E’ un mondo difficile e questo lo sappiamo, oggi più che mai. Telegiornali, quotidiani o testate varie da qualche anno a questa parte ci raccontano della crisi nella quale siamo entrati e dalla quale fatichiamo ad uscire; le nostre aspettative sono state ridimensionate e dobbiamo imparare a volare basso spostando i nostri orizzonti. Come venirne fuori? Purtroppo non esiste una formula né magica né matematica per risalire la china, se non quella di darsi da fare. E come? Magari guardandosi intorno, riuscire a fare rete nelle immediate vicinanze e creare gruppi di individui. Fare rete, sì, è questa una della possibili soluzioni se non per eliminare la crisi, almeno per esorcizzarla.
Anche lo sport si è dovuto inchinare a questo momento infelice, pensiamo alle risorse sempre più scarse sia per le strutture locali, sia per quelle nazionali, o a quanto le squadre che tifiamo siano costrette a dover tirare la cinghia. Vi chiederete come è possibile nel mondo dello sport riuscire a fare rete, a stabilire le connessioni di cui si parlava poc’anzi. La risposta è racchiusa dentro due paroline magiche: filiera corta. Sicuramente questo concetto non vi sarà nuovo, molte volte ne avrete sentito alla televisione oppure al supermercato, sempre però in stretta relazione a prodotti alimentari o di prima necessità, ed ecco che adesso ve lo associano allo sport, questo effettivamente può suonare insolito. Però, pensateci bene, non sarebbe una brutta idea.
http://www.youtube.com/watch?v=uxVMsyBI0L8
Partiamo dalle basi: per filiera corta si intende il cosiddetto chilometro zero, ovvero l’assenza di intermediari tra produttore e consumatore, ad esempio l’ortolano che fa l’orto e poi vi vende melanzane, zucchine e quant’altro. Si tratta dunque del più antico e semplice degli scambi, senza dover ricorre a passaggi ulteriori nel processo produttivo. Come applicare queste cose allo sport? Magari riuscendo a valorizzare i “prodotti di zona“, vale a dire i giovani dei vivai o comunque a rendere il tutto più autoctono. Pensiamo alla pallacanestro, alla più grande squadra italiana, la Montepaschi Siena, e osserviamo nel dettaglio quanti italiani ha nel roster oppure in media nella varie formazioni delle ultime annate: più del settanta per cento di stranieri in rosa, e questo è un dato che deve far pensare. La situazione nelle altre squadre di basket non è che cambi più di tanto e nemmeno se spostiamo lo sguardo verso il rugby, dove le naturalizzazioni sono all’ordine del giorno, né tanto meno al calcio, sul quale si vuole puntare maggiormente l’obiettivo.
Non a caso se ne parla adesso, visto che siamo in fase di calciomercato. Negli anni ottanta, quando ancora i posti per gli stranieri (occhio: stranieri, non extracomunitari!) erano ridotti e le varie compagini si accaparravano Falcao o Hateley o Platini quando andava bene – in caso contrario ti potevi trovare a tifare per Portaluppi o Luis Silvio, ma questa è un’altra storia – il calcio nostrano poteva vantare più tradizione di adesso e i giocatori indigeni erano in numero assai maggiori. A quei tempi i settori giovanili fruttavano alla grande, e la cosa più curiosa e divertente era proprio vedere come ogni nazionale raffigurasse lo stile di gioco proprio di una nazione: con minore amalgama di nazionalità all’interno delle rose ad esempio la Germania, allora più di oggi, si distingueva per uno stile di gioco tutto suo, frutto della consolidata pratica all’interno del campionato nazionale, ma così anche in Italia, Spagna, Inghilterra.
http://www.youtube.com/watch?v=2t_0QgD4muc
Nella vecchia Coppa dei Campioni si poteva vedere il Malmoe arrivare in finale, oppure squadre come Steaua Bucarest e la grande Stella Rossa di fine anni ’80-inizio anni ’90 vincere quel trofeo. Divagando ancora un po’ potremmo immaginarci un’ipotetica nazionale jugoslava agli Europei 1992, dove probabilmente avrebbe dominato, però anche qui si tratterebbe di ucronia, quindi lasciamo perdere. Immaginate solo che adesso la Dinamo Zagabria invece di vendere Lovren, Modric e Mandzukic se li tenesse stretti come faceva a suo tempo – prima dell’inizio dei Novanta – con Prosinecki o Suker, allora sì che la Champions League non sarebbe quel G8 di squadre blasonate che è diventato oggi.
Con la riapertura delle frontiere il calcio italiano ha perso valore anche se i risultati testimoniano il contrario, basti pensare alle Champions di Milan, Juve e Inter negli ultimi 20 anni oppure alle quattro finali (due Europei e due Mondiali) conquistati dalla nostra nazionale. Però analizziamo il tutto nel dettaglio: secondo una ricerca della Gazzetta dello Sport a settembre 2011 il cinquantadue per cento dei calciatori operanti nella nostra prima divisione erano di nazionalità straniera. Si è assistito ad un incredibile sorpasso, frutto delle politiche societarie miranti a comprare il campioncino straniero a pochi euro invece di investire sul vivaio; se poi si aggiunge che dal concetto di “straniero” siamo passati a quello di “extracomunitario” avremo un’idea abbastanza fedele di quanto i calciatori italiani nelle squadre delle maggiori serie vadano diminuendo. Una valida alternativa all’imposizione di nuove inesistenti frontiere con conseguenti dazi potrebbe essere appunto volgere lo sguardo alle nostre scuole-calcio.
http://www.youtube.com/watch?v=oODisCdWnf8
La filiera corta nel calcio potrebbe essere una soluzione a questa crisi, riuscire magari a stabilire una specie di chilometro zero, allevando nel vero senso della parola i calciatori se non nelle zone almeno nella nazione di appartenenza. Ovviamente nel secondo caso il concetto di tracciabilità verrebbe allargato in gran misura, ma aiuterebbe ugualmente il pallone italico a risollevarsi. Il Piacenza tutto italiano di Gigi Cagni rimane adesso un’utopia, così come la Samp di qualche anno fa che riuscì a schierare un undici azzurro per qualche partita. L’Udinese, che ha, comunque, un buon vivaio e la miglior rete di osservatori del mondo, arriva a malapena a sette italiani in rosa.
Come ripartire? Si è detto più volte, il vivaio è la soluzione migliore. Per competere con le altre europee sia a livello di nazionali che di club bisogna cominciare a fare un lavoro di scouting sul nostro territorio come è riuscita a fare la Francia negli ultimi anni. Tra i Novanta e i Duemila la situazione italiana e francese è cambiata in maniera curiosa, visto che se prima le big dello Stivale si potevano permettere acquisti faraonici (vale la pena ricordare come la Lazio abbia speso fior fior di miliardi per il bidone più grande della serie A, Gaizka Mendieta) e le transalpine facevano crescere nuovi campioni per rivenderli – in ordine sparso Benzema, Ribery, Nasri – adesso il tutto è stato ribaltato dall’entrata in scena di emiri o russi nelle squadre più prestigiose d’Oltralpe come Paris Saint Germain o Monaco. E’ francamente scandaloso che il calcio italiano si faccia soffiare in questa maniera un gioiello come Marco Verratti dal PSG, così come Marco Capuano, altro fenomenino del Pescara zemaniano in dirittura d’arrivo a Montecarlo da Ranieri. Ma guardando al passato recente, come dimenticare il clamoroso acquisto del Villarreal di Giuseppe Rossi per undici milioni di euro? Bene ricordare che in quel periodo la Juve pagava Jorge Andrade dieci milioni e mezzo e Tiago Mendes poco più di tredici o, per dire, l’Inter veleggiava sui quindici per David Suazo.
http://www.youtube.com/watch?v=V4PJTNqjjQQ
Un campionato come il nostro non può permettersi tutta questa fuga di piedi buoni, anche se, lo si è detto più volte, la crisi economica è sempre sulle nostre spalle come un avvoltoio quindi immedesimandosi nei dirigenti del Pescara, ad esempio, sarebbe difficile dire no alle vagonate di euro in arrivo dalla Francia. Perché purtroppo è così, gli italiani in Italia hanno poco mercato. Da noi il colpo esotico ha sempre tirato di più di un possibile Marrone o De Sciglio, sin dai tempi de L’allenatore nel pallone, il Brasile e il Sudamerica sono state (occhio ai tempi verbali, perché ora qualcosa cambia) il nostro Eldorado e potevamo permetterci di andare a fare la missione a Sao Paulo o Rio tornando con tre campioncini presi a pochissimi soldi. Come detto, occhio ai tempi verbali perché ora anche su questo fronte ci sono dei cambiamenti: il clima di benessere odierno in Brasile, dovuto a un momento di crescita economica grazie anche all’assegnazione di Mondiali 2014 e Olimpiadi 2016, fa sì che il Santos o il San Paolo non si trovino più con la necessità di vendere e quindi sparino cifre allucinanti per Neymar o Lucas. E allora perché non tornare alle radici, alla propria terra? Se si devono spendere trenta milioni per un centrocampista, perché non comprare il solito Verratti o comunque Cigarini per dire, alla metà del prezzo e i restanti reinvestirli magari nel settore giovanile? E ancora, l’Inter che motivo aveva di spendere per comprare Handanovic quando in rosa non solo aveva uno dei cinque portieri più forti al mondo, ma anche una valida alternativa italiana e più giovane, vale a dire Viviano?
Le risposte a tutto questo forse non le avremo mai, anche perché ha ragione Prandelli quando afferma che siamo una nazione vecchia che non sa rinnovarsi, visto che da anni parliamo di rifondazione o di ripartire dai giovani ma tutto questo non avviene. Serve coraggio prima di tutto, bisogna avere la forza di cambiare rotta. Ce la faremo? Questo ancora non possiamo saperlo, l’unica certezza è che ne avremmo tantissimo bisogno.
http://www.youtube.com/watch?v=qvINb2y2vdY
Si ringrazia Michele Baldini per il supporto e la terminologia, ci vediamo la prossima settimana con la seconda (e forse ultima) parte di questo reportage.
Chi è Gianmarco Lotti
Nasce a Firenze nel 1991 e da sempre è un appassionato di sport. Tra le sue passioni anche la letteratura italiana, la Dinamo Corniola, i film di Monicelli, i Pink Floyd e un po' tutte le cose anacronistiche. Vorrebbe diventare giornalista sportivo e magari laurearsi in Comunicazione, media & giornalismo, ma chissà il destino cosa gli riserverà, ahinoi... Sostanzialmente è ciò che i toscani definiscono "un bischero". Di solito, quando non scrive autobiografie, parla di sé normalmente in prima persona. E questo è tutto.




serve innanzitutto porre un freno al drenaggio di campioni da parte di questi str***i di petrolieri e GASsieri che drenano già troppe risorse, non vedo perché debbano drogare il mercato del calcio non sapendone niente. Come? Dato che il diritto sportivo è equiparato a quello civile e penale solo quando pare a loro, non capisco perché non fare una legge specifica che superi la sentenza Bosman (di modo da ridare fiato ai vivai delle squadre virtuose come l’Empoli ed evitare ladrocini…) e porre un tetto limite all’utilizzo di stranieri come si fa per gli extracomunitari. Se proprio vogliamo dirla tutta io appoggerei Platini sulla proposta di fair-play finanziario con tetti di ingaggio. Che Ibra prenda 14 milioni all’anno mi sembra uno sproposito (non perché non li valga…perché nessuno se li può permettere…).
P.S.ma te come fai ad avere questa memoria e memoria storica sul calcio! Sei spaventoso!
Delle cose che dici te parlavo anche nella seconda parte, perché effettivamente serve una regolamentazione per bloccare tutto questo spender milioni, anche perché nel giro di 10 anni la Champions sarà un’elite di petrolieri mediorientali. Per la memoria storica più che altro è passione…