Contemporanea Festival 17: quando il crollo diventa arte

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Vivere al tempo del crollo: questo era il tema della XV edizione di Contemporanea Festival, promossa dal Teatro Metastasio di Prato in apertura della stagione 2017-2018. Il progetto culturale che si è tenuto dal 22 al 26 settembre, ha riscosso un grande successo anche con questa nuova formula: una vera e propria full immersion di cinque giorni, con spettacoli che raccontano le urgenze e le complessità del presente, nei vari ambiti performativi, dalla danza alla musica, dalle arti visive al teatro. In questa edizione il tema riguardava un’idea epocale nella quale il crollo era inteso sia come metafora di una sensazione che ogni individuo percepisce in un contesto sociale molto ampio, che come atto fondante di un processo artistico. Così aveva spiegato il direttore della rassegna Edoardo Donatini:

il crollo è metafora, astrazione, realtà dell’epoca estrema in cui viviamo, un tramite che ci permetta di cogliere il senso di questo tempo vorticoso, colmo di eventi che continuamente ci travolgono; ogni individuo e artista ha una visione soggettiva del crollo collegata a un’idea di collasso, un insieme di avvenimenti, fantasie, sogni, paure che possono appartenere al presente, al passato o a un tempo indefinito; si deve crollare o far crollare per realizzare qualcos’altro, demolire per costruire come principio originario di ogni processo creativo.

Gli ospiti

Questa edizione ha visto alternarsi artisti italiani e internazionali tra cui ricordiamo due prime nazionali, In Many Hands di Kate McIntosh, che ha visto coinvolti gli spettatori con un’immersione totale in un dispositivo multi-sensoriale ed Empire di Milo Rau. Dopo il grande successo dello scorso anno, il regista e drammaturgo è tornato a Prato con l’ultimo atto della sua trilogia sull’Europa contemporanea, in questo caso raccontata da quattro attori esuli: due siriani, un iracheno, un greco e una donna rumena.

Empire – Third Part of Europe Trilogy by Milo Rau 

Mash, frammenti

Dopo il debutto il 28 giugno al Festival Inqeuilibrio al Castello Pasquini di Castiglioncello, lo spettacolo Mash di Annamaria Ajmone e Marcela Santander Corvalàn è approdato nel teatro Fabbricone di Prato lo scorso 25 settembre.

ph Ilaria Costanzo, Mash

Contaminazione di stili

Una scena spoglia, pochi indumenti distesi al suolo e due paia di scarpe da ginnastica. Ci accoglie con quell’atmosfera ricca di attesa e curiosità tangibile. La prima a entrare con un abito sbarazzino e colorato è Marcela su musica R’n’B remixata. La sua danza frenetica con salti, gestualità accentuate e stereotipate riprese dal mondo hip hop, diverte il pubblico con ammiccamenti, mostrando un grade studio delle espressioni e della mimica facciale, qui esasperate. La Ajmone entra in scena poco dopo, avanzando dal fondo con un outfit sportivo e movimenti frammentari, seguendo un proprio ritmo. Da subito il Mash è chiaro: se in ambito musicale la parola indica un mix tra due o più samples, qui i contrasti di stili coreografici erano i protagonisti della performance. Anche la musica utilizzata attingeva dal cabaret degli inizi Novecento, fino al rock anni Sessanta, passando per le sonorità tribali e orientali, ricomposte e sovrapposte, costruendo un ricco tappeto sonoro energico a tratti disorientante. L’individualità delle due danzatrici era sempre esaltata nelle varie sequenze, mostrando diverse sfaccettature di una stessa frase mimico-gestuale. Una coreografia che in ogni sua parte evidenziava un grande lavoro di ascolto reciproco, agevolato da sequenze speculari, che spaziavano per tutta la sala. La danza prettamente contemporanea è stata arricchita dai gesti quotidiani e tic nervosi come una semplice risata, una corsa atletica o movimenti ginnici. Degno di nota è l’assolo della Ajmone con un body rosso arricchito da lunghe frange, che scuoteva imitando la camminata di una Gheisha. Inaspettato lo sfondamento della “quarta parete” da parte di Marcela, mentre intona la struggente I put a spell on you. Camminando e scavalcando le poltroncine della sala, la danzatrice sfiorava gli spettatori per raggiungere la sua partner e riprendere una danza dinamica all’unisono. Una performance carica di energia che alla fine ha lasciato in tutti noi la voglia di saltare e danzare con loro.

MASH

di e con Annamaria Ajmone e Marcela Santander Corvalán
ricerca sonora e mix Federica Zamboni
disegno luci e direzione tecnica Giulia Pastore

ph Ilaria Costanzo, Mash

Annamaria Ajmone

Laureata in Lettere Moderne presso l’Università statale di Milano, si è diplomata come danzatrice presso la Scuola di Arte Drammatica Paolo Grassi. Come danzatrice ha lavorato con Guilherme Botelho, Ariella Vidach, Daniele Ninarello, Santasangre. Collabora con Cristina Kristal Rizzo, Muta Imago, Strasse e con la videomaker Maria Giovanna Cicciari e la Compagnia di Jérôme Bel. Tra il 2015 e 2016 realizza il progetto Pratiche di abitazione temporanea, con tappe in Italia, Francia e Stati Uniti. Vince il premio Danza&Danza 2015 come “interprete emergente-contemporaneo”.

ph Ilaria Costanzo, Mash, da desta Ajmone e Marcela

Marcela Santander Corvalán

Di origini cilene, è una danzatrice contemporanea emergente. Ha collaborato con Dominique Brun, Faustin Linyekula, Mickael Phelippeau. A settembre del 2014 presenta il progetto Something around the sound, firmato con la danzatrice e coreografa Clarisse Chanel. Nel 2015 presenta Époque con il danzatore e coreografo Volmir Cordeiro, a marzo 2016 crea il primo solo Disparue. Nel triennio 2014-2016 è artista associata di Quartz- Scène Nationale de Brest.

Arrivederci alla prossima edizione.

Autore

Studentessa in Storia delle Arti Visive e dello Spettacolo presso l’Università di Pisa. All’età di 6 anni ho abbracciato l’affascinante mondo della danza e del teatro, che tutt’ora continua a regalarmi grandi emozioni.
“Che cosa è il teatro? Una delle testimonianze più certe del bisogno dell’uomo di provare in una sola volta più emozioni possibili”.
(Eugène Delacroix)