Il vertice sull’immigrazione di Bruxelles: se l’UE scende a patti con la Turchia

1
Condividilo!

Ieri, lunedì sette marzo, si è svolto a Bruxelles un vertice sull’immigrazione tra tutti i capi di Stato e di governo dell’UE (Unione Europea) ed il premier turco Davutoglu. Il summit arriva dopo una settimana densa di avvenimenti significativi che è bene ripercorrere, e capire così in che clima si è arrivati alle conclusioni più rilevanti.

Unione Europea

La settimana si è aperta con l’annunciato smantellamento parziale di quella che è ormai nota come Calais Jungle, il campo profughi che da ormai oltre un anno accoglie incessantemente migliaia di persone che puntano ad attraversare il Canale della Manica passando per l’Eurotunnel, e raggiungere così la loro personale visione di Terra Promessa: il Regno Unito. Com’era prevedibile le operazioni non si sono svolte senza ostacoli: la prima metà della settimana è trascorsa tra baracche date alle fiamme, lanci di gas lacrimogeni da parte della polizia e bocche letteralmente cucite dei migranti per protesta.
Lo sgombero del centro presenta problemi di natura logistica ed umanitaria, strettamente legati alla politica europea di asilo ed alle sue comprovate inefficienze. Da una parte ci sono le promesse non mantenute delle autorità francesi, che avevano assicurato un processo di smantellamento nel pieno rispetto di diritti e dignità umana e l’allestimento immediato di nuovi rifugi per gli sfollati. La situazione a metà settimana però raccontava tutta un’altra storia, di sgomberi forzati nel cuore della notte, e di container predisposti per i migranti in quantità assolutamente insufficiente.

Unione Europea
D’altra parte, gli stessi migranti non hanno alcuna intenzione di abbandonare in campo, anche se costretti a dormire all’aperto e senza alcun tipo di riparo. Se spostati in località più lontane dalla costa atlantica, le probabilità – peraltro già scarse – di raggiungere l’Inghilterra si farebbero ovviamente pressoché nulle. Restando nella giungla di Calais, riescono infatti più facilmente ad evitare di essere registrati come previsto dal cosiddetto Sistema Dublino, il sistema dell’Unione Europea che determina lo Stato Membro responsabile per la valutazione delle domande di asilo, e che salvo pochissime eccezioni, è di norma lo Stato del loro primo arrivo.

Unione Europea

Contemporaneamente allo smantellamento di Calais, in un altro campo profughi improvvisato – stavolta situato in Europa orientale – la situazione ha raggiunto e superato limiti di sostenibilità. Si tratta del villaggio greco di Idomeni, posto al confine strategico con la Macedonia, che si sta praticamente trasformando in una vera e propria Calais dell’est. Se fino a qualche settimana fa il flusso di profughi era in linea di massima sotto controllo, tutto è cambiato da quando i Paesi vicini, Macedonia compresa, hanno deciso di introdurre pesanti restrizioni sugli ingressi del loro territorio: il risultato è un numero sempre più alto di persone che resta bloccato nel campo e condizioni igienico sanitarie che stanno cominciando per forza di cose ad aggravarsi. Per rendersi conto della situazione, basta pensare che le sue capacità di accoglienza ammontano a duemila persone, ma si contano già circa 14000 migranti presenti. Anche in questo caso è da segnalare un modus operandi che troppo spesso si allontana dai canoni di civiltà e di rispetto dei diritti umani, nonché dalle norme che regolano il sistema di asilo europeo. Secondo l’UNHCR infatti i respingimenti si stanno facendo sempre più arbitrari, e spesso non si è in grado di trovare una motivazione plausibile che li riesca a giustificare. Ciò che è certo è che la valutazione dei casi singoli, così com’è prevista dal già citato Sistema Dublino, è praticamente inesistente.

Unione Europea

Le condizioni di Calais e di Idomeni non rappresentano certo casi isolati in Europa: si tratta di pratiche ed episodi sempre più frequenti che si verificano soprattutto nelle aree in cui l’arrivo dei migranti è di fatto costante, in quanto rappresentano territori di primo arrivo o territori immediatamente prossimi ai luoghi di destinazione. Sarà forse per questo che giovedì scorso il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk si è rivolto ai cosiddetti migranti economici (quelli cioè che per definizione fuggono dalle loro terre d’origine non perché in fuga da conflitti, guerre o particolari forme di discriminazione, ma “semplicemente” con l’obiettivo di migliorare le proprie prospettive di vita), di non intraprendere il loro viaggio in direzione della Fortezza Europa. Si tratta di dichiarazioni molto forti e cariche di significato; sembra quasi che piani alti europei si sia vicini alla resa, davanti a un problema che da tempo non è circoscritto a un dato lasso di tempo o a una data porzione di territorio europeo, ma è di fatto una costante. E’ però lecito chiedersi se la determinazione dei migranti economici in questione (spesso costretti a vivere, o meglio a sopravvivere sotto la soglia di povertà) possa essere soffocata con un semplice annuncio fatto a parole.

Ma torniamo al vertice. L’incontro si è aperto con la richiesta a sorpresa (ma in realtà prevedibile) della Turchia di ben tre miliardi di euro in più, che si aggiungerebbero ai tre già previsti dallo scorso novembre, per farsi carico del respingimento di tutti i migranti economici che vogliono raggiungere l’Europa. Davutoglu ha anche avanzato la proposta di istituire un meccanismo per cui, per ogni profugo siriano giunto illegalmente in Europa ma riammesso in Turchia, l’UE dovrebbe accoglierne uno in modo legale in arrivo da Ankara. E non basta: il premier e il presidente Erdogan puntano anche a riaprire le trattative per l’adesione all’UE (legittima ai loro occhi proprio per il contributo dato alla questione migranti) e ad una liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi che vogliono entrare all’interno dell’Unione.

Unione Europea

La sensazione è che dalla Turchia ci si sia ben resi conto dell’attuale strategia europea, che dopo il fallimento del piano di ricollocamento dei migranti in arrivo sulle coste greche e italiane verso tutti gli altri Stati Membri, sembra aver trovato nell’accordo con Ankara l’unica soluzione al momento applicabile. Non sorprende perciò che l’obiettivo turco sia proprio cercare di ottenere quanto più possibile da questi accordi. Le dichiarazioni più significative tra i Membri UE sono invece quelle dei leader di Austria e Ungheria, fermamente decisi a voler chiudere la rotta balcanica verso l’Europa: in parole povere, nessun migrante dovrebbe aver la possibilità di raggiungere l’Europa una volta giunto in Turchia. Se invece “prendiamo i migranti direttamente da Grecia e Turchia è un invito alle danze”, ha dichiarato il premier ungherese Orban.

Il vertice, che si è concluso in nottata, non ha portato a nessun accordo concreto: l’UE sembra essere favorevole alla proposta turca per l’istituzione di un meccanismo di reinsediamento, ma non si è pronunciata sui tre miliardi di euro aggiuntivi né sulle prospettive di riapertura delle trattative per il processo di adesione della Turchia. La cancelliera tedesca Merkel non ha caso ha parlato di intesa sui principi generali che dovranno essere tradotti in iniziative, cosa che probabilmente accadrà in occasione del prossimo vertice del 17 e del 18 marzo.

Unione Europea

Le prospettive che si stanno delineando in questi giorni danno molto da pensare circa la linea politica in materia di asilo tenuta dall’UE. Da un lato, sebbene gli appelli all’unione e all’essere europei che dallo scorso settembre riecheggiano nelle aule parlamentari di Bruxelles e Strasburgo, le decisioni degli Stati Membri sembrano più che altro inseguire interessi prettamente nazionali, lasciando di fatto la situazione irrisolta e senza via d’uscita.  Dall’altro, il continuo scendere a patti con le autorità di un Paese dove libertà di espressione e informazione sono alla luce dei fatti praticamente inesistenti, pone inquietanti interrogativi sul significato che l’Unione vuole dare ai valori su cui è stata fondata, nella gestione delle sue relazioni sia interne che internazionali.

Autore

Laureata in Relazioni Internazionali, grafomane convinta, amante delle lingue straniere, della comunicazione e della politica. Con la testa perennemente tra le nuvole, mantengo i piedi per terra osservando il mondo e provando a raccontarlo.