A Wong Foo, un grande viaggio nell’orgoglio Queer

0
Condividilo!

Nel cinema statunitense i personaggi omosessuali erano storicamente relegati a due tipi di ruolo: la patetica figura comica o il pericoloso pervertito (spesso omicida). Nonostante negli anni immediatamente successivi alle rivolte di Stonewall entrarono in produzione pellicole realmente intenzionate a raccontare la comunità LGBT, queste rimasero nel sottobosco indipendente e non interessarono mai i grandi investitori a Hollywood, relegando progetti di questo genere ai circuiti d’essai. Questa tendenza si invertì, parzialmente, negli Anni Novanta grazie al nuovo clima politico – la fine della Guerra Fredda e della stagione reaganiana – e a tre film che ebbero un grande impatto sul mercato e sul pubblico statunitense. Il primo fu My own private Idaho, che, nonostante fosse pensato per un pubblico più indie, riscosse un certo successo e fece parlare di sé. Philadelphia, uscito l’anno successivo, era il primo film di una major a farci empatizzare con un personaggio omosessuale e a parlare di HIV (nonostante fin dai primi Anni Ottanta il virus fosse conosciuto e si parlasse di epidemia a tutti gli effetti). Alla fine, nel 1994, entrò in produzione il film che rappresentava l’ultima fase nel percorso di “sdoganamento” della comunità LGBT nel cinema mainstream.

Quel film era:

A Wong Foo, Grazie di tutto! Julie Newmar

Il progetto parte da una sceneggiatura capitata fra le mani di Mitch Kohn – allora alle dipendenze della Amblin di Steven Spielberg – una commedia su tre Drag Queen in viaggio per la California. Kohn, a detta sua uno dei pochi omosessuali dichiarati dello studio in quegli anni, è interessato non solo al film in sé, quanto piuttosto alla rappresentazione delle tre protagoniste; personaggi forti, sensibili e bigger than life, lontane sia dall’immagine classica degli omosessuali di Hollywood, sia dal ritratto intimo e drammatico di film come Philadelphia. L’idea stuzzica Spielberg, che ha dei dubbi però sul potenziale comico del testo, ragion per cui contatta Robin Williams (allora comedy-meter personale di Spielberg) che lo ritiene validissimo, ma rifiuta uno dei ruoli da protagonista perché “troppo peloso per interpretare una drag”, e ripiega per una parte di contorno. Salgono a bordo quasi subito Wesley Snipes e John Leguizamo e, dopo qualche ricerca, Partick Swayze.

L’importanza storica di A Wong Foo ruota soprattuto attorno alle sue peculiarità produttive. Per la prima volta una casa di produzione importante realizzava un film per il grande pubblico dove gli omosessuali erano personaggi positivi, i veri eroi della storia. E che eroi. Gli attori chiamati non erano poi dei giovani esordienti alla ricerca del “ruolo eccentrico” con cui farsi conoscere, ma professionisti affermati (coinvolti in grandi successi degli anni precedenti) e famosi come icone virili e/o romantiche, che si divertono a ribaltare la loro immagine pubblica e si lanciano in interpretazioni cariche ma mai davvero sopra le righe.

Dal punto di vista formale il film è un classico road movie di formazione, dove le protagoniste vedranno cambiare la loro vita e quella delle persone che incontrano, fino all’immancabile happy ending (per i curiosi qui la trama). Il linguaggio visivo usato è semplice, mai virtuoso, ed essenzialmente funzionale alla trama e ai bellissimi e coloratissimi elementi di costumi e scenografie, ricchi di colori primari e saturi à la Vincente Minelli. A Wong Foo trasmette – e probabilmente trasmetteva anche allora – l’intenzione di dimostrare come l’industria e il pubblico fossero pronti ad abbandonare certe idee sulla comunità LGBT e che i tempi per un cinema mainstream “epurato” da certi pregiudizi fossero maturi.

Eredità

A Wong Foo fu un bel successo – per quanto limitato da un progetto gemello australiano uscito qualche mese prima, Priscilla la regina del deserto e negli anni si conquistò di diritto il titolo di cult, influenzando davvero la percezione delle drag e degli omosessuali dentro e fuori dai cinema. Ma le cose, oggi, non sono davvero cambiate. Nonostante la continua tendenza al politicamente corretto degli ultimi anni, nel cinema di massa la comunità LGBT aleggia ancora di una certa dose di stereotipi e pregiudizi, per quanto spesso meno espliciti o rozzi di prima. La strada forse è ancora lunga ma vale la pena riscoprire uno dei film che ha segnato una rivoluzione importante nel modo in cui certe tematiche sono affrontate sui nostri schermi

EXTRA

Una bell’articolo (in inglese) di Mitchell Kohn sulla realizzazione del film, in occasione del ventennale dell’uscita.

Link QUI

Autore

Volevo avere la classe di Charlie Rose, per ora ho solo la panza di Vincenzo Mollica.