Il Venezuela di Maduro, storia di una crisi

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Il Venezuela è attraversato ormai da molti mesi da scontri e violenze estremamente dure, frutto di una tensione sociale a livelli altissimi e di una crisi economica senza precedenti.

I motivi delle proteste

Le tensioni nel paese sono iniziate a fine marzo, dopo che il Tribunale Supremo di Giustizia ha cancellato l’immunità dei deputati ed esautorato l’Assemblea Nazionale, composta in maggioranza dalle opposizioni, attribuendosi le funzioni del Parlamento. Il potere giudiziario si è arrogato con due sentenze il diritto di consigliare e legiferare. Il 31 marzo un gruppo di parlamentari dell’opposizione è stato aggredito da alcuni manifestanti filo-governativi mentre tentava di avvicinarsi al Tribunale Supremo di Giustizia di Caracas proprio per protestare contro la sentenza che ha attribuito a quest’ultimo i poteri legislativi dell’Assemblea Nazionale.

Il dietrofront di Maduro

Il giorno dopo il presidente Nicolás Maduro, consapevole del rischio che tale mossa avrebbe potuto scatenare una catastrofica crisi di politica interna, ha chiesto al Tribunale Supremo di Giustizia di rivedere la decisione di revocare e auto-attribuirsi i poteri all’Assemblea Nazionale. Ma il passo indietro del presidente non è bastato: il Tribunale ha risposto negativamente e i partiti avversi alla leadership di Maduro hanno annunciato che, davanti ad una mossa definita come “un colpo di Stato in piena regola”, avrebbero avviato la procedura per rimuovere i sette magistrati del Tribunale Supremo responsabili delle sentenze che avevano portato alla chiusura del Parlamento. Così il Venezuela è entrato in una spirale di manifestazioni e proteste, sfociate in scontri tra le forze dell’ordine e i manifestanti, che hanno provocato percosse, maltrattamenti, decine di morti, e hanno visto scendere in piazza più di 100 mila persone solo a Caracas.

L’uscita dall’Osa

Il 28 aprile la ministra degli Esteri venezuelana, Delcy Rodriguez, ha annunciato l’uscita del Paese dall’Organizzazione degli Stati americani (Osa), un’organizzazione internazionale il cui principale scopo è promuovere il dialogo multilaterale per salvaguardare la pace e migliorare le condizioni sociali ed economiche del continente. Il motivo scatenante è stata la convocazione di un vertice dei ministri degli Esteri dell’Osa per esaminare la situazione del Paese: prima del voto il delegato venezuelano aveva chiesto la sospensione della sessione e aveva dichiarato che se il vertice fosse stato approvato il Paese avrebbe dato inizio alle pratiche per lasciare l’Organizzazione.

L’Osa ha insistito con le sue azioni intrusive contro la sovranità della nostra patria e dunque procederemo a ritirarci – ha detto la Rodriguez.

Delcy Rodríguez (48 anni), politica e avvocatessa venezuelana. Titolare del Ministero degli Esteri.

L’Assemblea costituente proposta da Maduro

Circa un mese dopo, sono state annunciate le elezioni per l’Assemblea costituente promossa dal presidente Nicolás Maduro per riscrivere la Costituzione e presentata come “un’opportunità per tutti coloro che vogliono la pace e il progresso in Venezuela”. Per le opposizioni però si tratta di “una truffa inventata solo per distruggere la Costituzione attuale e cercare di fuggire così all’inesorabile verdetto delle elezioni”. Secondo la proposta che il governo ha presentato al Consiglio nazionale elettorale, l’Assemblea sarà composta da 540 membri, 364 dei quali eletti su base territoriale e i restanti scelti dai diversi settori sociali, come operai, contadini, pescatori, studenti, portatori di handicap, indigeni, pensionati, imprenditori.

Il referendum delle opposizioni

È in questa cornice che ha preso forma il referendum informale del 16 luglio contro i piani di Maduro di riscrivere la costituzione, che ha visto alle urne più di 7,1 milioni di persone di cui il 98,4% si è espresso contro il presidente. La mobilitazione è nata al di fuori degli ufficiali meccanismi elettorali per volontà della Mud (Mesa de la unidad democratica), il fronte dell’opposizione al quale partecipano una trentina di partiti, gruppi e movimenti “antichavisti”. Anche in questa occasione non sono mancate le tensioni e gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine.

Scontri e vittime nella giornata del voto

Il voto per eleggere l’Assemblea costituente svoltosi il 31 luglio ha visto, secondo i dati ufficiali, un’affluenza del 41,5%, mentre l’opposizione parla di un’astensione dell’87%. In sostanza, la Commissione nazionale Elettorale del Venezuela ha dichiarato che circa 8 milioni di persone sono andate alle urne, ma chi non ha partecipato dice che i numeri sono contraffatti e che solo il 12% dell’elettorato, poco più di 2 milioni di persone, ha espresso la sua preferenza. Nel corso della giornata elettorale il bilancio degli scontri è di 13 morti.

Nicolás Maduro (54 anni), presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, già Ministro degli Esteri (2006-2013) e vice-Presidente (2012-2013) sotto Chavez.

La fermezza del Presidente

Intanto il presidente Maduro, forte della vittoria, ha annunciato che l’Assemblea costituente servirà per prendere misure contro il Parlamento, la Procuratrice Generale, i dirigenti dell’opposizione e la stampa indipendente. Alcuni li hanno visti come segnali di una svolta autoritaria, altri come una presa di posizione per salvare una situazione ormai in netto declino. Negli ultimi giorni le forze di sicurezza hanno circondato l’ufficio della Procuratrice Generale, Luisa Ortega Diaz, che è stata rimossa dal suo incarico e sostituita con Tarek William Saab. L’allontanamento è stato deciso dal numero due del partito chavista, Diosdado Cabello, ed è stata necessaria per il rispetto della carta costituzionale. La Corte suprema del Venezuela l’8 agosto ha annunciato la condanna a 15 mesi di carcere per il sindaco del Municipio di Chacao, Ramon Muchacho, nell’est di Caracas, roccaforte dell’opposizione: l’accusa di non aver evitato le manifestazioni, bensì di averle fomentate. In molti hanno visto queste come mosse per accentrare progressivamente il potere nelle mani del leader unico. In tal senso il paese sudamericano, in seguito a una riunione dei ministri degli esteri del mercato comune dell’America del Sud tenutasi in Brasile, è stato sospeso dal Mercosur per il mancato rispetto della “clausola democratica”. Lo hanno deciso i ministri degli esteri di Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay.

La sospensione del Venezuela è stata applicata a seguito delle azioni del governo di Nicolas Maduro e rappresenta un appello per l’avvio di un processo di transizione politica e restaurazione dell’ordine democratico,

 sottolineano in una nota i ministri degli esteri dei quattro paesi del Mercosur.

A sinistra Luisa Ortega Díaz (59 anni), a destra Diosdado Cabello (54).

Avversari e sostenitori di Maduro

Davanti a questi fatti le posizioni assunte dagli stati americani sono state divergenti. È quasi unanime la condanna dei Paesi dell’America Latina che hanno annunciato il non riconoscimento del voto: il presidente del Perù Pablo Kuczynski ha convocato una riunione di ministri degli Esteri americani alla quale hanno già confermato la partecipazione Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Honduras, Messico, Panama e Paraguay. Il sostegno a Maduro, invece, è arrivato dalla Bolivia di Evo Morales, il Salvador di Salvador Sánchez Cerén, il Nicaragua del sandinista Daniel Ortega e la Cuba di Raùl Castro, che in una lettera ha accolto con giubilo l’insediamento di un’Assemblea costituente e l’inizio di un nuovo processo per il Venezuela, commentando:

Sicuramente ci saranno giorni di forte lotta, di assedio internazionale… ma anche di creazione e lavoro per i rivoluzionari e il popolo venezuelano, che non sarà solo e avrà i cubani in prima fila nella solidarietà militante.

Dalla parte di Maduro si è schierato anche Diego Armando Maradona. Il pibe de oro, infatti, non ha mai nascosto le sue simpatie per i leader della sinistra sudamericana, da Ernesto “Che” Guevara al géneral Hugo Chávez, manifestando la sua solidarietà per il presidente venezuelano e dichiarando entusiasticamente dal suo profilo Facebook:

Siamo chavisti fino alla morte. E quando Maduro ordina, io mi vesto da soldato per un Venezuela libero, per combattere contro l’imperialismo e quelli che tentano di impossessarsi della nostra bandiera, che è la cosa più sacra che abbiamo. Viva Chávez!!!! Viva Maduro!! Viva la rivoluzione!!! Viva i venezuelani veri, non quelli interessati e coinvolti con le politiche di destra.

“Somos chavistas hasta la muerte. Y cuando Maduro ordene, estoy vestido de soldado para una Venezuela libre, para pelear contra el imperialismo y los que se quieren apoderar de nuestras banderas, que es lo más sagrado que tenemos.
Viva Chávez !!!!
Viva Maduro!!
Viva la revolución!!!
Vivan los venezolanos de pura cepa, no los venezolanos interesados e involucrados con la derecha.
Diego y Rocío.”

Maduro, dittatore o democratico? La crisi interna frutto della guerra economica petrolifera

Dittatore o democratico? Tiranno arbitrario o padre della patria? Lìder maximo o chavista difensore delle libertà del popolo? La stampa occidentale lo sta disegnando come un despota geloso del potere, quella di sinistra come un martire davanti alle potenze imperialiste e capitaliste rappresentate dagli Stati Uniti d’America. Nicolás Maduro sembra essere tutto e il contrario di tutto. In quanto capo dell’esecutivo venezuelano ha dovuto affrontare una crisi di politica interna che è il risultato chiaro e palese di una sostanziale catastrofe economica. In questi anni il paese sudamericano ha dovuto far fronte alla battaglia per il prezzo del petrolio attuata dall’Arabia Saudita per affondare l’economia iraniana e che ha finito per mettere in ginocchio proprio il Venezuela. Riyad alla fine del 2015, infatti, ha deciso di aumentare la produzione di petrolio, diminuendone drasticamente il costo sul mercato internazionale. Tutto questo era volto a colpire principalmente l’Iran, la diretta competitor dei sauditi sullo scenario mediorientale, e a minare l’influenza della Russia, dipendente dalla vendita dell’ “oro nero”. Tuttavia questa strategia ha finito per colpire altre nazioni produttrici di petrolio, come l’Angola, la Nigeria, la Libia (già fortemente in crisi per motivi di politica interna) e il Venezuela. L’economia del paese che fu di Chavez, infatti, dipende grandemente dalla vendita e dalla produzione di petrolio: il 96% delle esportazioni totali e oltre il 40 % del reddito statale. Il Venezuela, quindi, soffre una crisi politica che è il frutto della crisi economica, in quanto l’inflazione si attesta al 700 % e ha un prodotto interno lordo (PIL) più di un terzo al di sotto dei livelli del 2013. 

Qui Maduro con il re dell’Arabia Saudita, Salmān.

La situazione è così degenerata. Molti venezuelani sono in fuga dal paese. Le richieste di asilo politico di cittadini venezuelani in territorio brasiliano hanno superato la quota di 6 mila dall’inizio dell’anno allo scorso giugno. Gli Stati Uniti e l’ONU hanno aumentato le loro pressioni su Maduro e il governo. La perdurante crisi economica ha distrutto la classe media e messo in ginocchio ampi strati sociali. Questo è il momento di recuperare credibilità internazionale, di aiutare l’assestamento economico di un Paese in netta difficoltà, di trovare una soluzione politica democratica e di risollevare un popolo dalle macerie di una crisi economica, prima ancora che politica, scatenata da quei poteri che non hanno cura che per i loro interessi privati.

Autore

I'm a student of early modern history at the University of Pisa