L’UE e il dilemma Brexit: would they stay or would they go?

0
Condividilo!

Sono ormai mesi –se non addirittura anni considerando che già nel 2013 il Premier inglese Cameron avanzò per la prima volta l’ipotesi di un referendum per uscire dall’UE– che un dubbio angosciante tormenta i principali consessi europei: quali saranno le sorti del regno della Regina Elisabetta II? Rimarrà all’interno dell’Unione Europea, deciderà di andarsene, o più verosimilmente verrà raggiunto l’ennesimo compromesso volto a mettere in un angolo l’ombra di una diaspora europea al momento sempre più minacciosa?!

Brexit

Proprio di Brexit si è parlato durante il vertice dei capi di Stato e di governo UE che si è tenuto venerdì 18 e sabato 19 febbraio a Bruxelles. Principale obiettivo delle autorità europee, con il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk in prima linea, seguito da tutte le altre cariche nazionali, era ovviamente quello di mettere a tacere ogni ipotesi di fuoriuscita britannica. Cameron, dal canto suo, mirava a uscire vincitore dall’incontro, quindi a portarsi a casa tutte o quasi le richieste che l’UE avrebbe dovuto soddisfare onde evitare il pericoloso avanzamento dello spettro della Brexit.

Brexit

Le proposte di Cameron
Le proposte britanniche presentate lo scorso novembre si sono contraddistinte da subito per l’immancabile marchio di fabbrica made in UK: la volontà di tenersi sempre alla giusta distanza dal resto dei Paesi UE. Il Premier inglese vorrebbe vedere eliminato dai Trattati il paragrafo che parla di un’Unione sempre più stretta tra i popoli d’Europa. Senza alcun riferimento scritto ad una maggior integrazione –anche e soprattutto politica– tra gli Stati membri, i parlamenti nazionali avrebbero infatti in mano un maggior potere di veto, facilmente traducibile in una sostanziosa forza decisionale da sfruttare ogni qualvolta si rendesse necessario.
C’è anche l’Euro nel mirino di Downing Street: la moneta unica non dovrebbe infatti esser più tale, ma accettare invece la compagnia di tutte le altre monete europee ancora circolanti negli Stati Membri non appartenenti all’eurozona. Tra queste, sembra quasi banale ricordarlo, c’è anche la sterlina.
Altro tema caldo posto sul tavolo delle trattative è quello relativo ai cosiddetti migranti europei che ogni anno sembrano riversarsi nel Paese. La proposta in merito prevede uno stop, o meglio una sospensione temporanea dei diritti –come l’accesso alla sanità, ai sussidi di disoccupazione o il welfare anche per i figli a carico rimasti nel paese d’origine– finora concessi secondo la normativa UE ai cittadini europei che decidono di trasferirsi in Gran Bretagna (o in qualsiasi altro Stato membro).

I passi avanti fatti finora
Nemmeno un mese fa Tusk ha presentato al Parlamento Europeo una bozza di accordo per risolvere il dilemma Brexit. La proposta del Presidente polacco ha trovato il favore generale più o meno di tutti, anche se volendo peccare di pignoleria c’è da dire che alcuni punti risultavano ancora poco chiari. Questo il caso della questione migranti europei: da Bruxelles c’è il sì alla sospensione temporanea per l’accesso al welfare, ma non viene precisato per quanto tempo questa sospensione dovrebbe rimanere in vigore. Secondo Tusk inoltre, mano a mano che il cittadino UE procede con la sua integrazione nel Paese di destinazione ,dovrebbe aver la facoltà di acquisire gradualmente quei diritti inizialmente, e attualmente, previsti dalla legislazione dell’Unione. In queste settimane il clima si è sempre mantenuto positivo, con la sola ala conservatrice (capitanata dall’Ukip, il partito indipendentista britannico guidato da Nigel Farage) che storceva il naso. La sensazione, praticamente quasi una certezza, è che il Regno Unito non volesse realmente lasciare l’Unione, ma solamente far la voce grossa per ribadire il suo carattere di membro speciale, soprattutto adesso che in casa UE tira una brutta aria, e su più fronti.

Brexit

Se si arrivasse a un referendum prima e ad una Brexit poi, la Gran Bretagna stessa andrebbe incontro a una serie di problemi da non sottovalutare. E’ vero che, liberi dai vincoli imposti da Bruxelles, si guadagnerebbe in libertà d’azione, ma è anche vero che una volta uscita dall’UE, Londra non avrebbe più voce in capitolo riguardo alle regole che governano il mercato comunitario. Ecco svelato il motivo alla base delle richieste messe sul piatto da Cameron. Anche le piazze finanziarie non sembrano essersi dimostrate particolarmente favorevoli all’ipotesi Brexit. La sterlina continua a scendere, a dimostrazione del fatto che l’incertezza fa male ai mercati, soprattutto se riguarda più di un aspetto. Attualmente non si sa se e quando il referendum si farà, e soprattutto a quale esito si arriverà: il clima non è disteso e la finanza risponde punendo il colpevole di turno, in questo caso la Gran Bretagna.  Standard & Poor’s ha fatto capire la sua posizione: in caso di  referendum gli inglesi verrebbero privati del vanto della cosiddetta tripla A –volendo semplificare il 30 e lode della sostenibilità finanziaria– dopo 40 anni di affidabilità ininterrotta.

Raggiunto l’accordo
Dopo due giorni di intensi dibattiti, un accordo tra le controparti è stato raggiunto. Il percorso non è stato affatto lineare, con l’eloquente dichiarazione di Tusk rilasciata giovedì sera a darne dimostrazione: «Dopo le consultazioni nelle ultime ore devo dire francamente che non è ancora sicuro che raggiungeremo un accordo.» Che sia stata una mossa strategica mirata a tenere Cameron sulle spine? Poco probabile, anzi proprio il Premier UK sembrava aver il coltello dalla parte del manico, deciso a uscire vincitore da questo duello in salsa europea. I punti che hanno più acceso la discussione sono stati quelli relativi ai migranti (la sospensione temporanea al welfare colpisce soprattutto i cittadini europei più poveri, e in particolar modo quelli provenienti da est, generalmente con maggiori necessità di benefici sotto questo punto di vista), e quelli di natura finanziaria.

Brexit

Una volta superate le resistenze, nel tardo pomeriggio di venerdì è arrivato l’accordo, annunciato dai tweet di Tusk e di Cameron. Niente di nuovo sul fronte occidentale, verrebbe da dire. Il premier inglese si porta a casa la sospensione temporanea del welfare ai migranti europei per ben sette anni, e un paragrafo aggiuntivo nei Trattati che rende esplicita l’esclusione del Regno Unito dalla famosa Unione sempre più stretta. Cosa significa? E’ lo stesso Cameron a spiegarlo con qualche esempio. Niente obbligo di salvataggio finanziario di potenziali stati membri in difficoltà, niente eurozona come territorio nemico, nessuna prospettiva di partecipazione ad un eventuale futuro esercito europeo. Se mai si potrà veramente parlare di Stati Uniti d’Europa, si farà senza il pieno coinvolgimento della Gran Bretagna.

Brexit

Degno di nota il messaggio con cui il Premier inglese ha annunciato alla stampa l’esito giunto al termine del vertice: «Avevo dubbi sull’Ue, ma non bisogna starne fuori solo perché è frustrante», ha infatti dichiarato. Un po’ come dire “Far parte di un’organizzazione sovranazionale comporta limitazioni non da poco, ma se posso starci a modo mio … Perché no?”

Brexit

Si spengono le luci a Bruxelles, ma la saga Brexit potrebbe esser lontana dal suo epilogo e altri nodi devono ancora essere sciolti. Con l’accordo non salta il referendum, previsto probabilmente per il prossimo giugno: quale verdetto sentenzierà il voto dei cittadini britannici? Per quanto tempo l’UE potrà assicurarsi la permanenza UK senza il bisogno di un’ennesima rinegoziazione? Questo continuo trattamento speciale riservato a Londra non rischia di preparare il terreno per simili rivendicazioni anche da parte di altri Stati Membri?

Autore

Laureata in Relazioni Internazionali, grafomane convinta, amante delle lingue straniere, della comunicazione e della politica. Con la testa perennemente tra le nuvole, mantengo i piedi per terra osservando il mondo e provando a raccontarlo.