Giocare a calcio sull’acqua si può: storia del Panyee FC

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Ci sono delle cose che trascendono la comprensione umana. Certi fanatismi, certe passioni. Cose più grandi del sé, che sopravvivono ad ognuno di noi. Cose che per essere spiegate servirebbe una sintassi della glorificazione completamente nuova, perché lo meriterebbero. Ma non siamo in grado, quindi ci arrangiamo: è puro amore. Ma non per una persona: quello ti rinchiude in te stesso, può renderti forse pazzo. Questo è un amore che spinge a impegnarsi per una causa comune, crea aggregazione per rendere possibile un’utopia. È l’amore per il gioco.

Non esagero. Quella che viene è una storia d’amore. È la storia di un gruppo di bambini di un minuscolo villaggio della Thailandia costruito su palafitte, nella Baia di Phang Nga, che nell’estate del 1986 si trovarono tutti insieme davanti al tubo catodico a guardare in assorta contemplazione la “mano de dios” che, mancina, scriveva una delle pagine più celebri della storia dello sport nello stadio Azteca, in Messico. Il desiderio così ardente di emulare quella gesta si scontrò impietosamente con l’impossibilità di trovare uno spazio in cui giocare, in quel villaggio circondato dalle rocce che sovrastano la baia e attorniato dall’alta marea, nemico numero uno dei sogni di quei bambini che erano stufi di trascorrere tutto il tempo a pescare o al massimo fare qualche gara di barche.

isola

L’sola di Koh Paynee vista dall’alto: rende l’idea del dove si svolge questa storia?

Ma, si sa, per amore si lotta. Non ci si arrende, si trovano energie e risorse nascoste nei meandri della propria fantasia, sopite per tanto tempo, in attesa di trovare il loro nobile sfogo. Posto che sulla terraferma non si può giocare, l’unica soluzione possibile è… giocare sull’acqua! Ed è così che, armati di ingegno, buona volontà e passione, quel gruppo di bambini del villaggio di Koh Panyee inizia a costruire una piattaforma sull’acqua con il legno delle barche in disuso: un rettangolo galleggiante di legno su cui giocare scalzi, nonostante i chiodi sporgenti. E senza recinzioni, ovviamente: ad ogni palla finita fuori corrisponde un tuffo nel mare delle Andamane per andarla a recuperare. C’è spazio solo per due piccole porticine, giusto perché far gol è il bello del calcio, come hanno imparato guardando quel mondiale messicano.

foto articolo

C’è spazio solo per gli “ohhh” e “wooow” del caso.

Sono passati trent’anni, e ora quella banda di innamorati è tutta sulla quarantina. Di certo non si potevano rendere conto di quello che avevano creato: da quella piattaforma di legno con i chiodi sporgenti nacque infatti una delle squadre giovanili più forti di tutto il paese, capace di vincere anni dopo sette titoli regionali consecutivi tra il 2004 e il 2010 nella Youth Championships of Southern Thailand. Memorabile è la storia del loro primo torneo sulla terraferma, quando praticamente tutto il villaggio andò a supportarli con un tifo sfrenato che sapeva più di compatimento che di speranza. Timorosi ed insicuri del loro livello di bravura, non essendosi mai confrontati fuori dalla piattaforma, scoprirono presto di essere più bravi di quanto pensassero. Si fermarono solo in semifinale, sotto una pioggia scrosciante che li mise in difficoltà perché l’acqua entrava nelle loro scarpe fatte non proprio su misura per i loro piedi. All’intervallo, decisero di giocare il secondo tempo scalzi: abituati ai chiodi, cosa doveva essere mai un po’ di fango! Rimontarono due gol, salvo subire la rete della sconfitta nel finale. Ma la leggenda era ormai nata, quei ragazzini erano dei piccoli grandi eroi: il Panyee FC era diventato realtà.

È solo cinque anni fa che la loro storia è salita alla ribalta, grazie ad una pubblicità documentario della banca TMB (Thai Military Bank) il cui video diventò subito virale su Youtube, tanto che ad oggi si contano più di cinque milioni di visualizzazioni. Questi ragazzi, ormai uomini, figli di pescatori musulmani provenienti dall’Indonesia, hanno avuto la gioia di veder divulgata la loro opera, il loro gesto d’amore, consumatosi in una cornice da mozzare il fiato per bellezza, tra mercatini di coralli e conchiglie, tra grotte e faraglioni.

Il fortunato (e divertente) spot della TMB.

A proposito di faraglioni. Questa minuscola isola si trova sulla rotta turistica che da Phuket porta alla vicina Khao Phing Kan, nota al pubblico come l’isola di James Bond in L’uomo dalla pistola d’oro. C’è Roger Moore che esce statuario dall’acqua, Maud Adams (splendida meteora svedese conosciuta ai più solo per un paio di apparizioni nella saga tratta dai romanzi di Ian Fleming) gli porge un asciugamano, poi con un altro lo asciuga lei stessa con fare servile, nonostante la spocchia di lui. Sullo sfondo, proprio il faraglione di Khao Phing Kan. Poco lontano, la “nostra” isola, Koh Panyee, diventata meta turistica proprio grazie a quei ragazzini pregni d’amore per il gioco.

Ma allora è vero che alle donne piacciono gli uomini “stronzi”?

I primi migranti indonesiani arrivarono qui nei primi dell’Ottocento in cerca di acque ricche di pesci e coralli. Fu un certo Toh Baboo a scoprire l’isoletta: per segnalarla agli altri esploratori partiti con lui issò un vessillo in cima ad una roccia, e la chiamò Koh Panyee. L’Isola della Bandiera, appunto. Inizialmente il villaggio era fatto di tre famiglie e due palafitte affacciate sull’oceano, oggi sono quasi duemila abitanti, e ci sono anche una scuola e una moschea. La vecchia piattaforma in legno è stata rimpiazzata (poco romanticamente, ma tanto pragmaticamente) da una più grande, con un campo in sintetico verde e blu e porte regolamentari, recintato da reti che impediscono ai palloni di finire ai vecchi tempi. Un po’ come certe squadre inglesi che abbattono i loro vecchi impianti per costruirne di nuovi, più moderni e funzionali. O forse no.

Qualche anno fa due documentaristi finlandesi si interessarono a questa storia d’amore, vedendo delle affinità con il loro paese per le limitazioni che la natura impone a delle comunità così piccole e la capacità di andare oltre questi ostacoli attraverso le rispettive risorse naturali. Purtroppo però non riuscirono a raccogliere i fondi necessari per produrre un film.

In Finlandia abbiamo una parola che indica la forza di volontà, la perseveranza e la determinazione nell’affrontare razionalmente i problemi che la vita ci sottopone quotidianamente. È una parola secca, quasi intraducibile in ogni altra lingua: sisu. La favola dei ragazzini di Koh Panyee è un esempio di sisu che rende bene l’idea: un moderno romanzo popolare sulla capacità di trasformare il più complicato degli svantaggi in una sorta di benedizione.

Amen.

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