Sembra che vogliano cercarsi lo scontro, questi hipster/indie tecnologizzati fino al collo, baffuti o con una parte del cranio rasata (generalmente la sinistra), colorati, quadrettati e specializzati nella cultura alternativa. Riescono, con fare altezzoso e non curante, a esibirsi in pose da Marie Antoinette, e con il film di Sofia Coppola condividono pure la colonna sonora della propria vita. Per chi, come il sottoscritto, non ha mai aderito fino in fondo ad una moda o ad un costume che provenga da ambienti musicali, rimane quel misto tra insofferenza per il tweed indossato anche sui bermuda e l’ambizione di leggere Infinite Jest all summer long (quando invece di buona lena studio chino i libri di storia contemporanea).
L’immersione nella cultura alternativa, talvolta frivola ma comunque attività che sbriciolano il cervello meno delle pasticche nei rave, permette tuttavia una certa dose di abbandono a balocchi tecnologici, siano Iphone, Ipad, e-Reader, ecc. L’attaccamento al marchio di Steve Jobs in questo caso è una delle espressioni massime di alternativismo d’élite, considerando l’alto costo del manufatto, la filosofia di vita applicata sugli stessi manufatti e l’ignoranza, voluta o meno, sui processi di confezione dell’oggetto in sè, fonte di inchieste e di distacco materiale e culturale da parte degli ambienti più marcatamente sensibili alle problematiche dello sfruttamento dei lavoratori.
In particolare, la riconoscibilità di questa tribù virtuale e mondiale sta nelle App, ovvero nelle applicazioni di cui si può dotare il marchingegno touch e in particolar modo Instagram.
Instagram è un’applicazione per poter creare foto in stile antiquato, a dirla tutta da modernariato più che da antiquariato, applicando filtri che distorcono i colori, le luci, ma non la prospettiva nè la qualità della foto (fatta con apparecchi digitali), condividendole appena possibile sui social media più usati (Facebook e Twitter).
Cosa rende questa applicazione una delle più gettonate tra i possessori di palmari? Ma sopratutto cosa l’ha resa segno distintivo di una cultura che da quanto si è radicata nella società si sta sdoganando verso chi non ne ha mai fatto parte? Per quanto riguarda questa ultima domanda, non è empiricamente provato quanto sia indie o radical-chic fare foto con Instagram: non sono stati inventati ad oggi coefficienti di appartenenza o di influenza. Il successo, invece, è circoscrivibile a pochi semplici varianti: se fare foto non farà di te un fotografo (nè lo è stato nè lo sarà), sicuramente l’applicazione di filtri e ammennicoli che rendano più appetibile il tuo soggetto potranno migliorare la stima dei tuoi compagni di vita o quantomeno la tua autostima. Fare foto piace a molti, farsi fare foto piace ad ancora più persone. Applicateci l’appeal di uno smartphone, che attirà più trentenni e quarantenni che bambini, su manufatti che sono pensati per la generazione ’70-’80, et voilà.

Ma quello che non viene sottolineato di più, che ammetto seppur in modo critico, è il fatto che Instagram, ovvero un mezzo che spinge a creare foto ed a condividerle con il proprio gruppo, rende eterni quei piccoli momenti che costruiscono una vita, la propria vita e che altrimenti sarebbero dimenticati. Per le foto di matrimonio c’è il fotografo, già fissato da settimane e in quella occasione sappiamo che potremo avere un supporto che conserveremo gelosamente. Ma per gli attimi imprevisti in cui qualcosa cui cambia la giornata, magari durante il più monotono dei lunedì, in cui siamo pronti solo a farci affogare dalla noia del lavoro che ricomincia?
Questo è quello che ho pensato quando ho visto vicino alla stazione un ragazzo sui 30 anni, vestito di tutto punto in giacca e cravatta quindi pronto per ricominciare una giornata d’ufficio, fotografare con un iPhone dei piccoli gatti accovacciati l’uno sopra l’altro, in un esubero di morbidezza e coccolosità da commuovere anche Barbablù. E m’immagino questo ragazzo che ha potuto dimostrare ai suoi amici quanto carini e coccolosi potessero essere quei gatti, ed io, che ho un cellulare volutamente legato alla funzione di cellulare e basta, ve li potrei descrivere con millemila aggettivi, ma senza una prova reale del fatto che la mia vita per mezzo secondo è stata allietata da quelle minuscole bestie. Posso solo scrivervi un articolo sopra, nonostante sappia benissimo che non può bastare.
Chi è Elia Billero
Studente agli sgoccioli, appassionato di hi-tech, storia, musica e giornalismo, viene da San Miniato. Scrive anche in altri portali: per 5avi.net è Direttore Editoriale e cura la sua rubrica di costume e società Il Caso Volle




Bello, bravo.
mi associo al lotti in questo caso. condivido a pieno
c’è una cosa in più che affascina noi eighties. il fatto che instagram immortala il più piccolo particolare mantenendo nitido il ricordo, ma oltre a questo lo decontestualizza, perché lo congela in una sorta di momento senza tempo stile cyber-punk che gli rende fascino. diventa più istante collettivo che personale. non so se mi sono spiegato.
bravo. sono d’accordo con te. anzi adesso che scrivo mi torna in mente la maglietta con la margherita.. guru si chiamava (si chiama?) improvvisamente tutti la vogliono. improvvisamente sta cippa perché non casualmente i media patinati cominciarono a stampare solo fotine con le stelline delpopolo guruvestite(buffonin primis). e poi il codazzo dei commenti e poi ecco che tutti le indossarono e quanto sono belle e come sono semplici ma che bella idea…
che differenza c’è tra istagram e guru? nessuna. un’altro esperimento di ingegneria sociale applicato al marketing riuscito.
@akueo quindi non sei più d’accordo? vedo una grande differenza tra un marchio che recita il ruolo del marchio, con finalità prettamente commerciali, piuttosto che un software che in qualche modo aiuta a produrre contenuti. La margherita rimarrà sempre quella, Instagram ti può aiutare a fotografarla in qualche maniera più carina (detto tra noi, mi ha sempre fatto pena quella margherita stilizzata)