“Storie di ordinaria follia”: un divertimento relativo.

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E il mio talento non s’era ancora esaurito.

Estate.

Estate. Esteta.

Queste due parole appaiono letteralmente collegate, chi ama il proprio corpo, i propri eccessi, la propria libertà, ecco che nei tre mesi più caldi porta allo stremo i bisogni spensierati.

Mi sono ritrovato, pochi giorni fa, a parlare con una conoscente proprio di questo argomento, di come cioè affrontare l’estate e non farsi sotterrare dalla pesante letteratura. Perché, soprattutto per la mia limitata capacità di ragionamento, questa è la caratteristica più focale della letteratura, la pesantezza. Eppure, una ancor più limitata considerazione è quella che mi ha avanzato la conoscente, sostenendo che la letteratura leggera fosse FABIO VOLO.

Alla ricerca della leggerezza.

Le mie antenne da pseudo-intellettuale si sono quindi repentinamente rizzate come i tweet di risposta a Trump e al suo neologismo Covfefe. I miei pensieri si sono divincolati dalle loro convinzioni e hanno cercato una scappatoia, per fare in modo che il termine “letteratura” non fosse più inserito con uno stupro nella stessa frase con presente “FABIO VOLO” (maiuscolo eh).

Ho pensato ad un titolo che mi avesse sollevato, che mi avesse fatto ridere e mi avesse fatto sentire leggero. “Storie di ordinaria follia” di Bukowski è una di queste.

Il contorno dei personaggi.

Certo, molti di voi interverranno sostenendo che Bukowski in realtà, nelle sue storie leggere e prive di inizio-fine, denunciava una società al limite dell’umano, proponendo personaggi sempre sbronzi, attaccati al sesso anche nella loro bisessualità, violenti, stronzi, che quindi tutto ciò poco aveva di leggero. Ma fortunatamente la letteratura non è scienza, non esiste una chiave oggettiva di interpretazione e, dal canto mio, il primo impulso che mi nasce a sentir parlare di Bukowski è proprio il divertimento.

Ma chi è Charles Bukowski.

Bukowski viene spesso relazionato alla Beat generation a causa del suo stile informale e diretto, ma è soprattutto per la predominanza nella narrazione degli elementi fondamentali delle esperienze umane che quando si parla di lui si deve tenere bene a mente l’esistenza di un movimento statunitense definito “realismo sporco”. Il problema di quando si cerca di scrivere qualcosa intorno a un personaggio come Bukowski è che tutte le definizioni, le parole in generale risultano vuote, perché l’unico modo vero per conoscere un artista come lui è quello di sperimentarlo in prima persona e lasciare che le sue parole siano il primo e unico filtro.

Estratto.

« Non volevo scolarmi quel ch’era avanzato del whiskey e, seduto in cucina, nudo bruco, mi domandavo: come va che la gente si fida di me? Chi sono io? La gente è un branco di matti, di ingenui. Questo mi dà un vantaggio. Me lo dava, eccome. Da dieci anni campavo senza un mestiere. La gente mi dava denaro, da mangiare, da dormire. Mi ritenessero un idiota o un genio, non mi importava. Io lo sapevo, di non essere né un genio né un fesso. Non me ne fregava niente del motivo per cui tanta gente mi faceva dei regali. Io li accettavo e basta, senza esaltarmi né sentirmi in obbligo. L’unica premessa era che io non avrei chiesto nulla. E, sopra tutto questo, c’era come una specie di disco che girava e girava, nel retro del mio cervello, e ripeteva sempre lo stesso motivetto: non tentare, non provarci. Una buona norma, direi. »

Risate.

“Storie di ordinaria follia” (sottotitolo “erezioni eiaculazioni esibizioni”) fu pubblicato per la prima volta nel 1972 ed è nient’altro che una raccolta di racconti (62 per la precisione) che hanno come protagonista l’alter-ego dello scrittore alle prese con le fatiche quotidiane, a cui, alla fine, mai trova rimedio. Ci racconta, con le tasche vuote e perennemente affamato di cibo, di alcool, di gioco d’azzardo e di sesso, di come sia scampato alla morte nonostante le innumerevoli volte in cui finisce in ospedale, delle sue avventure sessuali mitizzate (come Sarah che lo riduce di statura fino a sei pollici, riducendolo a uno schiavo) e delle sue spontanee scappatelle omosessuali, delle sue sbronze moleste e delle sue liti troppo frequenti, in un’atmosfera tragicomica che non può che lasciare un sorriso. O, nel mio caso, una risata.

Autore

Di sangue napoletano, di crescita senese, di maturità fiorentina passando per le strade bolognesi, romane e milanesi. Scrivo da paranoico, leggo da affamato. E amo spendere soldi.