Il discorso di Macron à la Sorbonne

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C’era un film che piacque molto alla critica internazionale e che fu insignito, tra le numerose nomination, del premio Oscar nel 2011 e che valse il riconoscimento alla migliore interpretazione al pluripremiato e osannato Colin Firth: Il discorso del re del regista Tom Hooper.

Al di là del racconto narrativo e delle peripezie linguistiche e balbuzie di re Giorgio VI, re d’Inghilterra, e del rapporto che si genera con il suo logopedista di fiducia Lionel Louge, questo film, e soprattutto il suo finale, ci pone dinnanzi a una semplice verità: i discorsi e le orazioni fanno parte della Storia e si intrecciano indissolubilmente con essa. La Storia, oltre a interagire con numerose altre discipline, è molto spesso modificata dagli uomini e della loro azioni. L’orazione è una possibilità. Rappresenta in molti casi la speranza.

Macron à la Sorbonne

Persuasione, impegno civile, appello alle coscienze: i grandi discorsi della storia contemporanea. Molteplici, variegati, geniali. Quello pronunciato dal presidente francese Emmanuel Macron, il 26 settembre scorso, dinnanzi agli studenti della Sorbona nello storico anfiteatro dell’università, ha tutta l’aria di essere uno di quei discorsi che si attaccano alle viscere e nelle menti di molti. Uno di quei discorsi che segnano la partenza di un percorso nuovo e allo stesso tempo entusiasmante. In quasi due ore Macron ha tratteggiato la sua visione dell’Unione Europea e le riforme che intende proporre agli alleati. Il presidente ha deciso di non entrare nei dettagli tecnici delle sue proposte, ma ha posto le basi per quel che sarà una vera e propria discussione transnazionale sul futuro dell’Europa e delle sue politiche. L’Europa oggi appare sempre più come un continente spaccato a metà. Là dove una volta c’era il filo spinato, adesso ci sono le idee a separare le due Europe. L’Ovest europeo è liberal-democratico, multiculturale, post-cristiano ed evoluto socialmente. L‘Est è culturalmente omogeneo, illiberale, tradizionalista e identitario, frutto di mezzo secolo di comunismo.

Le sei chiavi per rifondare l’Europa

Emmanuel Macron ha evocato “six clés” (sei chiavi) per rifondare l’Europa. La prima è la sicurezza:

Dobbiamo ampliare le operazioni che sono state sviluppate per lottare contro la propaganda terrorista.

La seconda chiave è la difesa, con una capacità autonoma di fronte alla Nato. La terza chiave della nostra sovranità è la nostra politica estera e il partenariato con l’Africa. Per sviluppare un nuovo rapporto con l’Africa Macron punta sull’aiuto e lo sviluppo e suggerisce tasse sulle transazioni finanziarie. La quarta chiave proposta da Macron è “la transizione ecologica”:

La scelta è chiara: vogliamo continuare a produrre come prima o vogliamo accelerare e divenire un modello nuovo di società? Io ho scelto, credo che l’Ue debba essere l’avanguardia di una transizione ecologica efficace e sostenibile.

La quinta chiave passa per il digitale e dalla volontà comune di investire sulla tecnologia e nell’intelligenza artificiale, e infine, sulla volontà di proseguire con una moneta unica forte che attragga investimenti.

Emmanuel Macron è voluto ripartire da lì. Il percorso che ha indicato non sappiamo se si rivelerà un libro dei sogni o una sottovalutazione degli ostacoli all’integrazione. Alcuni riferimenti ci portano al discorso tenuto da Robert Schuman, il ministro degli Esteri francese – considerato, assieme ad Adenauer e a De Gasperi, uno dei padri dell’Unione europea – il 9 maggio del 1950. Un discorso importante, perché è l’atto fondativo della Ceca, la comunità europea del carbone e dell’acciaio, la prima delle istituzioni sovranazionali che poi sarebbero sfociate nella Ue. Nel discorso, Schuman ricorda, e non era difficile farlo visto che nel 1950 le cicatrici delle seconda guerra mondiale erano ancora evidenti in tutti i paesi del vecchio continente, che il “non aver fatto l’Europa ci ha portato alla guerra”.

Non che ora sia in gioco un’improbabile guerra tra gli stati europei. Ma l’urgenza è la stessa, visto che le sfide della globalizzazione, della sicurezza e delle ondate migratorie impongono una dimensione comune. All’Europa non resta che tornare in cammino, en marche appunto, nella visione ottimista e riformista che il presidente francese ci ha rivelato.

Autore

È uno studente laureato in Storia Contemporanea presso l'Università degli studi di Pisa