Sono tornati: l’estrema destra entra nel Parlamento tedesco

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Sconfitti dalla società moderna, scettici sul futuro, orientali frustrati, occidentali timorosi, xenofobi, razzisti, negazionisti, in sostanza neonazisti. Ecco l’elettorato che ha dato all’Afd, Alternative Für Deutschland, il partito populista di estrema destra, i voti necessari affinché ottenesse 94 seggi al Parlamento tedesco. Per la prima volta dopo la fine della seconda guerra mondiale, infatti, uomini e donne inneggianti al risorgimento del nazionalismo tedesco e al culto identitario della razza ariana tornano a sedere con pieno diritto nel Bundestag, passando da un regolare voto democratico. Hitler stesso, nel 1932, riuscì a pendere il potere in Germania, instaurando in seguito un regime dittatoriale segnato dall’onta dell’Olocausto, conquistando il consenso del popolo tedesco, infervorato dalle sue parole di gloria e grandezza.

Il 12,6% raggiunto dall’Afd, con il quale il partito si è piazzato al terzo posto dopo il Cdu di Angela Merkel (32,9%) e l’Spd di Martin Schulz (poco più del 20,5%), ha sancito la discesa in campo di una formazione politica reazionaria e conservatrice, che ha ottenuto grande successo nelle aree più povere del Paese. È nell’ex DDR che risorge la cupa identità dei “tedeschi più tedeschi”. In Sassonia, uno dei sedici länder federali (3,3 milioni di abitanti), l’Afd ha vinto, sia pure di pochissimo, con il 27%, davanti alla Cdu merkeliana che ha ottenuto il 26,9% (terza Die Linke, la sinistra estrema, con il 16,1%). Nei territori che furono della defunta Repubblica Democratica tedescaun elettore su cinque ha votato per l’Afd. Il muro della rabbia al posto della cortina di ferro. Una barricata alzata da persone mosse da sentimenti diversi. La paura per l’ “invasione straniera proveniente dall’Africa e dall’Asia”; l’orgoglio patriottico tedesco; la volontà di liberarsi da una storia per troppo tempo colpevolizzata, riprendendo “ciò che di buono è stato fatto nel passato.”

Il 15 luglio 2017 a Themar, in Turingia, si è tenuto un concerto di rock neonazista a cui hanno partecipato 6000 persone. Segno evidente della presenza, ancora oggi, di molti adepti di un passato terribile.

Odio, intolleranza, fanatismo hanno dominato la propaganda dell’Afd in questi mesi di campagna elettorale. Il partito ha occupato lo spazio vuoto lasciato dalle grandi formazioni politiche. Ha penetrato i cuori delle persone che si sono sentite lasciate sole. Ha deviato con idee accattivanti operai, studenti, pensionati, disoccupati, lavoratori precari, impauriti dallo straniero, abbandonati dal “sistema”, in una condizione di disagio sociale ed economico. Offrendo soluzioni semplici a problemi complessi, Alternativa per la Germania è riuscita ad intercettare il malessere degli elettori che vedono una minaccia nei rifugiati e sono nostalgici di un Paese che non c’è più. Ma l’Afd dimostra di avere anche un chiaro programma politico volto a rinforzare il welfare state con un piano complessivo di maggiori sussidi statali e riduzione delle tasse. Insomma, la retorica nazionalista, identitaria ed estremista dell’Afd ha rinsaldato le fila di quanti credono in un cambiamento ritornando al passato. Se Donald Trump può permettersi di invocare “America First!”, oggi non possiamo più vergognarci di dire di nuovo Deutschland über alles.

Il 25 settembre il co-presidente del partito, Frauke Petry, ha deciso di rassegnare le dimissioni a causa di divergenze tra la parte “moderata”, da lei rappresentata, e quella “estremista”, capeggiata da Alice Weidel, la candidata cancelliere dell’Afd, e Alexander Gauland. Petry ormai era da mesi meno presente in pubblico e si era recentemente scontrata con altri membri dell’Afd perché aveva chiesto l’espulsione di Bjoern Hoecke. Il politico, infatti, aveva definito il memoriale per l’Olocausto di Berlino un “monumento della vergogna” e affermato che i libri di storia dovrebbero essere riscritti per concentrarsi maggiormente sulle vittime tedesche del nazismo. Una retorica estremista e tremendamente pericolosa, rifiutata dalla Petry, e accettata, invece, da Weidel e Gauland: i due leader che negli ultimi mesi sono riusciti incredibilmente nell’impresa di raddoppiare gli elettori dell’Afd.

Alice Weidel (1979) e Alexander Gauland (1941), gli attuali leader dell’Afd.

Frauke Petry (1975), ex presidente, fuoriuscita dall’Afd il 25 settembre a causa di contrasti interni alla linea del partito.

Il best seller del 2013 di Timur VermesLui è tornato, su cui si è basato il film del regista David Wnendt del 2015, rifletteva sulla possibilità di un eventuale successo della propaganda nazista, nel caso in cui si fosse presentato nuovamente Adolf Hitler. Nel libro si affermava che

se Hitler si risvegliasse improvvisamente oggi e iniziasse di nuovo a parlare di nazionalsocialismo, superiorità della razza, spazio vitale, guerra lampo, legge del più forte, rigenerazione interiore e sociale, all’inizio magari la prenderemo a ridere, poi però finiremo per acconsentire che, in fondo, «non era tutto sbagliato».

Oggi, con l’elezione di 94 deputati dell’Afd al Bundestag che hanno l’ambizione di trasformare la loro formazione politica da partito di opposizione a forza di governo nel 2021, quel timore paventato da Vermes nel suo libro non pare essere molto lontano.

Perché in realtà il problema non è che Hitler (o chi per lui) possa ritornare. Il problema vero è perché, ancora oggi, è così spaventosamente probabile che tutto possa accadere di nuovo.

Autore

I’m a student of early modern history at the University of Pisa