House of Cards, un successo superato dalla realtà

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Sono passati ormai 6 mesi dall’elezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti. Già in questo breve lasso di tempo ci siamo resi conto delle scellerate politiche che ha applicato. Fa ancora più paura quello che ha promesso di fare e che ancora (per fortuna) non ha fatto. Ma il mio racconto vuole partire da qualche anno prima, il 2013 per la precisione. È l’inizio del secondo mandato Obama (grande fan della serie), ma per la storia che vi racconterò è l’inizio della lenta e inesorabile scalata al potere di Frank Underwood. Questa serie è il primo, grandioso esperimento di successo programmato ideato da Netflix. Remake americano dell’omonima serie inglese, a sua volta tratta da un romanzo di Michael Dobbs, House of Cards è nata unendo tre elementi molto graditi agli abbonati: la serie inglese, David Fincher e Kevin Spacey.

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Questi ultimi due figurano infatti come produttori esecutivi della serie, il regista ha diretto i primi due episodi, mentre Spacey interpreta il protagonista Francis “Frank” J. Underwood. Il tutto seguendo la sceneggiatura scritta da Beau Willimon. Sebbene sia un Original Netflix, purtroppo House of Cards non è disponibile nella versione italiana della piattaforma; ma è distribuita da Sky Atlantic. Ogni stagione è composta da 13 episodi, proprio come il numero di carte, per seme, in un mazzo da poker. Lo scorso 30 maggio è uscita l’attesissima quinta stagione.

La causa scatenante del ciclone Underwood

Dicevo prima che House of Cards inizia nel 2013, un mese dopo l’elezione del presidente democratico Walker. Frank Underwood, capogruppo dei democratici al Congresso; si aspetta di entrare nel gabinetto di governo per aver aiutato il presidente nella campagna elettorale. Il presidente ritiene però indispensabile il lavoro di Frank al Campidoglio, tanto che si rimangia la promessa di farlo diventare Segretario di Stato. La reazione di Frank non si fa attendere, e con la moglie Claire (Robin Wright), escogita un piano per vendicarsi dell’affronto subito. Il primo passo è quello di fare da fonte di indiscrezioni per la giornalista emergente Zoe Barnes (Kate Mara).

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Altri passi li fa creandosi attorno una cerchia di fedeli che lo aiutino in ogni circostanza. Come ad esempio il lobbista Remy Danton (Mahershala Ali), il deputato Peter Russo o il suo capo di gabinetto Doug Stamper (Michael Kelly). Il mestiere che Frank svolge al Congresso gli permette di conoscere ogni singolo deputato meglio di chiunque altro. In virtù di questo cercherà non solo di indirizzare ogni scelta dei deputati dalla sua parte, ma anche di spiccare agli occhi del presidente.

Attenzione! Nei prossimi paragrafi farò spoiler sulle prime 4 stagioni di House of Cards. Non continuate se non siete in pari!

Gli sviluppi verso il lato oscuro

Ogni stagione di House of Cards racconta un anno nella vita politica degli Stati Uniti. Ogni episodio è un passo verso l’obiettivo di Frank e Claire: non più “soltantoo” la segreteria di Stato, bensì la presidenza. Frank otterrà così nel giro di un anno la vicepresidenza, seguita l’anno dopo dall’impeachment che lo porterà a sedere nello Studio Ovale. Il ritmo della serie è lento ma costante, i dialoghi sono spesso inframezzati da lunghe pause e il tono è sempre solenne. Molte inquadrature ricordano per la luce tenue e per l’eleganza dei personaggi, i quadri del pittore americano Edward Hopper.

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Quella tra Frank e Claire non è una relazione comune. Più che esserci amore reciproco, i due sono accomunati dall’amore folle per il potere. Non è un particolare marginale il fatto che i due più volte si raccontino dei propri tradimenti senza battere ciglio. Il loro segreto è raccontarsi ogni segreto, in modo da vivere in simbiosi, come se fossero un’unica persona. Entrambi pensano ad una strategia, entrambi rischiano, entrambi vincono, entrambi perdono. Questo loro atteggiamento sfocerà nell’inaudita candidatura a presidente e vicepresidente nelle elezioni 2016.

Perché piace una serie sulla politica?

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Did you think I’d forgotten you? Perhaps you hoped I had.

Quello che una persona normale si domanda è come mai una serie che parla di politica sia così seguita e apprezzata. Chiaramente l’immensa bravura degli attori e di Fincher hanno contribuito, ma questo non basta. È qui che entrano in gioco le killer features, quegli accorgimenti che rendono House of Cards molto più fruibile. La prima e più evidente è sicuramente lo sfondamento della quarta parete da parte di Frank. Nel bel mezzo di dialoghi o discorsi, Frank rivolge lo sguardo a noi e ci rivela i suoi veri pensieri. Talvolta ci spiega didascalicamente cosa sta accadendo, talvolta ci regala massime memorabili.

Un altro elemento di rottura è quello dell’inserimento di atti di violenza e scene di sesso. Perché, come ci vuol far intendere la serie, la politica non si fa solo a parole o con i soldi. La politica è fatta di uomini, e in quanto tali – come spiegai nell’articolo su Westworld  sono inclini a questi due aspetti. Tutto ciò ci viene palesato già dalla primissima scena: Frank pone fine alle sofferenze ad un povero cane investito. Negli episodi successivi passerà senza indugio ad eliminare fisicamente coloro che non ritiene più utili alla sua causa, o addirittura pericolosi. Scopriamo così il motivo delle mani insanguinate nel manifesto della serie.

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Faccia a faccia con la realtà

House of Cards ha subito un’evoluzione negli anni così come si è evoluto il ruolo degli Underwood. Le prime stagioni si sono concentrate sulle politiche locali e le riforme interne al Paese. Con il passare degli episodi si è allargato il campo d’azione, passando per gli accordi economici con i Paesi esteri. Infine siamo arrivati nelle ultime stagioni alle questioni geopolitiche, in contemporanea con l’arrivo nel cast del presidente russo Petrov (Lars Mikkelsen), copia romanzata del presidente Putin. Non mancano poi i riferimenti alla realtà: il terrorismo dell’Isis (qui chiamato ICO); i raid visti in diretta nella situation room, le ingerenze esterne nelle elezioni e il muslim ban.

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Vedendo come stanno andando le cose nel mondo reale, è preferibile quindi Donald Trump o Frank Underwood? Meglio un grasso capitalista ignorante, o un arrivista sanguinario e spietato? Meglio una politica dell’odio verso il diverso, o una politica del (finto) terrore per distogliere l’attenzione dai veri problemi? Preferite un’elezione vinta con 3 milioni di voti in meno del tuo avversario, o una vinta a tavolino? Meglio una realtà insoddisfacente, o una fantasia che già dal titolo si sa già che è destinata a crollare come un castello di carte? A voi la scelta.

Autore

Vedo cose, ascolto tutto, sono attento ai dettagli e preciso per formazione. In realtà non sono mai stato serio in vita mia, ma nessuno è mai riuscito a darmi ragione.