Breve epitaffio su George A. Romero

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George Romero ci ha lasciati e mi sento orfano, tutto qua.

Non occorre spendere troppe parole in occasione della morte di un maestro del cinema mondiale. Un maestro che ha saputo parlare a tutti con storie dal linguaggio comune, spoglio, diretto eppure denso di significato. Applicandosi al genere, a quello che ipocritamente è stato troppo tempo considerato cinema di serie B.

Con i suoi zombie lenti ma implacabili Romero ha trasformato l’horror. Perché quei mostri siamo noi: una massa decerebrata che si nutre di cervello e si attacca a sciocche reminiscenze del passato umano, sempre sotto il controllo e le direttive dei mass media. Essi trasfigurano infatti  le storture del genere umano del nostro tempo: la paura per la guerra in Vietnam (La notte dei morti viventi), il consumismo (Zombie, tit. or. The Dawn of the Dead), la dipendenza dalla droga e la critica al cattolicesimo (Martin tradotto Wampyr, una delle poche pellicole senza morti viventi), il militarismo reaganiano con il meraviglioso Il Giorno degli Zombie (The day of the dead), fino alla dittatura dell’immagine e del “tutto in campo” con Cronache dei morti viventi (The diary of the dead).

Romero ci lascia orfani del felice connubio tra umorismo e cinismo (che fa il paio con un’altra grande perdita di questi giorni, cioè Paolo Villaggio), di un cinema militante ma non tronfio (virtù rarissima) e di una creatività inesausta che è stata capace di rinnovare completamente un genere con pochissimo budget.

Ciao George, torna tra noi, possibilmente zombie.

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Excusatio non petita, accusatio manifesta.