Biennale dell’Arte 2017: Arte viva, arte umana

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Lorenzo Quinn, “Support” – Canal Grande (presso Ca’ d’Oro)

Cominciamo dalle basi, Venezia durante la Biennale dell’Arte (quindi, va da sé, ogni due anni da maggio a novembre) è qualcosa di unico. Al di là di gusti personali, competenze specifiche, umori. Dubito che esistano al mondo luoghi in cui si concentri, si stratifichi e si respiri così tanta arte. Luogo comune? Non credo.

Opere di Marwan – Padiglione Centrale, Giardini

Non parlo della città in sé che abbraccia 1500 anni di storia e rimane urbanisticamente un sogno. Non sono solo gli spazi principali dedicati alla mostra internazionale, ovvero i Giardini delle Vergini e l’Arsenale. Ci sono anche gli eventi e le mostre collaterali e soprattutto la gente. Perché in fondo cos’è l’Arte se non una particolare (e forse la più bella) manifestazione di umanità?

Ecco allora che il tema di questa edizione diretta dalla parigina Christine Macel appare più che mai appropriato: Viva Arte Viva. Insomma, viva l’arte che è viva, che è vita, che è fatta di persone, di corpi, di movimenti. La vernice il 10 maggio scorso.

Julian Charriere, “Future fossil spaces” – Arsenale

Molte sono le opere che chiedono allo spettatore di interagire con loro entrandovi, muovendo o spostando oggetti, azionando dispositivi. Ma questa è in fondo una prassi a cui l’arte contemporanea ci ha abituati da tempo.

Allora quali sono le caratteristiche essenziali di questa Biennale? Due: la manualità e l’artigianalità dei mestieri e la corporeità dell’artista o, in altri termini, l’artisticità della performance (segnalo con interesse a riguardo il padiglione tedesco ai Giardini).

Claudia Fontes, “The Horse Problem” – Padiglione Argentina, Arsenale

Grisha Bruskin, “Theatrum Orbis” – Padiglione Russia, Giardini

Ingresso del Padiglione Italia, Arsenale

Parliamo dell’Italia. il padiglione (all’Arsenale) quest’anno si intitola Un mondo magico, ispirato al titolo del libro sui riti e le superstizioni popolari dell’antropologo Ernesto De Martino. Curata da Cecilia Alemani ha visto la partecipazione di solo tre artisti: Roberto Cuoghi, Giorgio Aleotta Calò e la giovane italo-libica Adelita Husni Bey. Cuoghi è ormai un veterano, avendo presenziato anche all’edizione del 2013 ed essendo il più “anziano” dei tre. Sua è l’opera che più mi ha emozionato di tutta la mostra: “Imitazione di Cristo”. Essa si presenta come l’officina di un fabbricante di calchi in cera di Cristo Crocifisso, i quali non riescono a resistere all’usura di muffe sempre più profonde e maleodoranti. Da leggere forse come il tentativo sempre perdente di fissare il trapasso tra la vita e l’Oltrevita. Il Padiglione nel suo complesso – giustamente promosso a pieni voti anche da Artribune – è complesso e completo. Mai come questa volta di livello internazionale, pur con una forte italianità che non guasta.

Roberto Cuoghi, “Imitazione di Cristo” – Padiglione Italia, Arsenale.

Notevoli anche il padiglione russo e quello giapponese, interessante quello statunitense (tutti ai Giardini). All’arsenale interessantissimo il Padiglione misto dedicato alla ritualità e alla sessualità e in esso il video di Pauline Curnier Jardin.

Giorgio Andreotta Calò, “Senza titolo (la Fine del Mondo)” – Padiglione Italia, Arsenale

Sono colpevole di essermi perso per scarsità di tempo la retrospettiva di Damien Hirst a Palazzo Grassi, entusiasticamente accolta da tutti coloro che l’hanno vista e che ho sentito. Consiglio infine un giro sul vaporetto per godersi Venezia e l’istallazione con le mani giganti di Lorenzo Quinn lungo il Canal Grande, quasi di fianco a Ca’ d’Oro (Titolo: Support; probabilmente l’immagine che resterà più impressa di questa edizione).

L’arte contemporanea a Venezia è veramente per tutti, basta avere un po’ di pazienza, di curiosità e di tempo. Con un po’ di attenzione anche il portafoglio si può tenere sottocontrollo*.

Avete instragram: seguite l’hashtag #BiennaleArte17

*Pertanto sono irrinunciabili gli spritz a Campo Santa Margherita, dove ha aperto anche un buonissimo ed economico ristorante persiano.

Autore

Excusatio non petita, accusatio manifesta.

  • Molto bella, se posso andrò sicuramente a visitarla