Speciale Catalogna: quello che c’è da sapere sul referendum per l’indipendenza

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Immaginate dei boulevad alberati larghissimi e lunghi chilometri, che tagliano in due una metropoli. Immaginate di vedere queste enormi arterie stradali piene zeppe di persone a costruire un disegno a righe rosse e gialle del quale non vedete la fine. Immaginate che queste siano persone, pacifiche e allegre, che celebrano la propria identità, che si sentono parte di una comunità di simili, mossi dalla stessa voglia di partecipare alla propria storia comune. Ecco, avete appena visto una Diada de Catalunya.

Il primo ottobre i catalani sono convocati dal Governo regionale ad un referendum per decidere se vogliono l’indipendenza dalla Spagna.

Oggi parliamo di un problema enorme per il futuro dell’Europa: l’indipendenza della Catalogna.

Manifestazioni ciclopiche

Prima del 2012 la Diada de Catalunya era una celebrazione ufficiale come tante, con qualche corona di fiori e eventi a tema. La prima Diada moltitudinaria viene realizzata per protestare contro la bocciatura dello Statuto catalano, la cui riforma era passata col voto favorevole del Parlamento catalano, di quello spagnolo e dei cittadini della regione chiamati a pronunciarsi in un referendum. Dal 2012 ogni anno aumentano i partecipanti: si disegnano gigantesche bandiere bicolore nelle avingudes di Barcellona, catene umane a disegnare il confine catalano o gigantesche lettere visibili solo dagli elicotteri.

 Le identità sono importanti

La Catalogna, di fatto, non si è mai sentita comoda nel ruolo di comparsa. Il protagonismo catalano, spinto da ragioni identitarie e da questioni economiche, fa della catalogna una identità altra rispetto a quella spagnola. A torto o a ragione i catalani non si sentono identificati nella Spagna, nella cultura spagnola e nelle sue istituzioni storiche. Molti provano un fastidio istintivo nel leggere “Regno di Spagna” sul proprio passaporto o quando ascoltano il discorso di Natale del Re Borbone.

Non si può più discutere la centralità della lingua catalana nella società, né il valore che i catalani attribuiscono alla propria identità speciale. I catalani sentono di essere parte di un percorso di emancipazione culturale e politica lungo secoli. Non sappiamo se la scelta dell’indipendenza sia la conclusione naturale di questo percorso ne se sia maggioritaria; ma sappiamo che la maggioranza dei catalani non permette che la propria identità peculiare venga attaccata. I catalani si sentono un popolo.

Perche i catalani vogliono l’indipendenza?

Domanda difficile a cui molti hanno tentato di rispondere con pile di libri. Noi, modestamente e in modo di certo impreciso, proviamo a sforzarci a farvi una sintesi:

  • I catalani non si sentono spagnoli o perlomeno non si sentono spagnoli come il resto dei cittadini del Regno. Sono storicamente repubblicani e sopportano poco la monarchia.
  • Sono mediamente più ricchi di altre regioni spagnole (insieme a Madrid e i Paesi Baschi) e vorrebbero avere più autonomia fiscale e tenersi più soldi.
  • La priorità data alla lingua catalana nelle scuole e negli uffici pubblici non viene vista di buon occhio dalla destra spagnola che ha provato più volte a limitarne l’uso.
  • La Catalogna è storicamente una regione progressista e si sente frenata dal resto della Spagna nel legiferare su materie calde come liberalizzazione delle droghe, prostituzione, eutanasia, stato sociale e diritti della donna.

Perche il governo della Spagna non li vuole far votare?

  • Le istituzioni dello Stato, politiche e giudiziarie, considerano il referendum catalano di autodeterminazione incostituzionale.
  • Gli spagnoli non hanno mai capito veramente i catalani, considerando il loro nazionalismo più come un rifiuto dell’identità spagnola che come una rivendicazione identitaria legittima.
  • La questione catalana si trascina da molto tempo e l’impressione che molti hanno è che i catalani ricattino Madrid.
  • Non vogliono rischiare di perdere 7,6 milioni di abitanti e una delle principali zone industriali del paese.
  • Mariano Rajoy, Primo ministro, ha una indole attendista e viene descritto come uno che aspetta passare il cadavere del suo nemico: spera di stancare i catalani e che col tempo gli indipendentisti perdano forza.

Cosa sta accadendo?

Nelle ultime settimane la magistratura spagnola ha:

  • sequestrato le schede elettorali (9 milioni di schede, nascoste in una nave nel porto di Barcellona);
  • arrestato cautelamente funzionari del governo autonomo e requisito materiale di propaganda elettorale;
  • interrotto l’autonomia fiscale e messo in atto un controllo dei conti della Generalitat catalana.

Nelle piazze e davanti ai tribunali gli indipendentisti hanno organizzato manifestazioni e accampamenti temporanei per protestare contro gli arresti e solidarizzare con il Governo locale.

Alcuni manifestanti hanno improvvisato dei cacerolazos (protesta rumorosa con le pentole) davanti agli alberghi dove dormivano gli agenti della Guardia Civil. A Calella (Barcellona) un agente di Siviglia, svegliato dagli schiamazzi ha alleggerito il clima: si è affacciato al balcone improvvisando un fandango, tipico canto andaluso (video).

Dopo il sequestro delle schede elettorali, molti analisti sostengono che non si potrà realizzare un referendum con garanzie minime. Il Governo catalano ha risposto invitando i cittadini a stamparsi la scheda elettorale direttamente dal sito istituzionale.

Intanto una nave della Grimaldi ospita, nel porto della capitale catalana, migliaia di poliziotti pronti a intervenire per impedire il referendum. Il primo di ottobre rimane un’incognita. Di certo ci saranno milioni di catalani con una scheda in mano che chiederanno di poter votare. Se ci saranno delle urne e se i luoghi preposti per votare si possano utilizzare non è chiaro. Non sappiamo se la Guardia Civil spagnola impedirà fisicamente l’accesso ai seggi. Di certo il primo di ottobre sarà solo il principio di uno stallo alla messicana, da far west. Da un lato il Governo Catalano, che sfida le istituzioni dello Stato appellandosi ai diritti dell’uomo, dall’altro il Governo Spagnolo che pone il veto per “difendere la democrazia” da quello che considera un atto illegale.

A sin. Carles Puidgdemont, Presidente Catalano, in sella ad un asino (simbolo della regione), con manifestanti indipendentisti al seguito e il suo vice con in mano una urna. A des. Mariano Rajoy, Presidente Spagnolo, in sella ad un toro, con la Guardia Civil al seguito e i magistrati al fianco.

Le basi

La Spagna è uno dei più antichi stati europei, ma nonostante i suoi cinque secoli di anzianità non è mai riuscita a trovare pace quanto a rivendicazioni territoriali; stretta tra il nazionalismo dei païsus catalans e i lunghi anni di terrorismo Basco.

La questione catalana ha antenati illustri e ritorna da secoli nella storia di Spagna.

Iniziamo con un piccolo Bignami di storia di Spagna con una delle nostre infografiche, così vi orientate.

Come in una relazione umana, gli antecedenti sono importanti: aiutano a capire reazioni istintive, a volte irrazionali; la scarsa pazienza e i toni esasperati. Perciò i catalani, oggi, quando cantano l’Inno dels Segadors, ricordano quando nel 1600 furono Repubblica.

Il Regno Aragonese

Quando fischiano il Re lo fanno perché per loro i Borbone sono ancora considerati come la dinastia che tolse loro ogni autonomia, facendo della Spagna uno Stato centralista e conservatore. Quando dicono di non “avere più paura” alludono al franchismo e alle esecuzioni brutali dei repubblicani catalani dopo la guerra civile. La storia riemerge insieme a tutti i suoi punti in ombra, tutta insieme, come un rigurgito incontrollabile.

Simboli

La Senyera: la bandiera catalana riconoscibile per le righe gialle e rosse (barras) di uguale dimensione. Gli indipendentisti usano la “estelada” che ha in più un triangolo azzurro con una stella bianca sul lato sinistro.

Diada de Catalunya: Festa regionale della Catalogna. Negli ultimi anni si è convertita in una manifestazione moltitudinaria in favore del referendum.

Derecho a decidir (diritto di decidere): diritto di fare un referendum per pronunciarsi sull’indipendenza. Alcuni propongono una riforma costituzionale per ridefinire la forma territoriale della Spagna – si parla di “Stato plurinazionale” – e far sentire “comodi” i catalani.

Procés: processo di disconnessione dallo Stato spagnolo a tappe, che prevede – oltre al referendum di autodeterminazione – un passaggio graduale dalla autonomia attuale, alla costituzione di strutture indipendenti proprie di uno Stato moderno.

La bandiera con le “barras” ancora in uso in alcuni territori che furono parte del Regno Aragonese.

Un problema europeo

Si tende a rilegare la questione catalana a un problema interno spagnolo. Lo fa l’Unione Europea con le sue dichiarazioni ufficiali e lo fanno il grosso degli Stati europei. Ma le questione catalana ci interroga sui principi fondativi dell’Unione, sulla natura dell’Europa e insieme sui diritti dell’uomo, sul concetto di popolo, sulla nazionalità e sulla compatibilità di identità diverse.

L’Europa marginalizza la questione catalana, fingendo che abbia poca importanza, ma il risultato del processo catalano può cambiare il senso stesso dell’Unione. Si parla da decenni dell’Europa dei popoli; da decenni le “nazioni senza Stato” immaginano di poter costruire una federazione che non si basi più sui confini nazionali definiti da guerre e conquiste, ma su basi culturali e di lingua. Se dividessimo l’Europa sulla base di questo principio, vedremmo mutare radicalmente i confini degli Stati che la compongono. Sarebbe un’idea tanto folle? Alcuni sostengono, persino, che ridarebbe vita ad un progetto europeo stanco. In ogni caso, se la Catalogna riuscisse nel suo intento, molte altre nazioni senza Stato (o identità nazionali, se preferite) la seguirebbero.

I fantasmi

Sappiamo cosa state pensando, cosa si contorce nel vostro inconscio. Sappiamo che quando si parla di secessione o indipendenza, voi pensate subito alla Lega. Ecco, toglietevi subito questo mostro dalla testa. La questione catalana non ha nulla a che fare con la Lega, se non per il fatto che anche gli iberici sono ricchi e hanno voglia di tenersi i soldi delle tasse. Per il resto gli indipendentisti catalani sono dei “sinistroidi” che farebbero commuovere a lacrime gli orfani del PCI.

Il senso delle cose

Quando si può parlare di “popolo”? Quando il legittimo diritto della maggioranza diventa oppressivo nei confronti delle minoranze e quando accade il contrario? Quando l’applicazione della legge è democrazia e quando diventa repressione? La disobbedienza civile è uno strumento legittimo per far valere i propri diritti o è una violazione dei principi democratici?

Hanno diritto i catalani a votare per la propria indipendenza? La risposta spontanea di ogni democratico è si. Ma se vi dicessi che il resto degli spagnoli, che considerano la Catalogna come un pezzo del loro territorio materiale e immateriale da cinque secoli, non la pensano così? Se vi dicessi che alcuni di loro vorrebbero votare: “è anche casa mia” ti dicono.

Le cose sono più complesse di come appaiono.

Come finirà?

Il primo di ottobre potremmo vedere la Guardia Civile che porta via le urne, i cittadini in coda che protestano; manifestazioni nelle piazze e qualche momento di tensione.

  • Nel migliore dei casi per i sostenitori del referendum si riuscirà a votare con qualche garanzia; sarà comunque un atto di disobbedienza civile, più che un voto come si deve. Vincerà il “si” a mani basse, dato che la maggioranza di quelli del “no” non andranno a votare. Le immagini antistoriche della Gardia Civil che porta via le urne davanti ai media internazionali andranno a loro favore in eventuali negoziati; un atto simbolico che potrebbe portare ad una dichiarazione di indipendenza o a un voto del Parlamento Catalano nel senso di una disconnessione parziale dalla Spagna, come avvenne nel 1931, dichiarandosi Stato federato.
  • Nel caso migliore per il Governo Spagnolo non si riuscirà a votare quasi in nessun luogo, si impedirà l’accesso ai seggi, senza arrestare nessuno ed evitando la brutta immagine della Guardia Civil che porta via le urne. La Generalitat sarà così costretta a discutere e accettare compromessi.

Ma prima o poi si dovrà tornare alla ragione. Cinque secoli di convivenza con il resto della Spagna – anche se tormentata – sono tanti e molti catalani non hanno ancora deciso se si sentono pronti a staccare la spina, anche se non sappiamo quanti siano. L’unico modo per saperlo è offrire loro la possibilità di dirci cosa vogliono. Dare loro la possibilità di scegliere tra varie opzioni, in democrazia, pacificamente, come è giusto che si faccia nel XXI secolo in Europa. Del resto non si tratta di simpatia o antipatia per gli uni o per gli altri, ma della sola soluzione pratica a disposizione.

Certo, siamo in un tempo di revival della guerra fredda e il vintage va tanto di moda ma ci sentiamo di poter escludere fucili e carrarmati. Per ora.

Autore

Sardo di nascita, vivo a Firenze dai lontani tempi dell’università. Rimango sardo perché mi va e perché fiorentini non si diventa. Mi piace fare tutte le cose banali. Adoro i luoghi comuni, mi sforzo di essere hipster per occultare i mio lato nerd. Vorrei essere più alto. Amo incondizionatamente chiunque nutra la mia autostima. Credo che il mondo sarebbe più bello se fossimo tutti più stupidi.