Faccia nuova, sistema vecchio: Macron, il nuovo Renzi?

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L’incontro con la Merkel

Rinsaldare il patto. Rafforzare l’alleanza. Rinnovare l’asse franco-tedesco. Questo è il primo obiettivo del presidente eletto della Repubblica francese, che come da tradizione il primo viaggio lo ha fatto in Germania, dove ha incontrato la cancelliera in pectore, Angela Merkel. All’incontro, durato un’ora e mezza, Macron ha ribadito la sua totale volontà di collaborare con la Germania, auspicando però il cambiamento dei trattati, la modifica delle istituzioni, lo snellimento della governance comunitaria per aumentarne l’efficienza:

Ѐ necessario fondare un’Europa meno burocratica e più protettiva. Ѐ necessaria una rifondazione dell’Unione.

Le parole e le promesse

Parole al miele per la signora Merkel. Un messaggio doveva essere lanciato e così è stato fatto. La promessa è quella di cambiare profondamente le istituzioni tecnocratiche di Bruxelles. La promessa è quella di trasformare radicalmente i trattati che non funzionano. La promessa è quella di risolvere i problemi che attanagliano l’Unione attuando riforme strutturali. Aumento degli investimenti. Sicurezza dei confini. Protezione dei cittadini. Difesa dei diritti. Parole, promesse, che rischiano di rimanere tali?

Il caso della Grecia e nuove misure di austerità

Il giorno dopo le dichiarazioni ottimistiche dei due leader, infatti, la Grecia, massacrata dalla politica di austerity e ormai ridotta ad un paese quasi del terzo mondo, con la disoccupazione al 25%, sempre più famiglie messe sul lastrico, l’aumento della prostituzione e l’innalzamento dei tassi di mortalità soprattutto tra coloro che non hanno neanche i soldi per comprarsi le medicine, si è vista imporre nuovi pesantissimi tagli che hanno scatenato la rivolta popolare.

Dopo che Emmanuel Macron e Angela Merkel, davanti all’entusiasmante racconto della stampa internazionale, pronunciavano parole di speranza, disegnando un futuro roseo per l’Europa, il Parlamento dell’Unione decideva di virare ancora una volta per il pugno di ferro contro la penisola ellenica, votando per nuove misure di austerità: la riduzione delle pensioni, la decurtazione degli stipendi, l’abbassamento della soglia di esenzione fiscale, l’aumento della tassazione. Martedì Tsipras aveva parlato con la Merkel, sollevando la questione del debito.

Macron e la Merkel possono essere l’ultima speranza dell’Europa?

In Grecia gli scioperi bloccano il paese. Il paese è allo stremo, ma la maggior parte della stampa sembra non farci caso.

Il nuovo governo francese

Né di destra, né di sinistra. O forse sia di destra che di sinistra?

Presentatosi come l’anti-sistema, l’enfant prodige della politica francese non ha perso tempo a schierarsi dalla parte dell’establishment. Pur perdendo sonoramente le elezioni, infatti, i rappresentanti dei partiti tradizionali hanno trovato posti autorevoli nel nuovo esecutivo voluto dal presidente Macron. La prima scelta dell’ex banchiere di Rothschild è stata a destra, scegliendo come primo ministro il repubblicano e conservatore moderato Edouard Philippe. Sindaco di Le Havre e uomo fidato dell’ex candidato alle primarie repubblicane Alain Juppé, Philippe è il volto nuovo di un sistema vecchio, che si sposa perfettamente con la filosofia di Macron. Alla destra inoltre sono andati altri due dicasteri chiave: quello dell’Economia a Bruno Le Maire, 48 anni, ex ministro ai tempi di Sarkozy, e quello delle Finanze, al giovane Gérald Darmanin, 34 anni. Le proteste non sono mancate: da Mélenchon, leader della France Insoumise, che ha etichettato il nuovo esecutivo come “La République en Marche!”, al segretario socialista Jean-Cristophe Cambadélis, che ha twittato:

Il rinnovamento è in cammino: 6 nomine, 6 uomini, 6 bianchi, 6 ex studenti dell’ENA. Avete parlato di anti-sistema?

Edouard Philippe, 46 anni, il nuovo primo ministro francese.

Cambadélis ha sentenziato troppo velocemente senza aspettare la lista completa del nuovo governo, in cui anche importanti appartenenti al Parti Socialiste hanno trovato spazio, occupando le poltrone più importanti: al ministero degli Interni Gérard Collomb e agli Esteri Jean-Yves Le Drian. Collomb, 69 anni, sindaco di Lione, è stato uno dei primissimi sostenitori di Macron. Le Drian, 69 anni, ministro della difesa sotto il governo Valls, ha sostenuto strenuamente il neo-presidente durante la campagna ed è l’unico che rimane in carica nonostante il cambio all’Eliseo.

Macron, il nuovo Renzi?

Dicasi esterofilia politica l’euforia e la frenetica corsa – tutta italiana – che si scatena nel trovarne un fac-simile in patria, ogni qualvolta un leader di un partito straniero conquista la scena dell’opinione pubblica. Dalla ricerca del Tony Blair italiano agli inizi del nuovo millennio, fino agli ultimi anni in cui si è più volte accostata la figura di numerosi politici nostrani, da Grillo a Salvini, da Berlusconi a Renzi, di volta in volta a Donald Trump, Nigel Farage, Marine Le Pen e Emmanuel Macron. Una moda, quella in Italia, lanciata dal giornalismo gaudente del sensazionalismo momentaneo, che si diverte nel cercare di comprendere le opinioni di alcuni esponenti politici giocando al “chi assomiglia chi.”

Italia, patria dell’innovazione

In questo dolce trastullarsi, però, finiamo per dimenticarci che lontano dall’essere un paese dal valore specifico secondario, l’Italia ha dimostrato negli ultimi venti anni a livello europeo di essere un laboratorio di innovative esperienze, che hanno rivoluzionato il modo stesso di fare politica. Come hanno osservato Marc Lazar, professore di sociologia politica all’Institut d’études politiques (IEP) de Paris e l’ex presidente del consiglio Enrico Letta, attualmente direttore della scuola per gli affari internazionali a Sciences Po Paris, al di là dei giudizi di tipo valoriale che ognuno può dare, l’Italia ha visto tre esperienze politiche che hanno catalizzato l’attenzione del mondo occidentale: 1) L’ascesa in politica di un imprenditore, Silvio Berlusconi; 2) Le primarie per eleggere il capo di partito, iniziate con il PD nel 2007; 3) L’affermazione di un’organizzazione politica costituita da cittadini che ha preso sempre più potere, il Movimento 5 Stelle.

A sinistra Marc Lazar, 65 anni, a destra Enrico Letta, 51 anni.

Quindi, lasciando da parte la gara alla ricerca del Macron italiano che si è scatenata nelle ultime settimane, forse è il momento di chiederci se invece Macron stesso non abbia ripreso il modus operandi di qualche politico italiano.

Macron è il Renzi francese?

Pur tenendo presente le differenze che distinguono i due, forse Macron non è poi così distante dal modello Renzi. Entrambi si sono fatti strada all’interno del partito di centro-sinistra. Entrambi hanno sfruttato la favorevole situazione politica per conquistare il potere: il suicidio dei partiti tradizionali in Francia ha aperto la strada all’astro nascente di Macron, mentre la debolezza interna del PD e la caotica situazione del centro-destra in Italia hanno segnato l’ascesa di Renzi. Entrambi hanno trasformato le proprie organizzazioni politiche in partiti che si riassumono nella figura forte del leader supremo. Entrambi hanno idee molto simili sull’Europa, nonostante Matteo ultimamente – per scopi soprattutto elettorali – la stia criticando più del previsto. Entrambi hanno attuato una retorica di centro-sinistra, pur avendo un programma sostanzialmente neo-liberista, che si avvicina fortemente nelle misure economiche da adottare. Non è un mistero che Macron si sia ispirato al Jobs Act italiano per l’elaborazione della Loi Travail, così come per l’attuazione del bonus cultura nei confronti dei giovani, quando era ministro dell’economia sotto Hollande.

Si può continuare a dire che Renzi sia il Macron italiano oppure che Macron sia il Renzi francese?

Solo i prossimi mesi ci potranno fornire una risposta. Sicuramente per il momento, l’incontro con la Merkel, le promesse sull’Europa, la nomina di socialisti e repubblicani nei dicasteri chiave del governo hanno certificato che Emmanuel Macron, lungi dall’impersonare l’antisistema come è andato predicando, risulta essere a tutti gli effetti il giovane rampollo, figlio dell’establishment, che vuole attuare le riforme con quello stesso sistema che lo ha prodotto e che, con la sua lezione, spera in una lenta ma inevitabile trasformazione per mantenere ancora sotto il proprio controllo le stanze del potere.

Autore

I’m a student of early modern history at the University of Pisa