L’amore Vol.1: la femme fatale

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Il tema iconografico dell’amore, nei secoli, passo dopo passo, dettaglio dopo dettaglio.

Oh, l’amore. Amore e perdizione, amore e morte, amore e passione. Cosa c’è di più conosciuto, banale e scontato dell’amore? Qualcuno che scrive un articolo riguardo l’amore. Dato che è un argomento talmente vasto e overrated, perché non analizzarne le varie sfaccettature nell’arte del XIX secolo?

E la prima figura amorosa da osservare è indubbiamente quella della donna. Ma non semplicemente donna, la donna seduttrice, femme fatale. Che fra fine Ottocento e inizi Novecento diventa un topoi ricorrente, ripescato dalla vecchia tradizione. Donna vista come diabolica e tentatrice, pericoloso mostro da cui stare alla larga. E forse l’aspetto più interessante risale proprio alla storia biblica, con il peccato di Eva. Ma non si tratta banalmente del singolo peccato, quanto di un Eva tentatrice e serpentina allo stesso tempo. Perché infatti, come nel quadro “Eve Tempted di John Roddam Spencer Stanhope, del 1877, il volto del serpente assume le sembianze del volto della stessa Eva. Una con-fusione che venne in realtà spesso utilizzata nel corso del Medioevo e ripresa in quest’ultimo periodo. Il Diavolo che diviene un tutt’uno con il peccatore, il tentato con il tentatore.

Ancora Eva, nel 1908, viene raffigurata da Franz Von Stuck con il suo “Peccato“.

Ma la raffigurazione femminea ha anche molte altre sfaccettature. Un altro esempio può essere dato da niente di meno che Edward Munch, con il suo “Vampire” del 1893. Originariamente presentato come “Amore e Dolore”, cambia il suo nome quando viene rinominato da un autore e ammiratore di Munch nel 1894. Una donna pericolosa quindi, vampiresca e notturna, capace anche quasi di fagocitare un uomo.

O ancora Salomè, la biblica figura che grazie alla sua danza si fece consegnare la testa di Giovanni Battista su un vassoio d’argento. Così Gustave Moreau la ripropone nel suo “L’apparizione” del  1874-76.

Il perché di un ritorno

Gli esempi potrebbero essere vastissimi (pensiamo a Klimt). Ma ciò che davvero colpisce è perché il soggetto femminile inizia ad essere sempre più spesso tenebroso e quasi disturbante? Che sia un caso che proprio in quegli anni si vadano costituendo una serie di immagini sempre più forti e autonome, quali la garçonne francese, la maschietta italiana, la flapper americana. Nuove figure femminili, nuove donne, accomunate da un’aura di indipendenza e di pulsioni sessuali. Ovviamente tale immagine non cancellò quella precedente della moglie e madre, angelo del focolare, ma la affiancò aumentando lo spettro di possibilità.

I movimenti femministi per la conquista del voto nel frattempo divennero pian piano più estesi. Inizia forse a farsi strada l’idea di una donna non assoggettata ai poteri del pater familias, ma via via più indipendente, autoritaria, in grado di scegliere la propria sessualità e la propria libertà. Che sia forse questo un motivo per averne paura?

 La bellezza dell’arte sta anche nel suo saper cogliere le dinamiche e i cambiamenti della società. E ha spesso una cadenza ciclica. Perché, come si suol dire, a volte ritornano. In un momento socio-culturale in cui ci si dimentica di una necessità egualitaria, certi ritorni fanno paura. E quando abbiamo paura di qualcosa di potente e immanente, come una liberalizzazione femminea, abbiamo davanti a noi due soluzioni: ignorarla o peggio, demonizzarla 

Autore

Sono una persona che ha molte difficoltà nel descriversi, meno difficoltà nel ciarlare ed infinite nel relazionarsi col mondo. Eterno ignorante, fra mille dubbi l’unica certezza rimasta è che la dieta la inizio lunedì prossimo.