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Una domenica di fine luglio. E’ il 2012.

Stiamo leggeri per via dell’estate e del caldo sempre più torrido, ma anche per via delle Olimpiadi (a cui lascio campo libero al nostro esperto Gianmarco Lotti) e delle emozioni che spero continueranno a regalarci i nostri compatrioti atleti e soprattutto perché, prima dei problemi seri dovuti al sistema economico mondiale, c’è anche una certo cambio di costumi che sto osservando e che il clima estivo contribuisce con estrema naturalezza a mettere in risalto.

Racconterò (meglio, tenterò di raccontare) una crisi economica che si vede tutti i giorni, a dispetto di una settimana in cui le borse sono in ripresa (ovviamente fittizia) e uno spread al ribasso (ovviamente pilotato e “drogato” dai contributi usurari della Banca Centrale Europea spacciati per aiuti).

Una crisi che si legge e si deve poter leggere in tanti modi, per capirla e cercare di superarla, confidando in qualcosa di nuovo e migliore e non nella banale ripetizione di false soluzioni già trovate più volte e mai funzionanti. Ricordarsi sempre che il mercato per come attualmente è regolato non ci salverà. Penso che non riuscirà a salvare nemmeno chi si sente al sicuro e nemmeno chi attualmente sta assolutamente beneficiando dei vantaggi (perché per alcuni ci sono eccome, già sappiamo) che questa drammatica situazione gli offre.

Lavorando come pizzaiolo da ormai quasi dieci anni (ho iniziato nel 2003) di clienti ne ho visti parecchi e trovando in questo mestiere sempre ottimi casi di studio per la mia professione parallela di osservatore sociale, vorrei cogliere l’occasione grazie a questo spazio per parlare di un episodio per me estremamente esplicativo del momento, capitato ieri, domenica 29 luglio 2012.

http://www.youtube.com/watch?v=GfXlzg3VhEE

La faccia tosta della disperazione – a true story

Ore 17 e 20. Io e i miei colleghi abbiamo aperto la pizzeria a taglio (di cui non menziono nome e localizzazione) da 20 minuti (il titolare non c’è, è in ferie). Di clienti nemmeno l’ombra, vista la giornata più configurabile per un bagno al mare o per un gelato che per una pizza. Stiamo preparando l’impasto e gli ingredienti per l’ora di cena (oltre a seguire con orgoglio e partecipazione le gesta dei nostri atleti a Londra), quando, complice il rientro, prevediamo più affluenza.

Entra d’improvviso una signora con un volto tutt’altro che gradevole (per usare un eufemismo) con al guinzaglio un cane.

Senza nemmeno salutare chiede (con chiare difficoltà di linguaggio, da cui si può intuire sia un basso livello culturale che una condizione sanitaria e umana molto scadente): – Io e mio marito non abbiamo soldi, ci potreste regalare un pezzo di pizza?

Al che, abbastanza sorpresi, io e il resto dei colleghi (eravamo in tre) rispondiamo che siamo spiacenti, ma la cosa non è possibile. Primo perché siamo una pizzeria e non la Caritas, secondo perché come ce lo chiede lei, potrebbe chiedercelo qualcun altro e se accontentassimo tutti, potremmo chiudere. Infine suggelliamo il tutto dicendo che il titolare non c’è e che quindi non può essere compito nostro quello di assumerci questo tipo di responsabilità.

http://www.youtube.com/watch?v=uZrI2BRe0k4

Questa, senza esitazione, fa entrare “suo marito”, il classico tipo definibile come “ceffo”, un personaggio che potrebbe essere uscito direttamente dal film Mamma Roma, il “sotto-proletario medio” potremmo dire. La cosa comincia un po’ a spaventarci e dopo un breve consulto, consegniamo alla coppia i due pezzi piccoli di margherita tanto agognati pregandoli gentilmente di uscire.

Nel frattempo, i due avevano continuato a intervallare la loro pressante richiesta con frammenti di vita vissuta (“dormiamo da tre giorni alla stazione”, “non abbiamo lavoro né soldi”, “stiamo morendo di fame”). Alla loro uscita facciamo le nostre considerazioni, tra cui in primis, la seguente: “non possiamo permetterci nemmeno di rischiarci una coltellata per 2 euro e 10 di pizza”. Perché tutti avevamo intuito che “quelli”, vista l’insistenza e l’assenza totale di cose da perdere, sarebbero stati capaci di tutto pur di conseguire il loro primario obiettivo: mangiare.

E, vista la comune esperienza di vita di tutti i presenti (una pizzeria in cui a pieno organico ci sono otto dipendenti, quasi tutti precari, 5 lauree, 3 studenti, tra le lauree psicologia, pedagogia, scienze sociali, sul lato personale appassionati di rave e concerti, quindi diamo giudizi simili a ragion veduta), potevamo mettere la mano sul fuoco sul fatto che non fossero né tossici né barboni né “comuni” malati di mente. Ma semplicemente “outsiders”: i primi tagliati fuori da un sistema sociale al collasso, forse (speriamo di no) pionieri di una massa di simili che di qui a poco invaderà la “nostra” pizzeria e altri esercizi in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. E’ una visione eccessivamente catastrofica?

http://www.youtube.com/watch?v=5TVAbpdnpnE

Potevamo rischiare una coltellata per 2 euro e 10 di pizza. Da morti di fame, il cui bisogno era principalmente quello di una struttura di accoglienza. Che l’attuale sistema non ci permette di sostenere. Perché dobbiamo pagare i debiti delle banche e quindi non possiamo pagare (anche con le nostre tasse) i debiti della società. Ne parliamo?

Chi è Michele Baldini

Sono un essere umano, di sesso maschile, che ha da poco superato i trent'anni, ha una laurea piuttosto inutile, sa abbastanza bene tenere in mano una chitarra e poco suonarla, ha un rapporto molto conflittuale con il resto della propria specie (a volte amore, altre disprezzo, mai odio, perché l'odio presuppone la stima) e che crede in alcune cose tra cui la fedeltà, l'arte e soprattutto la curiosità.

4 Responses

  1. andrea graziano scrive:

    paliamone. e comunque sugna gliel’avrebbe dati secondo me…s e mi posso permettere.

  2. Nicola Lollino scrive:

    Sono d’accordo.
    Hai fatto bene.
    Nicola di Pinerolo (remember?)

  3. Michele Baldini scrive:

    grazie del supporto nicola :) certo che mi ricordo!

  4. Gianmarco Lotti scrive:

    Mi successe la solita cosa alla Casa Del Popolo gestita da un mio amico vicino a Empoli, e anche lì si parlava di un euro e cinquanta per un panino. “Meglio ave’ paura che buscanne” dicono i miei nonni pistoiesi.

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