Nirvana: cyberpunk all’italiana

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Gabriele Salvatores nel 1997 ha fatto un film cyberpunk, con Sergio Rubini nei panni di un hacker con telecamere al posto degli occhi che sproloquia in barese. Non siete corsi a vederlo? Ok, allora leggete che vi dico due cosine in più.

IL FILM

Jimi (un Cristopher Lambert leggermente imbolsito da Highlander) è un programmatore di videogiochi ricchissimo al lavoro sulla sua ultima fatica, Nirvana, che ne ritarda la consegna perchè ossessionato dall’abbandono della compagna. Pochi giorni prima di Natale un virus pare aver infettato la beta del gioco rendendo il suo protagonista cosciente di sé e della sua natura digitale, cosa che lo porta a chiedere a Jimi di farsi cancellare in tutte le sue copie. Il nostro eroe parte allora alla ricerca di un modo per hackerare il sistema di computer della corporation committente, al cui interno si trovano tutte le copie di backup di Nirvana. Jimi finisce così nelle zone più povere e pericolose del suo mondo, per trovare un hacker in grado di aiutarlo nell’impresa.

Il nostro eroe con un visore per l’internet

La trama riprende tutti i topoi del genere, il mondo come unico agglomerato urbano comandato dalle corporazioni, l’influenza delle metropoli asiatiche (Hong Kong e Tokio su tutte) per l’aspetto delle città, l’idea del mondo digitale come una realtà alternativa con cui fondere la coscienza e gli hacker, ultimi veri rivoluzionari in un mondo di sudditi. Nonostante la sceneggiatura – dello stesso Salvatores – non brilli per originalità, l’insieme tiene e tutto fila liscio fino alla fine, lasciandoci così spazio per ammirare lo straordinario lavoro fatto sulle immagini.

Salvatores si muove con compostezza e rigore fra corpi ed ambienti, facendo uso abbondante di teleobiettivi , “schiacciando” i piani delle inquadrature più ampie e creando quadri suggestivi degli stupendi set. Questi – realizzati nell’ex stabilimento Alfa Romeo del Portello, allora ancora in fase di demolizione – forti di un ricco budget italo-francese, stupiscono per la perizia e la cura con cui sono realizzati, al punto che non sfigurano se paragonati con produzioni statunitensi contemporanee (Johnny Mnemonic e altri). L’insieme degli ambienti, dai quartieri-città etnici alla rappresentazione dello spazio virtuale, pur richiamando a Blade Runner e testi simili dimostrano una certa ispirazione e gusto dei tecnici coinvolti.

“Birra! la bevanda preferita in centro”

LE FACCE E QUALCHE NEO

Il cast, salvo il monolitico Lambert e qualche personaggio minore, è principalmente italiano ed annovera volti noti del cinema e della televisione degli anni Novanta. Alcuni, come il già citato Sergio Rubini o Diego Abatantuono, riescono a rubare la scena al protagonista tanto sono in forma ed adatti alla parte, ma altri sono decisamente meno azzeccati, come Claudio Bisio nel ruolo di pusher/taxista o Paolo Rossi recensore di nuove droghe (eh già).

L’effetto qua e là è involontariamente comico e, insieme alla sottotrama romantica, rovinano un po’ l’atmosfera di un prodotto confezionato altrimenti con una perizia notevole e – questo il dato più interessante – pensato e realizzato per funzionare anche fuori dall’Italia. Nonostante certi riferimenti siano leggibili solo dal pubblico nostrano (l’accento barese di Rubini, Silvio Orlando ed altri volti noti come comparse) e certi effetti di manipolazione video o di CGI visti oggi sembrino invecchiati o poco efficaci, Nirvana è una testimonianza importante di un momento in cui la nostra macchina produttiva dimostrò di avere tecnici e capacità al pari dei colleghi statunitensi e di essere in grado di realizzare un film che coniugasse la visione di un autore – Salvatores anche qui non rinuncia a insistere sul viaggio come evasione da un quotidiano opprimente, grande ossessione di tutta la sua prima fase produttiva – all’appeal commerciale necessario per conquistare il pubblico di massa.

Come andò la faccenda alla fine?

DOPO

Nirvana fu un successo clamoroso in Italia ma perse di misura sul mercato internazionale, dividendo pubblico e critica. Essendo stato il primo esperimento di fantascienza ad alto budget italiano (i grandi film del genere degli ann Sessanta-Settanta erano decisamente più artigianali) lo smacco fu tale da impedire che venissero più messi in cantiere progetti di questi tipo, relegando la fantascienza italiana a produzioni più piccole e/o indipendenti, incapaci spesso di funzionare anche ai botteghini nazionali.

Autore

Volevo avere la classe di Charlie Rose, per ora ho solo la panza di Vincenzo Mollica.