Tutti gli uomini di Philip Roth

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 Scrivere è meglio che leggere

Ci sono più scrittori che lettori, e questo è ormai un dato di fatto, una piaga della nostra generazione che non aspetta altro che il film tratto dal libro.

Per questo, uno dei metodi con cui scelgo quale libro acquistare generalmente è a caso. Un limite che invece mi caratterizza è l’incapacità di comprare una storia che hanno già tutti: Philip Roth è stato un autore che per anni, in tutti gli ultimi anni, ha monopolizzato gli scaffali delle librerie più alternative e di quelle più grandi, motivo per il quale non mi sono mai avvicinato alle sue storie. Era più gratificante per me scovare una storia nascosta e sconosciuta, piuttosto che leggere qualcosa che leggevano tutti.

 

P. Roth e “Everyman”

Condiviso da giovani e anziani, Philip Roth (classe 1933) viene considerato uno dei più grandi scrittori contemporanei. E dopo aver letto un suo romanzo breve, devo cominciare a darmi l’opportunità di pensarlo anche io.

“Everyman” (edizione Einaudi) ha attirato la mia attenzione per la copertina completamente nera e il titolo e il nome dell’autore in bianco: niente di più semplice, niente di più d’impatto. Raramente mi capita di comprendere la scelta di un’immagine sulla copertina di un libro, spesso la storia e la fotografia che dovrebbe presentarla nell’immediato almeno visivamente appaiono completamente sconnesse tra loro, in questo caso è splendidamente azzeccata. “Everyman” (2006) nasce, infatti, come la storia probabile di ogni uomo ed è ispirato ad un “morality play” dell’Inghilterra quattrocentesca in cui tutti i viventi vengono chiamati alla morte.

La storia

La storia comincia con il funerale del protagonista e le vicissitudini dal punto di vista della sua salute sono il ritmo con cui vengono scandite le pagine. “Everyman” potrebbe essere considerato il racconto della morte stessa, che con malattie e sofferenze pone fine, prima o poi, alla vita di ogni persona. E così assistiamo alla scomparsa e alla decadenza di tutti i personaggi che vivono intorno al protagonista: genitori, parenti, mogli, amici, tutti fanno i conti con qualche disabilità arrivata improvvisamente o qualche morbo fulminante.

Ma l’aspetto più coinvolgente dell’intero racconto non sono ovviamente i temi (temi cari al sottoscritto amante delle storie ottocentesche intrise di malattie), ma il modo in cui vengono affrontati: c’è una rassegnazione ironica che fa da terreno fertile per tutto il libro, una rassegnazione quasi obbligatoria per noi, abitanti di questo secolo, che sbattiamo quotidianamente contro gli orrori del mondo a portata di click.

Passo

In mezzo a un susseguirsi continuo di degenerazioni del fisico e della mente, c’è un passo che rimane forse uno di quelli più intensi che io abbia letto, un’esplosione di vita in mezzo ad una rassegnazione continua e ad un incombere senza freni della malattia. Una delle mogli del protagonista, Phoebe, descritta come una donna silenziosa, amorevole, servizievole, esplode in un’invettiva lunga un paio di pagine contro l’uomo e il suo tradimento con una donna francese. Nelle sue parole c’è quello che sembra quasi un antidoto alla rassegnazione, una scintilla di reazione contro l’abitudine malsana di ciò che di negativo si può sperimentare in questa vita. E al lasciarsi invadere dal senso di sconfitta che le malattie portano, Phoebe risponde con l’abbandono.

Questa è veramente la storia di ogni uomo, sta a chi la legge decidere in che modo viverla.

Autore

Di sangue napoletano, di crescita senese, di maturità fiorentina passando per le strade bolognesi, romane e milanesi. Scrivo da paranoico, leggo da affamato. E amo spendere soldi.