Viaggio alla scoperta delle identità

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Filippo Romanelli

Incontro Filippo in un bar a Firenze. È una giornata calda che decidiamo di rinfrescare con una birra ghiacciata, che oltre a ridurre le sofferenze dovute alla temperatura, ha il pregio di far scorrere le parole con la velocità di un torrente in piena. Seduto al tavolino di quel bar mi si è accesa più di una lampadina e ho provato la sensazione inebriante che si sente quando dal sapere le cose si passa a capirle. Non abbiamo fatto una conversazione qualsiasi, almeno non io. Abbiamo scardinato una cassaforte piena di riflessioni capaci di cambiare di un po’ la prospettiva dalla quale guardare un pezzo di realtà.

Nelle sue molte pagine, Filippo Romanelli racconta un viaggio nell’intimità di ognuno, nell’arcobaleno di vite che ci circondano e di cui spesso non sappiamo e forse non siamo più curiosi di sapere. Lui ha tentato di capire con la pazienza e la curiosità tranquilla di un fotografo appassionato degli altri. Più che la ricerca della pura estetica, il suo racconto per immagini è uno studio.

Filippo Romanelli

Filippo Romanelli

Fotografia e identità

Quello che vogliamo raccontare è il percorso di ricerca di un fotografo emergente che si è immerso nel mondo delle identità, come chi non ama il freddo dell’acqua di mare. Si è fatto coraggio pian piano, fino a sentire la temperatura del corpo che cambia, il freddo che si placa e lascia spazio alla morbidezza dell’acqua che accarezza ogni cosa. Al punto di capire che l’acqua è naturale, quanto lo è la terra.

Ci racconta tutta la paura che abbiamo di affrontare una scelta essenziale. Abbiamo paura di scoprire che esistono mille sfumature di genere e che gli stereotipi del maschile e del femminile, sono una sovrastruttura sociale semplificante che con la sua rigidità non consente a nessuno di sentirsi comodo. Questa riflessione ha a che fare con chi non si riconosce uomo o donna, chi non si riconosce come eterosessuale; ma ha sopratutto anche a che fare con chi è etero e pensa di essere uomo o donna e punto. I generi maschile e femminile sono una gabbia da cui, per assurdo, sono proprio questi ultimi a non essersi liberati. Se i primi, infatti, per necessità e amor proprio hanno sfidato le sbarre e sono evasi, i secondi rimangono convinti delle etichette che gli hanno raccontato e rimangono chiusi in gabbia. Ancora comprano soldatini per lui e bambole per lei, ancora il fiocco rosa e quello azzurro. Le sfumature sono mille e uscire dalla gabbia schematica delle etichette è essenziale per essere liberi, per vivere pienamente. Già lo sapevo, ora ho capito.

Dopo aver esposto nei mesi scorsi prima allo IED e poi ad Arles (Les rencontres de la photographie), Filippo torna a Firenze nella sua scuola di fotografia, la Marangoni (una delle più prestigiose in Italia). Il 16 settembre alla Marangoni ci sarà, insieme ai suoi bravi colleghi, di cui in futuro sentiremo parlare.

Intervista

  • Filippo si avvicina la mostra, sei emozionato?

Si, e sono molto contento: allo IED è andata bene e anche ad Arles, dove hanno usato una delle mie foto per la locandina dell’evento (copertina anche di questo articolo, ndr).

  • Ottimo esordio, direi. Ma partiamo dal principio. Come è nata l’idea di questo progetto?

Più che di idea si può parlare di motivazione. Ciò che mi ha spinto a realizzare il progetto è stato il desiderio di riflettere su una realtà fondamentale nella vita di tutti noi; sulla possibilità di superare la rigida stereotipizzazione uomo/donna ancora così forte, che spesso conduce a forme di transfobia più o meno evidenti.

  • Cosa vorresti che vedessero gli altri nel tuo lavoro?

Vorrei che le mie fotografie venissero guardate con una curiosità positiva, la stessa che ha spinto me a realizzare il progetto. Vorrei che fossero un piccolo stimolo per capire l’umanità. Ma anche i desideri di chi si trova a vivere ruoli che non sente proprio, non sentendosi libero di vivere quelli che avverte intimamente. Ma anche chi riesce a rivendicare con fierezza e dignità il proprio essere, vivendo liberamente il proprio corpo e la propria sessualità, rivendicando il diritto di autodeterminarsi e situarsi in un punto intermedio tra i due poli uomo/donna.

  • Conoscere i soggetti della tua indagine ti ha portato a cambiare l’impostazione del progetto nel tempo?

Ho sentito il bisogno di non limitarmi ai ritratti, di includere spazi di vita. Ho scelto per questo dei ritratti ambientati. Lo spazio privato diviene un territorio sovrano nel quale sentirsi intimamene liberi, senza i condizionamenti della sfera pubblica.

  • Concentriamoci un momento sull’aspetto artistico. Parlaci un po’ dell’ossatura del progetto sul piano stilistico: le scelte cromatiche, la luce e le scelte di composizione.

Inizio dalla struttura. Ho racchiuso il progetto in un libro, intitolato Another jender theory (Un’ altra teoria sui generi). Le foto non erano sufficienti a raccontare il progetto. Ho usato foto di famiglia e oggetti propri dei protagonisti delle mie foto, capaci di raccontarne il vissuto. Ho chiesto anche ad alcuni di scrivere dei pensieri, in altri casi ho accompagnato le immagine con dei testi.

  • Ho avuto modo di sfogliarlo e leggerne molte parti: un gran bel lavoro. Ma non ci hai detto dello stile…

Intanto ho deciso di utilizzare il colore, elemento simbolico, perché le persone hanno diritto di sentirsi in qualsiasi punto della gradazione tra azzurro e rosa (maschio/femmina). Poi credo che il colore possa aiutare a raccontare meglio. Con i soggetti ho scelto una visione frontale, che sia specchio di una modalità di rapporto diretto, onesto, rispettoso; capace di mostrarne la fierezza, la dignità e la bellezza. Ho dato importanza allo sguardo per rendere il senso di se, volevo che gli spettatori si sentissero partecipi dell’esistenza del soggetto. Ho usato le luci, senza voler creare finzione, solo per completezza, per inserire un pizzico di ambiguità tra realtà e finzione, per alimentare il dialogo sottile che sempre esiste tra vero e falso.

  • Hai lavorato al progetto un anno, hai frequentato queste persone al di fuori del progetto?

Si e ho costruito dei bei rapporti, specialmente con alcune.

  • Ti avranno portato sicuramente in locali LGBT. Che ne pensi?

Sono stato in diversi, soprattutto al Fairy Gold (evento gay in discoteca,ndr) . Sono serate divertentissime e molto diverse dal resto.

  • Nel corso di un secolo abbiamo vissuto un grande cambiamento della società in quanto a diritti civili. Cosa ci manca per essere una società plurale, capace di accettare la diversità come elemento fondante di ogni comunità, quale normalità?

L’educazione. La paura delle differenze con la quale difendiamo quella che a noi sembra serenità sociale ci blocca. L’educazione alle differenze è ciò che manca.

  • Cosa hai imparato?

Che non avevo capito nulla. La dicotomia, l’idea scientificamente biologico-cromosomica che ci fossero dei sessi definiti, è cosa non vera. Questo progetto ha ridotto la mia ignoranza e mi ha aperto la mente su molti aspetti legati al genere che sono chiusi in stereotipi errati. Ho capito meglio il rispetto dell’altro e la scoperta della bellezza delle persone che prescinde da sesso o dal genere. Quando ho iniziato ho incontrato molti sorrisetti ora ho capito che erano una manifestazione della paura che le persone hanno di sé.

Autore

Sardo di nascita, vivo a Firenze dai lontani tempi dell’università. Rimango sardo perché mi va e perché fiorentini non si diventa. Mi piace fare tutte le cose banali. Adoro i luoghi comuni, mi sforzo di essere hipster per occultare i mio lato nerd. Vorrei essere più alto. Amo incondizionatamente chiunque nutra la mia autostima. Credo che il mondo sarebbe più bello se fossimo tutti più stupidi.