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Un cane per l’estate

Un altro e comune “nemico” dell’estate è il fenomeno dell’abbandono dei cani. Senz’altro uno degli abusi più deprecabili che l’uomo, nonostante l’inciviltà che il gesto in sé rappresenta, continua abbastanza comunemente a perpetrare.

Penso che la lieve (seppur continua) diminuzione del fenomeno sia in realtà dovuta più alla crisi che all’efficacia delle campagne animaliste. Brambilla permettendo.

E’ infatti più raro che intere famiglie migrino verso lidi esotici per lunghi periodi e quindi il deposito a perdere dei loro beniamini domestici è sempre più un problema di poca incidenza sull’economia familiare. Lasciare una settimana il cane al nonno, allo zio o al babbo quasi mai è un dramma, lasciarlo un fine settimana da solo in casa, con la finestra aperta e l’acqua e il cibo nelle scodelle non è peccato mortale, in più fa anche da guardia.

http://www.youtube.com/watch?v=_PXSt2DeYI8

Per quanto però la sensibilità generale verso gli amici a quattro zampe sia aumentata e il fenomeno dell’abbandono ridotto (accenneremo poi al randagismo che merita un a parte), sta aumentando, grazie soprattutto all’apporto dei social network, la “voce grossa” dei militanti. Coloro che si slanciano in maniera spesso priva di alcuna forma di ironia e con eccessiva vocazione animalista (spesso dell’ultima ora) in appelli pieni di affetto misto a disperazione con foto e nomi di “cuccioli” in cerca di padrone, implorando giustizia per le violenze subite dai loro “assistiti”, augurando miserie e sciagure spesso anche a coloro che seguono il problema con il distacco dei disinteressati.

Temo che molto spesso questi atteggiamenti tendano a sottovalutare (e quindi indirettamente ad implementare) il problema, poiché la noia e poi (di conseguenza) l’intolleranza verso questa forma particolare di impegno civile cresce di giorno in giorno.

Specialmente in coloro che magari hanno un cane, magari lo hanno preso pure al canile; ma magari non gli hanno dato un nome di persona, non mangiano nello stesso piatto e se prende il cimurro non si mettono a piangere; ma non per questo non amano e non rispettano lui e i suoi simili, e che si stanno stufando di individui, in prevalenza di sesso femminile, in prevalenza abbastanza giovani, in prevalenza repressi in altre forme affettive, che puntualmente fanno pesare la loro assidua presenza come volontari (e quindi autoproclamati eroi del valore e del merito) in quelle strutture che da canili (e quindi sorta di campo di concentramento per arginare il fenomeno del randagismo) si stanno trasformando in orfanotrofi canini.

http://www.youtube.com/watch?v=6X-7ebILD3g

Pochi infatti (specialmente tra i suddetti volontari) prendono seriamente in esame i problemi seri connessi al randagismo. Che prima di Pasteur significavano epidemie di rabbia e altre malattie infettive, e che ancora adesso provocano gravi “imbarazzi” in molte periferie urbane, anche in Italia.

Si dirà “colpa di chi li ha abbandonati”. Ma questa è una pura banalità. Perché è un serpente (o se preferite, visto che siamo in argomento, un cane) che si mangia la coda. Bisognerebbe educare troppa gente (quindi ci vorrebbero troppi soldi) oppure bastonare e rinchiudere chi maltratta istigando le bestie a ribellarsi, perché i cani randagi prima di aggredire, sono spesso aggrediti a loro volta (io sarei in molti casi anche d’accordo, ma si combatterebbe la violenza con la violenza). Oppure sterilizzarli, come spesso molti attivisti sostengono (ma io da umano preferirei morire a bastonate, che vivere castrato). Insomma, non banalizziamo.

Tra i cani di razze diverse e a volte anche all’interno della stessa razza esistono poi dall’alba dei tempi (cioè da quando uno di loro – probabilmente uno di più deboli – ha tradito i suoi simili – cioè il lupo – e ha scelto di stare dalla parte dei guardiani di pecore, anziché dei cacciatori) infinite forme di discriminazione. Discriminazione dovuta ovviamente al tipo di “padrone” e non al tipo di cane.

Che poi, siamo noi esseri umani ad essere intervenuti con un’eugenetica paragonabile al peggior lager nazista per distinguere tre principali classificazioni di razza e competenza: Caccia, guardia e compagnia/diletto.

Se calcoliamo che a caccia andiamo sempre meno e per la guardia usiamo l’antifurto (mentre ci sono sempre meno branchi di pecore da sorvegliare) è inevitabile che il cane ricopre il suo scopo sociale (perché il cane, come noi umani, è una specie avulsa dalla catena alimentare, e quindi, da un punto di vista biologico-meccanico per l’eco-sistema, è nullo se non dannoso) quasi esclusivamente nell’ultimo ruolo assegnatogli: il compagno.

http://www.youtube.com/watch?v=5Khj6bYPEGs

E’ però altrettanto inevitabile che finché ci facciamo fare compagnia da un beagle (in origine utilizzato per stanare i cinghiali) non succede nulla, ma sinceramente un rottweiler, non lo vedo molto adatto, se non altro per conformazione cranica. Anche se gioca, si sente.

Adesso chiudo qua, permettendomi anche un’appendice politicamente corretta: i cani sono principalmente buffi, fanno ridere. Il mio non mi ha mai fatto piangere né stare in pena (me, mia madre ha perso anni di vita cercandolo fuori dalla porta), ma è, come si dice in Toscana, un sagoma. E’ un po’ scemo. Gli piacciono gli affari suoi. Ma per buttarla lì, il luogocomune che il cane e il padrone si assomigliano secondo me è vero. E’ normale oltretutto, passando tanto tempo insieme. Ecco, io penso che anche loro, per primi forse (a vedere tanta gente che si sbatte per difenderli, tanta altra che li maltratta, li uccide, li cucina, e tanti altri che infine se ne fregano altamente) se la ridono.

Perché forse per primi, si sono accorti che stiamo facendo tutto noi: pensiamo per loro, agiamo per loro, viviamo per loro, pensando troppe volte che siano umani e non cani. E proprio per questo riserviamo loro lo stesso trattamento (con le nostre antipatie, le nostre banali e insensate criminalità, la nostra ecumenica vocazione al bene del mondo, ecc.) che riserviamo ogni giorno alla nostra stessa specie.

http://www.youtube.com/watch?v=70_ihbQRU2o

Poi infine voglio precisare che quello che ho scritto è un semplice compendio di suggestioni e riflessioni, che mi piacerebbe ampliare con quelle di chi legge. La polemica è come al solito sacra e mi auguro che nessuno si risenta sul piano personale. Alla fine prendersi troppo sul serio genera solo sventure. E i cani lo sanno.

Chi è Michele Baldini

Sono un essere umano, di sesso maschile, che ha da poco superato i trent'anni, ha una laurea piuttosto inutile, sa abbastanza bene tenere in mano una chitarra e poco suonarla, ha un rapporto molto conflittuale con il resto della propria specie (a volte amore, altre disprezzo, mai odio, perché l'odio presuppone la stima) e che crede in alcune cose tra cui la fedeltà, l'arte e soprattutto la curiosità.

4 Responses

  1. Giulia scrive:

    Sembra proprio che la tua chiusura ” Alla fine prendersi troppo sul serio genera solo sventure. E i cani lo sanno.” serva un po’ da paravento ad un articolo, se mi permetti, logorroico e tracimante, che se non si fosse preso troppo sul serio, avrebbe per lo meno cercato una via più sintetica per esprimere concetti che mi sembrano confusi tra il “compendio di suggestioni personali”, come le chiami tu, e un’intollerabile supponenza sociologica senza il minimo di supporto scientifico, non ti interessava? Benissimo, avresti allora dovuto scegliere una strada o soprattutto affermazioni diverse su cui tornerò più avanti. Mi sembra sorprendente, che in un portale finanziato dalla Regione Toscana, si consenta una libera erogazione dei pensieri giusto per dar fiato alla bocca. È un laboratorio? State giocando? Mettete per iscritto delle chiacchere da bar o da parrocchia? Ci sta tutto, ma quello che desume il lettore è un’incertezza di fondo preoccupante tra il diario personale (ovvero pensieri in libertà che ci si guarderebbe bene dal rendere pubblici) la pantomima del giornalismo d’inchiesta e una forma catecumenale davvero sconfortante. Prendo un passaggio a caso: “Specialmente in coloro che magari hanno un cane, magari lo hanno preso pure al canile; ma magari non gli hanno dato un nome di persona, non mangiano nello stesso piatto e se prende il cimurro non si mettono a piangere; ma non per questo non amano e non rispettano lui e i suoi simili, e che si stanno stufando di individui, in prevalenza di sesso femminile, in prevalenza abbastanza giovani, in prevalenza repressi in altre forme affettive, che puntualmente fanno pesare la loro assidua presenza come volontari (e quindi autoproclamati eroi del valore e del merito) in quelle strutture che da canili (e quindi sorta di campo di concentramento per arginare il fenomeno del randagismo) si stanno trasformando in orfanotrofi canini” È solamente un estratto del tuo articolo discontinuo e probabilmente, ma ci dovresti spiegare, in base a quali dati parli di “individui di sesso femminile, repressi in altre forme affettive”. Chi sono? ne hai avuto un’esperienza personale? Ne hai studiato un campione sufficiente per poter generalizzare, come del resto fai? sono tuoi amici? Nemici? Mi dirai, difendendoti dietro il solito e consueto paravento “non c’era nessuna intenzione di fare un’analisi sociologica” Va benissimo, allora racconta, scendi nel dettaglio, non rimanere sul generale, è un tono che si addice ad un ricercatore, non ad un “compedio di suggestioni”, le suggestioni non dovrebbero consentirti di rimanere ad una distanza regolamentare e protetta dai soggetti di cui parli, perchè le generalizzazioni tuonano come giudizi pesanti e proprio quando non vorrebbero prendersi troppo sul serio, scivolano nella trappola opposta, abbi il coraggio di esprimere un parere DAVVERO personale, descrivile queste persone con carenze affettive, dai loro un nome, guardale con amore oppure con odio, falla vivere la tua scrittura, tirala fuori dalla naftalina delo sfigato saccente, non usare la scrittura come un nascondiglio, confessati Michele, con un prete o un analista, guardale queste persone (se puoi) con la stessa curiosità e odioamore con cui si dovrebbe guardare tutti, anche i propri nemici, ma fallo senza sputare sentenze lapidarie in medias res, senza il paravento sacerdotale di un solone de noantri che non riesce ad argomentare le sue affermazioni; perchè ci sta tutto, perchè è probabile che queste carenze siano una delle ragioni di un rapporto a volte distorto con il mondo animale, ma non è questo il modo di raccontarlo, mi sarei aspettato di sentire considerazioni del genere durante l’omelia di un prete nato nel 1928, ma non da un ragazzo della tua età. C’è un vecchio film che si intitola “io, io, io, io, io…e gli altri”. Dovresti recuperarlo. Questo non è giornalismo, ma non è neanche un compendio di suggestioni personali; questo è GOSSIP, del peggiore e anche del più offensivo (offensivo nei confronti dell’intelligenza del lettore, che è superiore rispetto all’idea che te ne sei fatto, offensivo rispetto a quel quid “generale” a cui pensi di riferirti abilmente, evitando il particolare, il dettaglio, ovvero evitando di sporcarti le mani e di scendere tra i mortali). Quanto al lupo “che sceglie” di stare dalla parte dei guardiani, mi sono fatta delle grasse risate e ho pensato, forse è vero, è un cabarettista, non si prende troppo sul serio.

  2. Michele scrive:

    cara giulia. Intanto eccoti un po’ di dati sugli abbandoni e sul fenomeno del randagismo (che resta allarmante)
    http://www.animalinelmondo.com/notizie/cani/1217/dati-sull-abbandono.html
    sono elaborati da Edgar Meyer dell’Associazione “Diamoci la Zampa”
    Sull’addomesticamento del cane e la sua discendenza dal lupo guardati pure questo link
    http://www.icani.it/storia-cane.cfm
    Come vedi non sono fonti di parte anti-animalista, anzi…

    Per quanto riguarda invece lo “specifico” del mio articolo, cioè l’eccessiva militanza dei volontari i dati sono -è vero- arbitrari ed elaborati dal sottoscritto su queste basi:

    Ho 1.995 amici su Facebook
    di questi 37 (l’anno scorso 22) sono volontari
    di questi 32 sono donne
    di queste 32, 18 sono single
    l’età media è di 31 anni

    Ho poi visitato alcuni (circa una decina) forum (cerca pure anche tu su google le parole “volontari” e “canili”)
    scorri pure la pagina e dimmi in prevalenza qual è il sesso di chi scrive

    Infine se volevi che scendessi nel particolare, c’hai già pensato tu: sei l’esempio perfetto!

  3. Wood scrive:

    Mi interesserebbe analizzare alcuni punti.

    1) L’efficacia del messaggio.
    Qual è l’obiettivo di chi si impegna nel Bungee Posting sui social network di immagini che ci mostrano animaletti squartati o comunque messi parecchio male, eventualmente in cerca di un padrone?
    Come per ogni azione avremo un obiettivo esplicito e altri impliciti, spesso inconsapevoli.
    In questo caso obiettivi espliciti potrebbero essere un miglioramento della condizione dei cani rappresentati in foto, favorire certi tipi di comportamenti come l’adozione di un cane? Prendersi un giorno al mese o alla settimana o qualche ora al giorno per fare del volontariato? Prendiamo questi possibili obiettivi più quello di “arruolare” nuovi attivisti.
    Per ragionare l’efficacia di una comunicazione è però necessario dare un’occhiata al ricevente, o target.
    Avremo quindi alcune centinaia di “amici” che assisteranno alla nostra compulsiva pubblicazione di animaletti squartati. Credo che si possa dividere per comodità il target in tre settori: già attivisti, insensibili al tema, sensibili al tema.
    Per quanto riguarda i primi possiamo auspicare un effetto irrisorio se non nullo, in quanto già sono attivisti. Il feedback sarà un utilissimo “Mi piace” sotto all’immagine.
    In coloro che sono insensibili al tema credo si possa causare solo un rigetto dell’informazione, se non persino un senso di noia e fastidio nel vedere sulla propria edulcolorata homepage immagini poco gradevoli. Rifiutiamo dunque un’ipotesi di efficacia anche su questa parte della popolazione.
    Infine avremo i sensibili al tema. Avrà successo la comunicazione con questa fetta dei nostri amici/vittime?
    Ahia! Temo ancora una volta di no. Magari inizialmente ci sarà una lacrimuccia e un altro “mi piace”. Poi l’effetto svanirà con la ripetizione. Infatti la ripetizione di stimoli simili, come ben sappiamo ad esempio dalla pubblicità, ci porta ad assuefazione a meno che si importino nel messaggio elementi nuovi e interessanti.

    Altri effetti:
    - Via il senso di colpa: Infatti nel momento in cui noi stiamo pubblicando queste immagini non solo stiamo “facendo qualcosa” (lo stare ore su social network ci fa sentire un po’ in colpa perchè “non combiniamo niente”), ma persino qualcosa di utile a una buona causa: in quel momento ci sentiamo altruisti e prosociali, buoni.

    - Ci aiuta a rispondere a una domanda: io chi sono? Rafforziamo infatti la nostra identità, appartenendo a un gruppo. Un gruppo che ha delle norme e che ci dà un titolo. Il titolo di “animalista”. Anche se sappiamo di poterlo essere in diversi modi, è facile che si creino dei veri e propri fondamentalismi, per cui “Bisogna fare determinate cose”, “non possiamo dirci animalisti e poi mangiare il prosciutto” eccetera eccetera. Questo porta ovviamente a valutare i membri dell’ingroup migliori degli outgroup. Se inserisco nel sillogismo “io faccio parte dell’ingroup” sarò automaticamente migliore e mi piacerò un po’ di più.

    Mi scuso se mi sono un po’ perso e se adesso mi sto facendo prendere dalla fretta. Vorrei comunque chiudere il mio commento con questa simpatica canzone.

    • Michele Baldini scrive:

      premetto che la canzone è gradita

      l’analisi è accurata e come la mia (e quelle di chiunque altro) descrive una parte di verità che esiste.

      Per me non ci sono soluzioni oggettive, perché in questi ambiti gli interessi e i punti di vista sono troppi.

      Io continuo ad essere piuttosto leopardiano e a scegliere il punto di vista della natura intesa come universo:

      ci sembra di essere chissà chi, e poter fare chissà cosa, ma alla fine, non contiamo nulla. Visto che volenti o nolenti tutti gli esseri viventi devono fare i conti con il tempo e quindi la fine. L’universo no.

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