Vertice UE – Turchia: non confondiamo la disperazione con la legalità

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Ci eravamo lasciati lo scorso otto marzo quando, in seguito al vertice euroturco relativo alla questione migranti, le autorità presenti a Bruxelles avevano deciso di rimandare l’accordo definitivo a esattamente dieci giorni più tardi.
Ebbene, lo scorso venerdì, dopo il meeting del giorno precedente tra i capi di Stato e di governo dell’Unione Europea, l’accordo con Ankara è stato finalmente raggiunto. In linea di massima le richieste sono state di fatto accettate dall’UE: vediamo come.

La Turchia ha accettato di farsi carico dei migranti e dei profughi presenti sulle isole greche che si rifiuteranno di registrarsi o la cui domanda di asilo verrà respinta. Secondo un procedimento che potremmo definire di uno a uno, l’Unione Europea metterà a punto un canale umanitario volto ad accogliere, attraverso un meccanismo di redistribuzione tra gli Stati membri ancora da definire, i rifugiati siriani al momento presenti sul territorio turco. L’UE ha per adesso messo a disposizione 72.000 posti, ma data la quantità di gran lunga superiore di rifugiati presenti in Turchia – oltre due milioni – già da ora è facile ipotizzare che la procedura dovrà essere rivista.

Da un punto di vista finanziario l’operazione è interamente a carico dell’Unione Europea, che si impegnerà innanzitutto ad accelerare lo stanziamento dei tre miliardi di euro già previsti dall’accordo dello scorso novembre a favore della Turchia. In un secondo momento l’UE potrà versare un massimo di altri tre miliardi di euro ad Ankara, ma soltanto una volta che il primo importo sarà completamente speso.

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Per quanto riguarda invece le richieste turche circa la riapertura delle trattative per l’adesione all’Unione e la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi che vogliono recarsi in Europa, gli impegni sono più generici e probabilmente anche più difficili da realizzare. In merito al primo punto, nella bozza di accordo si legge che l’UE si preparerà a decidere l’apertura di nuovi capitoli non appena possibile”, senza aggiungere però ulteriori dettagli. Ciò significa che la riapertura dei negoziati è possibile in linea di massima, ma considerati i termini piuttosto vaghi impiegati è ancora complicato definire le modalità e le tempistiche di realizzazione, e non si può escludere che il tutto si possa concludere in un nulla di fatto.
Le stesse considerazioni valgono anche per la questione della liberalizzazione dei visti. E’ vero che l’UE ha messo per iscritto che si impegnerà affinché l’operazione possa essere messa in atto entro giugno, ma è anche vero che ciò sarà possibile soltanto a patto che la Turchia sia in grado di rispettare le ben 72 condizioni che l’Unione ha imposto come lasciapassare. Sembra alquanto improbabile che, visti i tempi ristretti, ciò possa realmente accadere. L’ipotesi di una totale apertura verso le richieste di Ankara aveva suscitato non poche polemiche nei giorni scorsi, ed è probabile che le autorità UE abbiano scelto la strategia del temporeggiamento per potersi innanzitutto assicurare l’accordo.

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Ma sono in verità i primi due punti che abbiamo trattato quelli su cui, volendo fare un’analisi più dettagliata, non mancano i punti interrogativi.
La stessa natura dell’accordo, che prevede misure definite esplicitamente come “temporanee e straordinarie, necessarie per porre fine alle sofferenze umane e ripristinare l’ordine pubblico” in qualche modo stride con il suo contenuto. In che modo è possibile stabilire la temporaneità e la straordinarietà di un provvedimento, soprattutto quando, come in questo caso, riguarda un problema che l’Europa dovrà affrontare per molti anni a venire?

Tuttavia è probabilmente la scelta del partner dell’accordo a suscitare le perplessità più grandi. Come ribadito dal Presidente del Consiglio Europeo Tusk, quanto stabilito lo scorso venerdì rispetta pienamente sia il diritto umano internazionale che il diritto dell’Unione Europea, e i respingimenti dalla Grecia verso la Turchia verranno effettuati secondo il principio del “Paese terzo sicuro”, secondo il quale un Paese è considerato tale se si può dimostrare che non ci sono generalmente e costantemente persecuzioni […] né tortura o altre forme di pena o trattamento disumano o degradante, né pericolo a causa di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale” . E’ lecito chiedersi se la Turchia alla luce dei fatti, possa realmente considerarsi un Paese sicuro: gli attacchi alla stampa di opposizione delle ultime settimane, così come le annose tensioni con la minoranza curda, ancora trementamente attuali e intrecciate con le vicende legate all’Isis ne sono una prova più che lampante.

La mancata sottoscrizione da parte della Turchia della Convenzione di Ginevra ha addirittura reso necessario inserire nell’accordo una clausola aggiuntiva volta a precisare espressamente l’impegno del Paese a rispettare i diritti dei migranti secondo quanto previsto dal diritto internazionale. Viene da chiedersi se non sarebbe stato più semplice, e anche realmente rispettoso del diritto umanitario internazionale, che Ankara avesse provveduto a ratificare una volta per tutte il documento.
Ed è proprio la convenzione sui rifugiati a vietare espressamente i respingimenti collettivi: anche in questo caso dall’UE assicurano che ogni caso verrà valutato ed esaminato singolarmente, e non ci sarà spazio per nessun respingimento di massa. Vanno bene le rassicurazioni, bisognerà però poi vedere se corrisponderanno alla realtà. Abbiamo già assistito a valutazioni sommarie ed arbitrarie nei campi profughi o nei centri di accoglienza europei posti al confine con le frontiere esterne: il fatto che questi esami verranno lasciati in mano esclusivamente ad Ankara fanno sorgere più di un ragionevole dubbio anche alle maggiori ONG del settore.

Estremamente chiara è ad esempio la posizione di Human Rights Watch, che ammonisce: Let’s not confuse desperation for legality: non confondiamo la disperazione con la legalità. Non può una situazione di crisi avallare ogni sorta di compromesso, soprattutto se questo rischia verosimilmente di esser portato a casa sulla pelle di un gran numero di esseri umani. Il pericoloso trend che l’Unione Europea ormai da tempo ha deciso di portare avanti sembra riflettere considerazioni molto più politiche che umanitarie, e che cozzano con i valori basi su cui l’UE è stata pensata e fondata una volta uscita dalle macerie della seconda guerra mondiale. I summit, le dichiarazioni e le azioni degli ultimi mesi hanno fatto emergere particolarismi ancora molto radicati all’interno dell’Unione Europea, che si stanno dimostrando molto più forti di quell’unità che invece dovrebbe caratterizzarla. La sensazione è che ancora una volta prevalga una dannosa tendenza a voler sfruttare a proprio favore questo particolare momento di crisi, anche distorcendo i dati oggettivi secondo un interesse di comodo.
E’ vero che le dimensioni dell’esodo di questo periodo sono le più grandi raggiunte da dopo la fine della seconda guerra mondiale; è anche vero però che parlando per massimi sistemi e senza dati oggettivi alla mano si rischia di ingigantire un problema che esiste, ma che è forse meno inquietante di quanto si crede. Basti pensare al Libano, che con i suoi 4 milioni di abitanti accoglie attualmente circa un milione di profughi: il confronto con la situazione dell’Unione Europea non può reggere.

Sembra inoltre lecito chiedersi come sia stato possibile stabilire all’unanimità lo stanziamento di ben tre miliardi di euro (destinati a diventare sei) per la Turchia, e non aver invece raggiunto un accordo per poter utilizzare questa cifra per operazioni esclusivamente europee, peraltro esplicitamente previste dalla stessa legislazione UE che a partire dalla fine degli anni ’90 insiste sulla necessità di trovare forme di cooperazione e condivisione delle responsabilità tra Stati Membri in materia di asilo e di immigrazione.

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Il risultato di quest’accordo sembra voler implicitamente delegare qualcun altro a risolvere un problema che non si è in grado di affrontare uniti e compatti. Le probabilità poi che il piano “funzioni” sono molto scarse: non permettere ai migranti di arrivare in Europa non significa porre fine all’esodo, che continuerà lungo altre rotte, alimenterà altri traffici irregolari, rimpinguerà le casse di altri trafficanti, metterà a rischio l’incolumità di altre persone.
All’inizio degli anni Novanta, subito dopo la disgregazione dell’Ex Repubblica di Jugoslavia,  l’Europa si trovò ad affrontare quella che ai tempi fu definita la più grande crisi di rifugiati dai tempi della seconda guerra mondiale. Oggi, l’Europa si trova davanti ad una situazione molto simile: ha vent’anni di più, ha predisposto almeno sulla carta molti strumenti di intervento che ai tempi forse non erano neanche lontanamente ipotizzabili. Il fatto che nonostante questo non si riesca a dare una riposta univoca fa sorgere più di una riflessione sul presente e sul futuro di questa organizzazione internazionale di cui tutti noi facciamo parte.

Autore

Laureata in Relazioni Internazionali, grafomane convinta, amante delle lingue straniere, della comunicazione e della politica. Con la testa perennemente tra le nuvole, mantengo i piedi per terra osservando il mondo e provando a raccontarlo.