CETA e JEFTA: il pericolo è alle porte?

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Negoziati economici di portata globale vengono portati avanti in gran segreto da anni

All’insaputa dei cittadini potrebbero essere stipulati nei prossimi giorni accordi destinati a cambiare radicalmente lo stile di vita di milioni di persone. Ecco allora perché è necessario comprendere l’importanza dei due trattati che i parlamenti nazionali dell’Unione europea sono chiamati a votare proprio in estate, lontani dalla stampa, distanti dalle critiche, all’oscuro della volontà dei cittadini, protagonisti reali e non secondari del cambiamento in atto.

Il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) e lo JEFTA (Japan-EU Free Trade Agreement)

Accordo economico commerciale comprensivo e l’Accordo del libero mercato nipponico-europeo, sono due trattati di libero scambio in atto di approvazione con l’obiettivo di attuare una reciproca integrazione dei mercati di UE e, rispettivamente, Canada e Giappone. L’abolizione della maggior parte dei dazi doganali, la liberalizzazione del mercato, la creazione di un bacino di scambio economico-commerciale di vasta portata hanno lo scopo, secondo i sostenitori del progetto, di rilanciare la crescita e l’occupazione.

Ma a quale prezzo?

Esattamente un anno fa, il 9 giugno 2016, scrissi un articolo sulle minacce rappresentate dalla possibile accettazione del TTIP e delle famigerate clausole ISDS, un accordo che se fosse stato confermato avrebbe pericolosamente ridotto gli standard di salute e la sovranità dei cittadini, violando diritti e principi difesi dalle costituzioni dei paesi europei e dalla Carta dell’Unione. Il CETA e lo JEFTA sono una riproposizione mascherata di quelle minacce, di quella riduzione dei diritti, di quel neoliberismo selvaggio e incontrollato che mette al centro il profitto delle aziende, dimenticandosi delle persone.

Le proteste

La politica commerciale europea deve rappresentare un volano per rafforzare i nostri diritti sociali e per la salvaguardia del pianeta, non uno strumento per tutelare interessi economici privati e fini a sé stessi. Dietro alla celebrazione degli stretti rapporti tra UE, Canada e Giappone, dietro alle promesse di spingere l’export made in Italy verso lidi estremamente ricchi, dietro l’utilizzo della mediatica alleanza con il presidente Justin Trudeau per fare bella figura come gli alfieri della lotta ai cambiamenti climatici in chiave anti-Trump, c’è ben altro. L’Italia e l’UE, purtroppo, mistificano la realtà dei fatti. Due di queste convinzioni, infatti, sono assolutamente propagandistiche e infondate. Ed è proprio per manifestare il loro dissenso contro un accordo deleterio che Coldiretti, Greenpeace, Slowfood, Cgil, Arci, Acli terra, Legambiente e le principali associazioni per la tutela dell’ambiente e dei diritti dei consumatori sono scesi in piazza martedì scorso a Roma. 

Cosa prevede il CETA

Il CETA è spacciato come un accordo che porterà all’aumento delle esportazioni di prodotti di alta qualità europei e italiani, dimenticandosi, per esempio, che il Quebec non ha ancora stipulato l’accordo di libero scambio con le altre province del Canada. Inoltre, i negoziatori canadesi, lungi dall’accettare l’importazione di 18 mila tonnellate di formaggi prodotti in Europa, hanno deciso che il 60% della quota degli acquisti aggiuntivi di alimenti fosse riservata ai produttori e ai trasformatori lattiero-caseari domestici. Il rischio, quindi, è che pochi prodotti europei riescano ad insediare realmente il mercato canadese, sia per le opposizioni politiche di alcuni stati, sia per l’alto costo a causa della migliore qualità degli alimenti nostrani. Al contrario, i supermercati europei saranno molto probabilmente inondati da prodotti alimentari canadesi venduti a basso costo e di peggiore qualità, come certificato dall’OMS (Organizzazione Mondiale per la Sanità). Basti pensare che in Canada sono considerati perfettamente legali 99 principi attivi, tra i quali glifosate e paraquat, che l’Italia ha messo fuorilegge vent’anni fa, dopo numerosi morti bianche di braccianti.

Polli al cloro, maiali agli steroidi e verdure OGM

Tutti i negoziatori europei al momento lo negano, ma il CETA, così come lo JEFTA sulla falsariga del TTIP, potrebbero spalancare le porte a polli al cloro, maiali imbottiti di steroidi, mucche allevate ad ormoni, vitelli bombardati di antibiotici, latte arricchito con l’aceto al posto dei fermenti lattici, verdura OGM, frutta trattata con potenti pesticidi, che troveremo tranquillamente sotto casa. Senza dimenticare il danno in termini occupazionali: la Tuft University statunitense ha calcolato che tra i 30 e i 230 mila posto di lavori sarebbero a rischio in Italia con l’entrata in vigore della CETA e della JEFTA.

Trudeau, il paladino della lotta al cambiamento climatico (?)

Ma questo non è tutto. L’accettazione di tale accordo farebbe fare un passo indietro anche sui temi ambientali, rinnegando in gran parte la Cop21 di Parigi, che i grandi del mondo appartenenti al G7 si erano impegnati a rispettare – con l’unica eccezione rappresentata dagli Usa -. Trudeau, il premier del Canada, presentato come il paladino della salvaguardia del pianeta, ha deciso di non curarsi del global warming, consentendo così al suo paese di aumentare le emissioni di anidride carbonica proveniente dallo sfruttamento dei combustibili fossili e dall’aumento della produzione di petrolio dalle sabbie bituminose almeno fino al 2030. Il paese della foglia d’acero elargisce, attualmente, 3,3 miliardi di dollari all’anno di sussidi pubblici per il depauperamento delle risorse non rinnovabili con l’inevitabile innalzamento dell’inquinamento complessivo. Inoltre lo stesso Trudeau ha stanziato poco più di 8 miliardi per la costruzione dell’oleodotto Keystone XL, destinato ad aumentare il trasporto di petrolio verso gli Stati Uniti. Cosa lo differenzia da Trump in materia ambientale, per presentarlo come testimonial credibile della lotta ai cambiamenti climatici?

Al centro il primo ministro canadese Justin Trudeau, alla sua sinistra il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e a destra il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker.

Le due alte cariche dell’UE con il premier giapponese Shinzo Abe.

Il CETA: l’Italia verso l’accettazione, la Francia e la Spagna contrarie

Il CETA è stato discusso tra il 2009 e il 2014. Il 30 ottobre 2016 l’UE ha firmato il Trattato e il 17 febbraio di quest’anno il Parlamento europeo lo ha ratificato con 408 voti favorevoli e 254 contrari. Per entrare definitivamente in vigore deve essere approvato dai parlamenti dei 27 stati dell’Unione. Se l’Italia ha deciso di correre velocemente verso l’accettazione del trattato, 106 parlamentari francesi, in gran parte socialdemocratici e verdi hanno invece fatto ricorso alla Corte costituzionale, la cui pronuncia in merito è attesa per metà luglio, mentre numerosi socialisti spagnoli e Podemos hanno dichiarato che non ratificheranno  mai un trattato deleterio per la salute dei cittadini.

Perché no ?

La CETA, infatti, non prevede solo l’abolizione dei dazi doganali, ma soprattutto l’eliminazione delle “barriere non tariffarie”,  ovvero norme tecniche standard e criteri di conformità dei diversi prodotti di cui gli Stati si dotano per proteggere la salute, l’ambiente, i consumatori e i lavoratori. Inoltre l’introduzione della clausola ICS (Investor to Court System), sulla falsariga dell’ISDS, permetterà ai grandi investitori stranieri di tutelare i propri interessi commerciali di fronte a tribunali privati a scapito della protezione della salute dei cittadini e della difesa dei diritti dei lavoratori. Lo JEFTA presenta addirittura norme riguardo alle “corti speciali” estremamente più deboli rispetto a quelle contenute all’interno del CETA e, se venisse siglato, potrebbe essere l’accordo commerciale più grande sottoscritto dall’UE, coprendo un volume commerciale pari al doppio del trattato con il Canada. Così, riducendo la cautela e la prevenzione, si rischia di aumentare le patologie fisiche, le tensioni sociali e le diseguaglianze economiche.

Nuove norme: ecco quelle necessarie

Per riuscire ad avere un sistema commerciale trasparente, giusto ed equo, la globalizzazione deve assolutamente  essere governata da regole. Queste regole devono rispettare i valori nazionali e culturali, consentire uno sviluppo sostenibile e attuare efficacemente gli obiettivi degli accordi delle Nazioni Unite quali l’Accordo sul clima di Parigi, la Convenzione sulla Biodiversità e gli obiettivi di sviluppo sostenibile. I trattati ambientali, gli accordi sui diritti umani e gli standard internazionali del lavoro devono avere la precedenza sulle norme commerciali, ma prima di tutto deve essere garantito che il commercio operi a favore delle persone e del Pianeta, e non il contrario.

Molti cittadini in queste settimane stanno istituendo commissioni di studio, audizioni nazionali, barricate contro CETA e JEFTA: due accordi, due trattati, due progetti commerciali che potrebbero avere effetti di portata globale sulla vita quotidiana di ogni persona. Ecco perché è di fondamentale importanza ricordarsi che vivere con dignità è un diritto, riconoscere e difendere tale principio un dovere.  

Autore

I’m a student of early modern history at the University of Pisa