In difesa di Graziano Pellè

0
Condividilo!

Una volta, uno scrittore bravo e famoso raccontò una storiella. In questa storiella ci sono due giovani pesci che nuotano e incontrano un pesce più vecchio che nuota in senso contrario. Quest’ultimo fa loro un cenno, e gli chiede com’è l’acqua. I due giovani pesci continuano a nuotare, dopo qualche secondo uno dei due si gira verso l’altro e gli fa: «Che diavolo è l’acqua?». Il senso della storiella è che le cose più ovvie a volte sono le più difficili da vedere, perché le abbiamo sempre date per scontate, ci siamo immersi da sempre come i pesci nell’acqua. Questo scrittore bravo e famoso voleva dirci che bisogna andare oltre la prima impressione, bisogna prestare attenzione e capire come pensare e soprattutto a cosa.

Lo sciacallaggio mediatico (elemento purtroppo connaturale e non patologico della cronaca sportiva odierna) e social a cui è stato impietosamente condannato Graziano dopo aver sbagliato il calcio di rigore contro la Germania è l’antitesi del pensiero lucido, attento e ragionato. Sedotto per settimane, abbandonato in pochi secondi. Persino la sua dolce metà lo ha apostrofato con un’ingiuria inelegante, preceduta da una sentenza di sfiducia che in un rapporto di coppia suona quantomeno strana. «Lo sapevo, è un coglione»: il labiale catturato da una delle mille telecamere sparse dentro lo stadio non lascia adito a dubbi. Se non sul loro rapporto di coppia, ma questi non sono affari nostri.

Poche ore prima, intanto...

Poche ore prima, intanto…

Ed è così che Graziano viene messo sulla graticola. Spocchioso, hanno detto. Arrogante, pure. Presuntuoso, chi si crede di essere. Eh si, perché la prima impressione è quella: Graziano arriva sul dischetto sornione, con quel viso e quel portamento così italiani, petto in fuori, sguardo fiero, testa alta: un vero divo. Poggia il pallone, poi indietreggia per prendere la rincorsa. Nel farlo guarda Neuer, unisce le dita della mano destra e mima il gesto del cucchiaio. Lo scavetto, il “panenka”, per intenderci. Lo sberleffo definitivo, per chi lo subisce. L’orpello del campione all’austerità del calcio di rigore. Lui che campione non è, ma ha lottato per due ore contro i colossi della difesa teutonica, uscendone se non da vincitore, sicuramente non da sconfitto. Sembra così spavaldo che un errore non è neppure concepibile. Ma si diceva prima? Ecco, andare oltre la prima impressione. E se si guarda bene, si vede chiaramente come l’espressione facciale di Graziano è finta, innaturale, contratta. È nervosissimo, altro che spavalderia! Facciamo un passo indietro.

Quello di distanza è un concetto relativo. Pur nell’arena della propria pratica professionale, un luogo itinerante che si presenta costantemente simile, nelle distanze, nelle demarcazioni. Talvolta capita che sia un po’ meno simile di altre, però, e diventa quasi un non-luogo: e allora quella stessa distanza che va dal cerchio di centrocampo al dischetto del rigore si annulla. Smette di esistere, ma solo per chi deve percorrerla in determinate circostanze. Graziano si ritrova sul dischetto senza rendersene conto. Sente a malapena il suo torace che sussulta come una lavatrice in centrifuga con delle scarpe dentro. L’inconsapevolezza del gesto, dello spostamento, è direttamente proporzionale alla responsabilità che si porta sulle spalle: non lo ingobbisce, ma lo stordisce. Il semaforo rosso della circolazione sanguigna si è acceso per occludere tutto.

Ogni passo è leggermente accelerato, ogni piede parte quella frazione di secondo prima per apparire più sicuro, compiendo uno sforzo immane per cercare di tenere la testa qui, sul rigore. Ma è una sicurezza finta, dissimulatrice di un’ansia ovattante e straniante. Arrivato quasi al capolinea, cammina senza pensare ai suoi passi, ma cercando di pensare in maniera intensa alle idee di Neuer. È in quel tipo di stato mentale in cui ci si chiede, mentre si sogna, se siamo addormentati o meno: un dormiveglia nel quale la mente funziona ancora, ma non siamo noi a controllarla. Saltello sul posto alla Van Basten, rincorsa e… il finale lo conosciamo. E non lo abbiamo amato.

graziano-pelle-italy-germany_1ouatp8l4jnwg1lnmdu6nw56tn

La “gambetta”, in gergo non propriamente tecnico.

Ma immedesimiamoci. Pensiamo a tirare noi quel rigore, in quel momento. Pensiamo a cosa realmente è un rigore. A quanto possa essere estraniante. A come il vero nemico non è il portiere distante 11 metri: questo è solo un pretesto, un’occasione per incontrare sé stessi. L’io, che è il vero nemico. Si compete prima di tutto con i propri limiti, si scompare dentro il gioco. Graziano è scomparso dentro quel momento più grande di lui. Lui è scomparso dentro il gioco, noi lo abbiamo visto bene. O forse no. Tanto che quel divo che noi tutti abbiamo visto provare a fare il bullo, ha dovuto poi definirsi un “nessuno”, atto supremo di autodifesa, di scusa, di umiltà, tutte in una volta.

Una volta, un regista bravo e famoso girò un film, un thriller dove la vera protagonista è la paura di esistere, la paranoia dell’alienazione. Il titolo di quel film è Prima del calcio di rigore.

Autore