Quale sarà la fine del pianeta? Forse come in Avatar

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Tra la sfilata di moda di Macron e Trudeau, che hanno catalizzato l’attenzione dell’audience per essere giovani famosi e di bell’aspetto, e i discorsi retorici come da copione del presidente Gentiloni. Tra la Merkel che non le ha mandate a dire a Trump dicendo che «dell’America ormai non possiamo più fidarci» e l’inquilino della Casa Bianca euforico per l’incontro con i maggiori leader mondiali con cui ha concluso di fatto la sua prima tournée presidenziale, evitando gaffe e distogliendo momentaneamente la stampa dallo scandalo Russiagate. Tra la premier britannica Theresa May, desiderosa di rafforzare la sua posizione in campo internazionale soprattutto dopo la Brexit, e il primo ministro nipponico Shinzo Abe, che ha colto l’occasione per ricevere ancora una volta il sostegno incondizionato di The Donald davanti alle minacce nordcoreane. Tra tutto questo il nulla.

Il G7 di Taormina

Il G7 di Taormina, dove si sono riunite le principali potenze economiche del mondo occidentale, ha visto pronunciare le solite litanie, senza concludere nulla, ancora una volta. Si è ribadito l’unione d’intenti contro il terrorismo, senza però prendere delle reali decisioni in merito per contrastare più efficacemente l’Isis e i foreign fighters. Si è proclamata la solidarietà per affrontare la questione dell’immigrazione, senza raggiungere delle conclusioni. Anzi, per lo speciale meeting l’Italia ha deciso di bloccare tutti i porti della Sicilia, non spostando i nuovi arrivi nelle zone militari della Nato, ma lasciando nell’indifferenza 1500 persone disidratate e affamate al largo delle coste. Il lavoro, il welfare, la necessità di risollevare economicamente dei paesi e dei popoli ormai lacerati dalle ingiustizie, dalle diseguaglianze e dalle sempre più forti tensioni sociali, sono temi ormai completamente dimenticati.

Gli Usa e il cambiamento climatico

Un tema, però, è stato toccato con forza: quello del cambiamento climatico. Ed è proprio su questo tema che Donald Trump ha gonfiato il petto e mostrato i muscoli, proclamando la sua netta, irremovibile opposizione a rispettare gli accordi Parigi (la decisione di rispettare o meno gli accordi sarà ufficializzata oggi pomeriggio alle ore 15, ore 21 per l’Italia, ndr).

D’altronde l’inflessibilità di Trump è dovuta alle sue tesi negazioniste, sostenute con forza in campagna elettorale – durante la quale aveva accusato i cinesi di essersi inventati la bufala del riscaldamento del pianeta per colpire direttamente l’economia a stelle e strisce. Tali teorie, assurde, obsolete e quanto mai pericolose, si sono trasformate in una serie di decisioni politiche attuate durante i suoi primi mesi di governo. Con un ordine esecutivo firmato il 27 marzo, Donald Trump aveva infatti tenuto fede alle promesse fatte in campagna elettorale e aveva cancellato i limiti alle emissioni di CO2 rilasciate dalle imprese produttrici di tossicità da fonti fossili, revocando così gli impegni presi alla conferenza di Parigi nel 2015 e facendo venir meno il contributo del secondo paese al mondo per emissioni alla lotta contro il riscaldamento globale (il primo è la Cina).

L’economia energetica negli States: un pericolo

La propaganda a favore del carbone dei minatori è stata un leitmotiv della campagna per le presidenziali di Trump, impegnato a rimuovere quei vincoli ambientali che impedirebbero lo sviluppo dell’industria energetica americana. Negli Stati Uniti, grazie all’amministrazione precedente, la produzione di carbone ha raggiunto il suo minimo da 35 anni e gli occupati sono passati da 186 mila a 98 mila. In 41 Stati vi sono più posti di lavoro nell’energia pulita che nelle fonti fossili. Si delinea dunque una contrapposizione tra stati della federazione più spinti sulle fonti green, come la California, e quelli carboniferi. Gli elettori e i sostenitori delle politiche di Trump stanno ampiamente nei secondi; ma al mondo questo interessa poco, il pericolo è semmai un effetto di emulazione da parte dei paesi più scettici o riluttanti a partecipare ad un accordo sul clima senza gli Stati Uniti.

Accelerazione e degrado

Nonostante i numeri che abbiamo precedentemente citato, il problema inquinamento anche all’interno del continente nordamericano è sempre a livelli allarmanti. E questo perché negli anni passati si è fatto qualcosa, ma certamente non abbastanza. Se è vero che è diminuita la produzione di carbone, è altrettanto vero che gli allevamenti intensivi, le trivellazioni petrolifere e la forsennata ricerca del progresso materiale con l’estenuante sfruttamento delle risorse naturali e dei grandi stabilimenti a produzione meccanizzata di massa, attivi spesso 24 ore su 24, non hanno fatto altro che accelerare la degradazione dell’ambiente che ci circonda.

L’esercito degli Stati Uniti, per esempio, è il più grande singolo consumatore di petrolio del mondo. Nel 2011 il Dipartimento della Difesa ha scaricato nell’atmosfera l’equivalente di 56,6 milioni di tonnellate di anidride carbonica, più delle azioni combinate della ExxonMobil e della Shell negli Stati Uniti. La Cina non è stata da meno, dal momento che pur di inseguire il dogma dello sviluppo economico, nel primo decennio del XXI secolo era in grado di aprire due centrali elettriche di carbone al giorno; e il carbone è il combustibile fossile più inquinante.

Secondo l’agenzia di stampa Xinua, nel 2014 147 aziende di Pechino hanno dovuto diminuire la produzione a causa degli alti livelli di inquinamento.

I disastri ecologici: tutto per il Pil

In base ad un’indagine condotta da Energy Wire nel solo 2012 negli Stati Uniti ci sono stati 6000 sversamenti di petrolio e materiale tossico, pari a circa 16 fuoriuscite al giorno. Oggi nei territori colpiti da questi disastri ecologici la biodiversità è drasticamente diminuita, in alcuni casi scomparsa, mentre le persone si stanno ammalando di patologie gravi e morendo di cancro. Ma questo non sembra destare grande preoccupazione, dal momento che pochi mesi fa al G7 dell’Energia a Roma, dove erano presenti i ministri degli esteri, l’amministrazione americana aveva deciso di non firmare gli accordi di Parigi sul clima per le riduzioni delle emissioni di C02 (posizione ribadita da Trump a Taormina). Così la Cina, per emulare l’aquila a stelle e strisce, continua sulla sua strada alla ricerca di uno sviluppo forsennato del proprio Pil con l’utilizzo di materiali inquinanti, nonostante questo significhi mettere a repentaglio la salute dei propri cittadini. La nebbia a Pechino è un’esalazione nociva, tossica, spesso mortale.

La scomparsa della vita

Le grandi potenze e le multinazionali in questo senso vanno a braccetto, dimostrando la loro reciproca collusione. Le grandi compagnie alimentari – dagli allevamenti intensivi all’olio di palma – ne sono un esempio. Deforestazione, desertificazione, depauperamento, utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici tossici, inquinanti ed estremamente dannosi stanno provocando la morte del pianeta, la scomparsa della vita.

un mare…di plastica. ogni anno finiscono in mare circa 13 milioni di tonnellate di plastica. Nelle prime tre posizioni dei paesi con le acque più inquinate abbiamo: Cina, Indonesia e Filippine.

Attualmente, ogni anno scompaiono 13 milioni di ettari di foreste e il problema della mancanza di acqua affligge sempre più persone. 5000 persone muoiono ogni giorno a causa dell’acqua insalubre e un miliardo di persone non ha accesso ad acqua potabile sicura. Mentre le industrie minerarie e alimentari ne consumano a miliardi senza alcun tipo di ritegno: basta pensare che se occorrono 100 litri di acqua per produrre un chilo di patate e 4000 litri per un chilo di riso, ne servono ben 13000 litri per un chilo di manzo. Un miliardo di persone nel mondo è denutrito. Un altro miliardo è obeso. Il pianeta è sempre più inquinato. Questo stato di cose è l’inevitabile corollario di un sistema che consente solo a un pugno di grandi corporation di trarre profitto dall’intera catena alimentare mondiale: dieci multinazionali controllano più del 70% del cibo che acquistiamo al supermercato.

Che cosa voglio dire?

Intendo semplicemente dire che il cambiamento climatico e l’inquinamento del pianeta sono strettamente collegati con la crescita della disuguaglianza economica e dell’ingiustizia sociale.

Marche pour les Sciences per il Giorno della Terra

Il 22 Aprile a Parigi ho partecipato alla Marche pour les Sciences per il Giorno della Terra. E quando siamo partiti da Place Valhubert ho fantasticato su uno scenario terribilmente possibile se l’uomo non sarà in grado di prendere delle decisioni in breve tempo. Innalzamento del livello degli oceani, desertificazione di vaste aree del pianeta, eventi climatici estremi sempre più frequenti. Sostanzialmente la morte della vita e la morte del pianeta, di cui un esempio tangibile è la distruzione della barriera corallina. Dopo 25 milioni di anni, l’intero ecosistema della Great Barrier Reef australiana è stato dichiarato morto dagli studiosi. L’innalzamento della temperatura dell’acqua ha scatenato il fenomeno dello “sbiancamento” che provoca l’indebolimento delle alghe e lo scolorimento dei coralli.

Avatar è un film del 2009 diretto da James Cameron. Con i suoi 2,8 miliardi di dollari al momento della sua uscita, è diventato il film con più incassi nella storia del cinema. Una storia ripetibile?

Quale sarà la fine del pianeta?

L’uomo sta segnando la strada per l’estinzione di massa oppure un giorno succederà come in Avatar? Con il suo capolavoro Cameron potrebbe aver profetizzato un futuro possibile in cui l’uomo, dopo aver meccanizzato il proprio pianeta esaurendone le risorse e compromettendone la vita, si trasforma in predatore selvaggio dell’universo e, approdando in un pianeta incontaminato di una galassia non troppo lontana, cercherà di conquistarlo, di massacrarne la popolazione e di depauperarne le risorse fino alla morte. Ma la distruzione alla fine non sarà reciproca? Lo sfrenato desiderio di ricchezza è una malattia, il desiderio di dominio e di sfruttamento anche.

In questo scenario c’è solo un’unica grande certezza: che ognuno di noi deve essere responsabile e deve ricordarsi ogni giorno che la Terra ha abbastanza per i bisogni di tutti, ma non così tanto per l’avidità di pochi.

Il nostro pianeta è la nostra casa, l’unica casa che possediamo. Dove altro potremmo andare se continuiamo a distruggerlo così?
(Dalai Lama)

Autore

I'm a student of modern history at the University of Pisa