“Aiutiamoli a casa loro!”

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Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro.

Lo slogan, postato sui canali social del Partito Democratico e pronunciato dal leader Matteo Renzi nei primi di luglio, sollevò un polverone sul centro-sinistra italiano, scatenando un conflitto tra le parti in gioco. L’indignazione e l’incredulità dei militanti sbigottiti dall’accaduto si alternavano alle accuse di plagio da parte della Lega Nord e di alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle, che rivendicavano “i diritti d’autore” su parole che li avevano fatti salire più volte alla ribalta della cronaca pubblica.

Il post pubblicato dai social del PD su Facebook del 7 Luglio di quest’anno.

Parole becere, conservative, talvolta definite razziste, perché viste come una chiusura nei confronti dell’alterità, della diversità e di tutti coloro che erano – e sono – continuamente sottoposti ad una equazione troppo semplicistica, ovvero quella dello straniero uguale nemico. Un individuo con il quale rivaleggiare per la propria sopravvivenza, una persona da combattere perché venuta a toglierci “ciò che è nostro”: l’amore della famiglia, la protezione della casa, la sicurezza del lavoro, il benessere del welfare state.

Ma per un momento avviciniamoci alla questione dell’immigrazione e dell’accoglienza con uno sguardo critico e oggettivo. Liberi dai pregiudizi. Senza le classiche (o forse superate?) etichette di destra e sinistra. Con l’obiettivo di affrontare il problema da un punto di vista teorico e con la consapevolezza che esso possa essere applicato, un giorno, anche nella realtà.

Nei talk show televisivi, nei discorsi dei politici, negli articoli dei giornali, generalmente gli immigrati vengono divisi in due categorie: da un lato quelli che fuggono dalla zone di guerra; dall’altro quelli che scappano da una critica situazione economica e sociale. I primi vengono considerati come i legittimi aventi diritto di asilo politico; mentre i secondi in molti casi sono etichettati come clandestini, personaggi contro i quali una buona parte dell’opinione pubblica si schiera contro.

Nel 2014 erano 322 mila gli immigrati impiegati nel settore agricolo in Italia. Molti sono stati accusati di lavorare al nero, riducendo i diritti sociali che precedentemente erano garantiti agli italiani.

Innanzitutto è necessario chiarire alcune cose riguardo alla presenza degli immigrati sul suolo italiano, per confutare falsità che vi sono state dette in merito. In primo luogo, bisogna tenere presente che il lavoro fornito dagli immigrati garantisce all’INPS un’entrata di 8 miliardi di euro e contribuisce per circa il 3% al PIL (Prodotto Interno Lordo) complessivo dello Stato, a fronte di una spesa di quest’ultimo di circa 3 miliardi di euro per il loro mantenimento. La fonte di questi dati è la finanziaria del 2016. In secondo luogo, i 35 euro, che la disinformazione fa passare come lo stipendio quotidiano concesso dallo Stato italiano a un singolo immigrato, sono in realtà la cifra che va alle cooperative che gestiscono l’accoglienza, quindi per pagare cibo, assistenza, operatori e strutture. In terzo luogo, gli immigrati, spesso denunciati come veicoli di malattie, non appena arrivano in Italia sono controllati e vaccinati. Fino ad oggi, infatti, non risulta nessun caso di epidemia partita direttamente dagli immigrati. In quarto luogo, al contrario della pretesa invasione che stanno subendo i paesi europei e, in particolar modo, gli stati che si affacciano sul Mediterraneo, rivendicata spesso da vari leader politici, in Europa su oltre 500 milioni di abitanti, solo il 7% è costituito da immigrati. In quinto luogo, per scalfire la polemica riguardo al fatto che “gli immigrati ci rubano il lavoro”, bisogna dire che in realtà agli immigrati sono riservati i lavori che la maggior parte degli italiani rifiutano. Solo il 7% svolge un lavoro qualificato. Infine, solo una minoranza della comunità di immigrati presente in Italia delinque. Basta pensare che dal 2004 al 2013 sono aumentate del 28% le denunce contro gli italiani, mentre le denunce contro gli stranieri sono diminuite del 6%. Le inchieste nel narcotraffico, per esempio, hanno coinvolto nel nostro Paese 40 mila persone: 27 mila italiani e 9 mila stranieri. Tutti gli individui coinvolti in queste inchieste lavorano per gruppi mafiosi italiani. Per concludere è giusto spiegare che la legge sullo Ius soli non è rivolta in maniera generalizzata a tutti gli immigrati, ma solo ai figli nati in Italia da genitori immigrati con regolare permesso di soggiorno, quindi con un lavoro e con un percorso di 5 anni nelle scuole italiane. Lo Ius soli serve a dare diritti a bambini a tutti gli effetti italiani, di nascita e di formazione.

Avendo ben presente tutto quello che è stato detto la domanda che è necessario porsi è la seguente: lo slogan “aiutiamoli a casa loro!” è corretto oppure no?

Se analizziamo questa frase liberata dalla sua etichetta politica e dal suo contenuto nella maggior parte dei casi ipocrita, è da ritenersi assolutamente giusta e corretta.

La religione della depredazione

Una religione mondiale praticata indiscriminatamente su tutto il nostro Pianeta. Per secoli abbiamo schiavizzato l’Africa, l’abbiamo depredata, depauperata di tutte le sue risorse. La ricchezza dell’Europa proviene in buona parte dal commercio schiavile transatlantico. Anni, decenni, secoli, durante i quali milioni di africani sono stati strappati dalla loro madrepatria, dalla loro terra natia, per essere portati in luoghi sconosciuti, in isole caraibiche e piantagioni americane, trasformate in inferni sulla Terra, dove la loro schiena era spezzata sotto il giogo della frusta dell’uomo bianco e le loro fronti grondanti di sangue procuravano il lavoro necessario al benessere delle classi agiate dell’Europa. Oro, argento, zucchero e svariati prodotti tropicali la cui vendita permise il finanziamento in buona parte delle industrie tessili europee e del capitalismo occidentale, che alimentava la sua sete di potere vendendo chincaglierie e oggetti di poco conto a capi tribù africani in cambio di altri schiavi. Questo, Signori, era il commercio triangolare. La ricchezza dell’Europa si basa sul genocidio e sulla diaspora africana. Tutto per il Dio denaro.

Il commercio triangolare tra Europa, Africa e America. Tra il XVI e l’inizio del XIX secolo circa 12 milioni di schiavi sono stati strappati dall’Africa per essere trasportati nel Nuovo Mondo.

Oggi, i fratelli africani cercano di riprendersi un pezzo di quella ricchezza che gli è stata sottratta salpando verso Lampedusa su barconi della morte, della disperazione e della sofferenza. I fratelli africani non devono essere obbligati a stare a casa loro, ma devono avere la possibilità di rimanerci, perché quella è casa loro. Ma, purtroppo, non hanno alcuna speranza a casa loro, perché nelle loro terre, oggi, ci sono immense imprese europee, americane, cinesi che corrompono classi dirigenti locali per avere appalti e concessioni ultramiliardarie e continuare così la depredazione di un bellissimo continente, costringendo i cittadini africani a cercare nuovi spazi e nuove opportunità. Non è solo la guerra il problema che attanaglia gli stati africani come ormai da decenni si ha in Somalia, Ruanda e Burkina Faso (per citarne solo alcuni). Ma anche le dittature militari rette dall’Occidente, che privano le popolazioni locali dei principali diritti sociali e civili; le costruzioni di fabbriche chimiche che a causa di rischi di esplosione e inquinamento non potrebbero mai essere costruite nei paesi ricchi; le centrali nucleari che fanno ammalare di cancro i bambini; le multinazionali petrolifere che annientano la vita; le dighe artificiali che dislocano e dividono milioni di famiglie; la costruzione di tante piccole industrie che cementificano fertili terreni secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre radioline o scarpe da ginnastica, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove, e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più campi per far crescere i frutti e gli ortaggi la gente muore di fame.

Dovremmo forse aiutare solamente chi fugge dalla guerra e lavarsi le mani di coloro che invece non hanno alimenti e cure mediche necessarie per sopravvivere? Ecco, allora, che alla luce di tutto questo è importante dire con forza e con convinzione “aiutiamoli a casa loro!”

Aiutiamoli a casa loro, affinché l’Africa abbia le scuole per garantire il diritto all’istruzione ai suoi figli.

Aiutiamoli a casa loro, affinché l’Africa abbia gli ospedali per curare la sua gente.

Aiutiamoli a casa loro, affinché in Africa siano introdotte quelle tecnologie agricole necessarie alla crescita della resa dei terreni fertili e all’aumento del cibo disponibile per sfamare tutti.

Aiutiamoli a casa loro, affinché l’Africa non sia più depredata e inquinata, sfruttata e saccheggiata, devastata e perennemente in conflitto, ma torni ad essere un luogo di pace e tranquillità, dove con spirito fraterno e comunità di intenti le persone siano in grado di pianificare un nuovo, roseo inizio.

Aiutiamoli a casa loro, affinché le case distrutte siano ricostruite, le famiglie divise possano finalmente riabbracciarsi, le persone strappate alla loro terra o costrette a fuggire possano ritornarci con la speranza di costruirsi una nuova vita, guardando al futuro con positività e ottimismo.

Questo “aiutiamoli a casa loro” significa lasciarli liberi di governarsi – o al massimo coadiuvarli nell’amministrazione della cosa pubblica senza secondi fini, ma per puro spirito di solidarietà –, non corrompere più la loro classe dirigente per favorire le nostre multinazionali e le nostre economie. In sostanza, diventare consci del fatto che alcuni stati africani potrebbero in tal modo diventare grandi potenze economiche e, in un futuro ipotetico, ribaltare i rapporti di forza militari e geopolitici a livello internazionale.

Una scuola collegata ad un ospedale a Tanguiéta, nel Benin, uno stato africano conosciuto nel passato con il nome di Dahomey e per essere stato uno degli attracchi principali dei mercanti europei per il commercio di schiavi. Oggi, in questa scuola costruita con soli 15 mila euro e connessa all’ospedale vi hanno accesso anche bambini con problemi di salute.

Ma siete davvero pronti, convinti, sinceramente desiderosi di questo?

Questa idea semplice, accattivante e molto logica esprime tutta la sua solidarietà per bocca di coloro che credono convintamente in un futuro diverso per l’Africa; ma sa di eterna ipocrisia nelle grida di quanti, invece, con la scusa dello “aiutarli in casa loro” vorrebbero lavarsi le mani del problema e lasciare gli africani a morire nelle loro terra, di fame, guerre o malattie, senza alzare un dito. Qual è il pensiero di Matteo Renzi? Del primo Umberto Bossi? Dell’ultimo Matteo Salvini? Di un qualunque esponente della destra vecchia e nuova? Forse un pensiero ipocrita e semplicistico.

Ecco, però, che se sottraiamo, estraniamo e analizziamo oggettivamente e criticamente la frase, troppo spesso pronunciata a scopi propagandistici, senza la volontà di attuare azioni concrete finalizzate ad un cambiamento radicale in senso positivo, si comprende come essa sia in realtà una soluzione possibile e degna di essere portata avanti con risolutezza. Gli stati del mondo e, in particolar modo, le potenze principali, così come le ONG e le istituzioni religiose, dovrebbero unirsi per affrontare una situazione estremamente complessa come quella che riguarda migrazione, povertà e sviluppo.

Il dramma dei morti nel Mediterraneo è tutto nel primato del profitto sull’umanità, dell’oro sul sangue. I soldi sono uno strumento non un fine. Sono un mezzo per avere quelle comodità che ci rendono piacevole questa avventura che è la vita, non certo l’obiettivo delle nostre esistenze. Lucrare sulla vita di milioni di persone, fare affidamento alla sola accoglienza, oppure lasciarli addirittura morire affogati non sono certamente la soluzione. Il primo è un fatto biasimevole e meschino; il secondo non è realistico a lungo termine, in quanto ogni stato ha una capacità limitata (mentre un’accoglienza pianificata e portata avanti con razionalità, sostegno solidale e contemporaneamente con politiche di aiuto, ove possibile, nei Paesi di provenienza, prendendo contatti con i loro governi è auspicabile e fortemente consigliata); il terzo, infine, è un genocidio di massa e un crimine contro l’umanità.

“I migranti non sono un pericolo, sono in pericolo.” (Papa Francesco)

Papa Francesco durante il viaggio apostolico in Africa. Quanto potrebbero fare ancora la Chiesa e tutte le altre istituzioni religiose del mondo se unite insieme nel lanciare il medesimo messaggio e a trasformare tale messaggio di amore in imponenti azioni concrete di carità?

Autore

I’m a student of early modern history at the University of Pisa