Volpi e Poggi, o di come da bambino imparai a non fidarmi di niente e di nessuno

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La mia vecchia scuola elementare ora è un centro di accoglienza per immigrati. È un palazzo tutto sommato timido, una struttura rettangolare a due piani, tutta larghezza e poco altezza, austera ma non troppo, dipinta a fasce verticali verde oliva in corrispondenza delle finestre, e verde foglia nel resto delle pareti esterne. Una bicromia che le regala il soprannome gergale “la scuola verde”, che la rende caratteristica ma senza presunzione; nascosta in parte da alberi, cespugli e rami, sempre mal curati per quanto mi ricordo e intersecati disordinatamente con una bassa recinzione a sbarre metalliche che spunta sopra un muretto altrettanto basso. Non mi dispiace sia un centro di accoglienza. Mi dispiace però che nessun bambino possa più attendere trepidante la fine delle lezioni per uscire, attraversare l’incrocio a T che era il principale oggetto delle raccomandazioni genitoriali, entrare in tabaccheria e comprare le figurine. Un momento che valeva le cinque ore spese sui banchi, costretti alla sedentarietà, uno schiaffo all’esuberante vitalità di un bambino.

Era il 1997, ed ero in quarta elementare. Di quel periodo ricordo la concitazione collettiva per la tragica fine di una principessa dal tenero sorriso popolano, e i funerali dentro il tubo catodico con Elton John che cantava una canzone triste. E poi i tormentoni pop di cinque ragazze inglesi che tutti dicevano essere belle, ma che io non riconoscevo come belle (come succederà anni dopo), non avendo ancora sviluppato a quell’età una qualunque capacità di giudizio dell’estetica femminile, se non per qualche coetanea seduta una volta un paio di banchi dietro al mio, un’altra alla mia destra, quasi mai davanti: la mia statura suggeriva alle maestre di farmi stare davanti, così dicevano.

Avevo solo dieci anni, ma ero già un veterano con alle spalle cinque album di figurine Calciatori Panini. Perchè fino al 1997 c’erano solo quelle. Per i bambini appassionati di calcio erano semplicemente Le Figurine, nonostante in quel periodo si “figurinizzasse” di tutto: anche la principessa e le cinque ragazze inglesi. Le alternative, tipo Kick Off della Merlin, non ci avevano mai convinto fino in fondo. I “tarocconi”, li chiamavamo. La serie B delle figurine. Ma quell’autunno il vento cambiò.

La Topps, azienda statunitense leader in figurine e card collezionabili, fiuta l’affare. Da qualche anno aveva iniziato ad impacchettare con successo delle mini-figurine di baseball dentro delle bustine con una singola gomma da masticare. Gusto fragola, ma solo sulla carta perché dopo poco ruminare, di fragola non restava manco il ricordo. La serie A di quegli anni è il miglior campionato di calcio al mondo, tra gli altri è appena sbarcato a Milano sponda nerazzurra un certo Luis Nazario da Lima, il miglior giocatore del mondo e il migliore che io abbia mai visto da quando ho memoria. Quindi perché non attraversare l’oceano e provare a spezzare l’egemonia della Panini?

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Ve lo ricordate? Eddai, su!

Detto, fatto. A dispetto della bassa qualità delle gomme da masticare (ma non ricordo nessuno di noi che all’epoca se ne lamentasse), l’iniziativa è un successo. Il mini-album, in omaggio presso qualunque edicola o tabacchi, è più presente dei diari nei nostri zaini. Ogni gomma, 100 lire. Dentro, tre figurine. La copertina è un’immagine piantata (o dovremmo dire… incollata!) in testa ancora a distanza di quasi vent’anni: c’è Ronaldo al centro, ovviamente; a sinistra, Peruzzi, portiere della Juventus campione in carica; a destra Roberto Baggio, che cerca riscatto a Bologna dopo i due difficili anni milanisti. Sotto, il regolamento della promozione, scritto in un italiano quantomeno bislacco, antesignano di Google Translate.

“Completa correttamente questo album, identifica tutti i giocatori e colloca ogni figurina nell’apposito riquadro. Se hai completato diciassette differenti squadre hai diritto ad un Pallone Cuoio, se invece hai completato tutte le diciotto squadre hai diritto ad un Pallone Cuoio e una Maglietta Ufficiale”.

E giù, tutti pronti ad arricchire tabacchini e dentisti. Gomma dopo gomma, figurina dopo figurina, l’album acquistava spessore al nostro tatto e preziosità ai nostri occhi. Non vedevamo l’ora di finirlo. Tutti ne avevano subito il fascino. Anche quelli che pensavano il cartellino rosso indicasse il ketchup e quello giallo la maionese. E pure alcune bambine. Ricordo ancora lucidamente l’invidia con la quale appresi la notizia che un mio amico era ad un passo dal completare la collezione, gli mancavano solo due figurine: Sergio Volpi e Paolo Poggi. Allo stesso modo ricordo l’ingenua sorpresa di scoprire che anche a Stefano mancavano solo Volpi e Poggi. Poi arrivò il mio turno e, come diceva Agatha Christie, un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova!

Il campionato intanto scorre tempestuoso (Iuliano e Ronaldo nella stessa frase vi dicono qualcosa?) e la Juve finirà per fare il bis dell’anno precedente in uno dei tornei più controversi di sempre. Ma niente, di Volpi e Poggi manco miraggi. Sergio Volpi è alla prima stagione in serie A, centrocampista del Bari di Fascetti che arriverà undicesimo a fine stagione, piedi buoni e discreta visione di gioco, anni dopo arriverà anche a fare un paio di comparsate in Nazionale mentre vestiva la maglia della Sampdoria. Paolo Poggi invece completa il tridente più forte della serie A di quegli anni insieme a Bierhoff e Amoroso: ne è il pezzo meno prezioso, ma resta ingranaggio fondamentale di una squadra che arriverà sorprendentemente terza a fine stagione, guidata dall’emergente Zaccheroni. Due giocatori normali, quindi: ma per noi bambini diventarono immediatamente più importanti dei vari Del Piero, Batistuta, Zidane, Nedved, Weah…

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Divertente, si, ma c’è chi non riesce a riderci su nemmeno oggi.

Scoppia la psicosi collettiva. Alcuni, insospettabili, tra noi arrivano a sfilare diecimila lire dai portafogli dei genitori per comprare 100 chewing-gum e quindi 300 figurine. Niente Volpi e Poggi. Alcuni negozianti aprono tutte le loro scorte per tentare di fare il colpo, qualora avessero trovato il Santo Graal edizione 1997/98. Niente Volpi e Poggi. Fioccano le leggende, tra amici al mare che li hanno doppi e cugini che li hanno trovati nello stesso pacchetto. Niente Volpi e Poggi. E niente Pallone Cuoio, e niente Maglietta Ufficiale, perché senza Volpi e Poggi le squadre complete sono solo 16.

È a questo punto che si muovono i genitori, ansiosi per la salute mentale e per le carie dei propri figli (cattive quanto si vuole, ci si sentiva in dovere di mangiarne almeno qualcuna, di quelle gomme), nonché per le finanze casalinghe. Il caso finisce addirittura in Parlamento, “merito” probabilmente di un deputato che non ha mai smesso di essere Peter Pan. Poi alcune madri decidono di scrivere a Mi manda Raitre, nato Mi manda Lubrano dal nome del conduttore di quel periodo, antenato delle miriadi di trasmissioni di inchiesta e denuncia dei nostri tempi, agli albori protagonista della prima serata ed ora relegato ad un’anonima tarda mattinata.

Ahhhhh gli anni ’90!

Et voilà, svelato l’inganno. Lubrano contatta la Topps e la Dolber s.p.a., sua rivenditrice ufficiale in Italia: «A questo punto, una domanda sorge spontanea», gli fa, come da personale tormentone. E la risposta è presto detta: delle figurine di Volpi e Poggi ne sono state stampate solo tra le 50 e le 100 copie. Roba che non sarebbero bastate nemmeno per la gente che sapevo personalmente fare la collezione. Ma guarda un po’ ‘sti tirchi: prima promettono i regali e poi li fanno col contagocce. Per un attimo mi chiesi anche: perché proprio Volpi e Poggi? Ma non era questo l’importante, se non per il fatto che giocando per due squadre diverse, non si poteva arrivare nemmeno alle 17 squadre necessarie al Pallone Cuoio. Ma perché non, per dire, Nervo e Bellucci? A parte il fatto che “Volpiepoggi” hanno un suono molto più musicale, detti insieme. Per non parlare poi della beffa: c’erano 100 bambini in giro per l’Italia che ce l’avevano fatta, probabilmente. Bambini come me, come noi. Non era tanto il premio, ma avere l’album completo.

Ora abito a più di mille chilometri di distanza dalla mia vecchia scuola elementare. È stato un ex compagno di classe di quei giorni a dirmi che ora è un centro di accoglienza per immigrati. Ma sinceramente, devo ammetterlo, non ne sono sicuro. Se non ci si può fidare di chi fa le figurine, allora di chi?

Autore

  • Mariella

    Veramente incredibile, emozionante, coinvolgente, eccellente la capacità narrativa , il linguaggio utilizzato e lo stile espositivo.