Verità, giustizia, libertà: “La solidarietà salverà il mondo”

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Londra. Domenica mattina

La città è come sempre affollata di turisti provenienti da ogni parte del mondo. Ma l’atmosfera non è la stessa. Il cielo è scuro. L’aria è cupa. Il clima è teso. Un vento freddo soffia accarezzando il viso. Un velo nero di tristezza e di dolore, di paura e di incapacità di fronte a quello che è accaduto la sera prima ottenebra la capitale. È come se la natura capisse il momento, comprendesse lo stato d’animo delle famiglie che hanno perso i loro cari e decidesse di farsi partecipe della loro sofferenza. Sette morti e 48 feriti. Le cifre ormai finiscono per perdersi davanti all’ennesimo attentato che ha mietuto vittime innocenti. L’ennesimo atto barbarico che con spietata brutalità ha ucciso delle persone, bloccato una città, impaurito una nazione, terrorizzato un popolo.

“Without Truth there can be no Justice. Without Justice there can be no Freedom.”

Religione e politica

Come sempre davanti a queste azioni criminali, commesse da pazzi che trattano l’Islam non come una religione bensì come un’ideologia politica, per trovarvi una giustificazione, l’opinione pubblica si divide. In molti vedono nel musulmano un nemico. Nello straniero un essere da tenere lontano. Nelle comunità di altre religioni o di altre etnie dei gruppi che non si sono integrati e con cui è impossibile dialogare. Dei gruppi “etnici” che devono essere espulsi oppure limitati se vogliamo preservare la “nostra” sicurezza, difendere la “nostra” patria, proteggere il “nostro” tenore di vita.

La comunità Sikh

Contro questa idea demistificatoria della realtà possiamo prendere ad esempio la comunità Sikh, che la sera dell’attentato non ha esitato ad aprire le proprie strutture, compresi i luoghi di culto, per accogliere e offrire cibo, rifugio e aiuto a chi stava fuggendo da London Bridge e dai luoghi del terrore, come mi ha detto Dhaliwal, un’attivista londinese.

Una delle pochissime foto salvate che testimoniano il pogrom delle truppe indiane nel 1984 contro i Sikh.

Domenica 4 giugno, Trafalgar Square. La commemorazione del genocidio dei Sikh e l’attentato al London Bridge

I Sikh, i fedeli di una religione monoteista indiana, perseguitati dagli inglesi durante la conquista del continente nel Settecento, si sono riuniti come ogni anno per la commemorazione delle vittime del massacro perpetrato 33 anni fa contro i loro confratelli dalle truppe indiane all’interno dell’operazione Blue star – “Stella azzurra”. Era il 3 giugno 1984, quando un contingente di 15 mila militari indiani, per ordine di Indira Ghandi, attaccò con l’artiglieria pesante il Tempio d’oro, il luogo di culto per eccellenza dei Sikh. L’attacco non fu solamente illegale, ma coincise con la celebrazione di un’importante evento nel calendario religioso dei Sikh, quando molti pellegrini si trovavano all’interno del complesso architettonico per le celebrazioni. In quel giorno si ebbe un vero e proprio genocidio. 5000 Sikh furono oggetto di incredibili violenze e persero la vita. Intere famiglie sterminate. Migliaia di pacifici credenti trucidati. I corpi inermi delle vittime furono cremati. La Sikh Reference Library venne data alle fiamme. Le foto che ritraevano decine di centinaia di corpi brutalmente seviziati, percossi a sprangate e picchiati così duramente da ridurli a brandelli, furono bruciate. La storia doveva essere raccontata in maniera diversa. La memoria di tali eventi doveva essere cambiata, modificata, dimenticata per sempre. Ecco, allora, che proprio a partire dalla difesa di tale memoria e in ricordo di quella tremenda strage, di quell’orribile genocidio non ufficialmente riconosciuto dalle autorità indiane, che i Sikh hanno deciso di riunirsi e di estendere il loro messaggio a tutte le vittime del terrorismo, prendendo una posizione netta, chiara, forte ed estremamente importante.

Uno dei leader Sikh ha pronunciato:

Siamo qui in preghiera per le vittime di Manchester, per quelle di Londra, per il genocidio perpetrato in Siria, per i massacri avvenuti in India contro i nostri fratelli Sikh, troppo spesso dimenticati. Grazie per il vostro tempo. Grazie per il vostro rischio di essere qui in piazza con noi. Non dimentichiamoci dei morti. Non dimentichiamoci delle loro famiglie.

https://www.youtube.com/watch?v=DkLVJB8sjD4

Al termine di queste parole è stato tenuto un minuto di silenzio. Un minuto in cui l’unico rumore che si sentiva in Trafalgar Square era il sibilo del vento. Un minuto sacro, suggestivo, profondo. Le differenze erano state annullate. La piazza era diventata un luogo di preghiera. Un sentimento di rispetto pervadeva l’animo di tutti i presenti. Mai come in quel momento l’appartenenza al genere umano era stata così forte.

«La solidarietà salverà il mondo»

Al termine, ho incrociato lo sguardo di un signore. La barba lunga e bianca. Il volto segnato dall’esperienza. Lo sguardo torvo. Dopo esserci osservati per qualche momento mi ha detto, con un inglese parlato con difficoltà ma assolutamente sincero:

Vedi ragazzo, questo è importante. Ѐ importante essere qui indiani, inglesi, cinesi, mediorientali; Sikh, cristiani, buddhisti, musulmani. I nostri morti sono i vostri morti. I vostri morti sono anche i nostri. Non c’è differenza, siamo tutti esseri umani. L’amore verso il prossimo salverà l’uomo. La solidarietà salverà il mondo.

Lo spirito di fratellanza, la ricerca dell’uguaglianza, l’affermazione del comunitarismo sono principi fondanti del genere umano. La verità, la giustizia e la libertà sono fondamentali. I Sikh chiedono la verità per i loro morti, perché non ci può essere giustizia senza verità. E senza giustizia non ci può essere libertà per le anime dei loro fratelli. E così, anche per tutti coloro che vengono uccisi brutalmente da vili attentati terroristici come da pianificati attacchi militari.

Noi piangiamo tutte le morti?

Una riflessione mi è giunta spontanea dopo l’incontro con questa risoluta e coesa comunità, che ha mandato un messaggio forte e deciso, chiedendo giustizia per i suoi morti, mostrando la sua vicinanza alle famiglie delle vittime degli attentati e dichiarando la loro opposizione al terrorismo.

 

Nel nostro giorno della memoria, il 27 gennaio, piangiamo gli ebrei massacrati nei lager nazisti e nei gulag sovietici. In quel giorno piangiamo anche le morti causate dalle bombe alleate, le donne violentate e uccise durante il conflitto mondiale, gli oppositori politici che per le loro idee sono stati ferocemente trucidati, gli omosessuali che in quanto tali non dovevano esistere e i rom che per la loro “natura” dovevano essere eliminati dalla faccia della terra. In quel giorno bisogna piangere per tutti coloro che sono stati – e purtroppo sono ancora – vittime della discriminazione, della xenofobia, del razzismo, del terrorismo internazionale e dell’immigrazione. Ma piangiamo veramente di tutte le morti? Pensiamo veramente a tutti coloro che hanno perso miseramente la vita a causa della discriminazione, come lo furono tutte quelle persone rinchiuse nei campi di sterminio?

Ricordiamoci sempre di tutti gli uomini, le donne e i bambini che sono stati barbaramente uccisi da bestie dotate di razionalità chiamati “uomini”.

Non dimentichiamo mai gli orrori dei lager nazisti, dei gulag sovietici e dei bombardamenti atomici americani. Non dimentichiamoci mai i grandi genocidi della storia. Ma soprattutto non dimentichiamoci mai la lezione del passato per attuarla nel presente. È tremendamente ipocrita fare delle distinzioni tra morti di serie A e morti di serie B. È terribilmente ipocrita piangere per chi è già morto e voltare le spalle a chi, davanti alla morte, ci sta chiedendo aiuto. Ecco, spiegatemi quale differenza c’è tra un ebreo cremato in un lager nazista o morto di stenti per il freddo della Siberia e un bambino siriano affogato nel Mediterraneo o fatto saltare in aria da delle bombe, perché io, scusate, la differenza non la vedo. Entrambi, se non sono vittime della stessa, identica discriminazione, sicuramente lo sono della medesima follia omicida.

 

I Sikh, con il loro piccolo esempio dall’immenso significato, hanno voluto dirci alcune cose:

  • primo, ricordiamoci di tutte le morti;
  • secondo, smettiamo di vedere nel diverso un nemico, ma una persona con cui dialogare;
  • terzo, abbandoniamo lo spirito individualista che caratterizza la nostra cultura della diffidenza per riabbracciare lo spirito di fratellanza che lega indissolubilmente il genere umano.

Perché in fin dei conti, «l’amore verso il prossimo salverà l’uomo. La solidarietà salverà il mondo.»

Autore

I'm a student of modern history at the University of Pisa