La Libia verso la pace: l’incontro Macron, Sarraj e Haftar

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«Penso che oggi il processo di pace in Libia abbia fatto grandi progressi»

Sulla scena libica irrompe sua maestà Emmanuel Macron, e da politico rampante, esperto di relazioni internazionali, in poche ore sembra aver posto una pietra miliare per l’inizio del lungo processo di pace che dovrà portare la stabilità nel complicato scenario libico.

Dopo un tour regionale in Medio Oriente che aveva visto il presidente francese e il suo ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian incontrare le principali autorità di Egitto e Emirati Arabi, il pomeriggio del 25 luglio, Macron ha convocato al castello di La Celle-Saint-Cloud, alle porte di Parigi, i due più importanti contendenti libici: il presidente del Consiglio presidenziale di Tripoli, Fayez Al Sarraj, riconosciuto come premier del paese nordafricano dalla comunità internazionale, e il comandante dell’Esercito nazionale libico, Khalifa Haftar. Entrambi, alla presenza del capo di stato francese, hanno firmato una dichiarazione congiunta con la quale hanno accettato di agire all’unisono per garantire la fine di un conflitto, che da ormai sei lunghi anni imperversa in Libia, spargendo morte e sangue tra la popolazione, e indire libere elezioni presidenziali e parlamentari nella primavera del 2018.

Al centro il presidente francese Emmanuel Macron, a sinistra il primo ministro libico Fayez al-Sarraj e a destra il generale Khalifa Haftar, comandante dell’esercito nazionale libico.

Chi ha vinto e chi ha perso?

Chi esce vittorioso dall’incontro parigino è certamente il generale Haftar, che, già in pieno controllo della Cirenaica, ha ricevuto il consenso per continuare la sua guerra contro i terroristi, le truppe dell’Isis e gli islamisti radicali, come sono definiti tutti coloro che si oppongono fortemente alla sua leadership.

Al Sarraj ha dovuto constatare l’affermazione anche a livello internazionale del suo rivale interno in Libia, riconoscendone il reale controllo sul Paese. Haftar, infatti, viene da un filotto di vittorie militari che lo hanno incoronato come il detentore delle maggiori risorse del paese e dell’esercito più numeroso, meglio addestrato e più rifornito: la conquista della base aerea di Jufra dalla quale può tenere sotto scacco le maggiori città libiche, la “liberazione” di Bengasi dagli islamisti e il ritiro dal sud del paese delle milizie di Misurata a lui avverse. Questo è il risultato del sostegno emiratino-egiziano, ma anche francese nel caso di Bengasi. Queste vittorie hanno consacrato Haftar come attore internazionalmente riconosciuto, che ha avuto il privilegio di essere ricevuto in una delle maggiori capitali del mondo, e come l’unico in grado di porre fine al conflitto e unire il paese grazie alle truppe a lui fedeli. Al Sarraj rischia di non avere chance alle elezioni del prossimo anno e potrebbe finire per ricoprire un ruolo di secondo piano.

Il vincitore indiscusso è senza dubbio Macron

Nonostante i ringraziamenti “all’amico Gentiloni” e all’Italia che per mesi ha lavorato ai fianchi della Libia, il président alla fine ha piazzato il colpo del k.o. tecnico, rafforzando l’immagine della Francia e relegando in secondo piano l’apporto di Roma, che aveva ricevuto il mandato di risolvere la questione libica direttamente dall’Onu, con il beneplacito statunitense. Qualcuno potrebbe dire che «a quanto pare anche i più illusi si stanno rendendo conto di come sta agendo Macron»: indisponibile quando Roma gli ha chiesto aiuto per la questione migranti, inflessibile davanti alle persone che chiedevano di passare liberamente, ha chiuso la frontiera con Ventimiglia, vietato l’approdo delle navi delle ong nei porti francesi, lasciato l’Italia da sola nel momento del bisogno. Infine ha alterato le intese diplomatiche sulla Libia, che si trova in quella situazione per una scellerata decisione presa proprio dalla Francia (di Sarkozy) e dalla Gran Bretagna con l’appoggio silente dell’Italia dell’allora presidente Napolitano e di un premier, Silvio Berlusconi, che pur criticando l’entrata in guerra contro il regime di Gheddafi alla fine l’ha accettata senza opporsi efficacemente.

Alla ricerca della grandeur

Macron con questo accordo e con la sua realpolitik sul tema immigrazione sembra far leva sulla debolezza dell’Italia per imporsi come personaggio principale nella politica internazionale europea e mediterranea. Insomma, il giovane rampollo della politica francese, diventato presidente della République, non ha perso tempo a mostrare la sua vera faccia. L’emblema della rappresentazione di questa nuova ricercata grandeur nazionale è stata raggiunta nel giorno della festa nazionale, il 14 luglio, quando Macron, dimostrando ipocritamente la sua fedeltà ai sacri valori di liberté, egalité, fraternité, ha sfilato alla parata militare di Parigi, con accanto il suo ospite d’onore, Donald Trump. Una bella sfilata, una manifestazione di apertura, un giorno da Je suis egoiste.

Non restare a guardare

Nonostante questo, però, bisogna ammettere che davanti all’immobilismo della politica italiana, in cui un governo senza il timbro degli elettori si sta trascinando fino alle prossime elezioni del febbraio 2018, dove la poca destrezza del ministro Alfano e del premier Gentiloni nell’affrontare la crisi libica è risultata palese, dove i partiti perdono tempo in litigi inutili sulle paternità delle riforme o sul fatto se tra Pisapia e Renzi esista veramente una differenza o meno dimenticandosi dei temi politici, economici e sociali come il lavoro, i diritti civili e il benessere collettivo, Macron si è dimostrato pronto, ha preso le redini dell’operazione e nel corso di un incontro ha sancito un accordo tra le parti. Ragion di stato o realpolitik,  il presidente francese ha agito nell’interesse del suo Stato e, nel caso in cui veramente si arrivasse ad una pace duratura nel paese nordafricano, anche nell’interesse comune sia dell’Unione europea, sia, soprattutto, del popolo libico e degli immigrati. I libici, infatti, potranno avere quella libertà e quella stabilità politica che di fatto non hanno mai avuto, mentre i flussi migratori potranno essere meglio controllati, ritornando a una situazione pre-2011, quando per l’Italia e l’Ue la situazione era certamente più gestibile e il trattamento degli immigrati sicuramente molto migliore.

La situazione in Libia nel 2011, agli inizi del conflitto (da Limes)

La pace in Libia

Detto questo, però, resta ancora tutto da vedere. La pace deve essere raggiunta concretamente: le promesse in questo senso devono essere trasformate in solide realtà. E Macron deve comprendere che al di là della ragion di stato, quando si vive all’interno di una comunità come è sulla carta l’Unione europea, la solidarietà nei confronti degli alleati in difficoltà deve essere messa al primo posto. Solidarietà e competenza per agire razionalmente nell’interesse comune. Macron ha dimostrato di sapere come agire, dimenticandosi di essere solidale.

La Francia in Libia ha fatto quello che le riesce fare meglio e che gli italiani sono, al contrario, storicamente incapaci di fare: perseguire e difendere i suoi interessi, indipendentemente da tutto il resto. Macron, a differenza della leadership governativa italiana, ragiona sui temi e agisce di conseguenza. Come può essere giudicato per questo? In Libia si stabilizzerà effettivamente la situazione? Si creerà un governo democratico oppure si avrà un governo fantoccio dell’Occidente? Solo la storia potrà dirci che cosa succederà.

Autore

I’m a student of early modern history at the University of Pisa