata verso l’uso esclusivo di piattaforme streaming come Amazon Video e Netflix, capaci di avere library più ampie e di dedicarsi al pubblico profilato, non essendo legate alle logiche della messa in onda. Ma più di tutto la riforma è sentita come una stretta alla libertà editoriale dei singoli broadcaster, che si vedono tolta la possibilità di scegliere autonomamente cosa inserire negli spazi dei palinsesti dedicati a film e fiction.

In definitiva è ancora presto per poter serenamente prevedere dove porterà questa riforma, se all’avvicinarsi del virtuoso “modello francese” (al quale Franceschini pare si sia ispirato) ravvivando la macchina della produzione multimediale – ridandole importanza nel mercato nazionale ed internazionale – o se questo costringerà semplicemente ad una forzata riorganizzazione del comparto televisivo che lo porterà alla crisi.

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Volevo avere la classe di Charlie Rose, per ora ho solo la panza di Vincenzo Mollica.