A proposito dell’utopia che certi lettori (che con estremo piacere personale ci sono e seguono con interesse questa rubrica) hanno sottolineato riferendosi alle idee che esprimo, vorrei dedicare quest’ultimo capitolo della “saga” sulla filiera corta della produzione e del consumo alla raccolta di idee per un progetto (che alcuni potrebbero a ragione definire politico, se la politica non fosse diventata quella che è purtroppo diventata) che ho intenzione di presentare nelle sedi politiche a cui l‘associazione che rappresento fa riferimento, cioè il Comune di San Miniato, l’area del Valdarno Inferiore, la Provincia di Pisa e la Regione Toscana.
Pubblico qui questo appello perché mi piacerebbe invitare i pochi, poveri e inconsapevoli lettori a un giudizio, un parere, alcune – spero sagge – indicazioni, critiche, offese e tutto il resto. Ma soprattutto perché a tutti noi dovrebbe essere rivolto. E quindi, mi piacerebbe mettere proprio in gioco uno dei concetti a cui credo di più, cioè l’utilità sociale.
http://www.youtube.com/watch?v=TgPHy761adA
Da un po’ di tempo, con i miei collaboratori e altri volontari ci occupiamo della costituzione di un G.A.S. Quindi appunto nulla di innovativo e ormai nulla di così “esotico”. Abbiamo messo online un forum che vi invito a consultare e al quale poter iscrivervi. Mercoledì parleremo di questi argomenti anche al Marea Festival, con Francesco Gesualdi, l’azienda agricola Bio-Colombini e la Unicoop Firenze, quindi chi è più o meno di zona potrebbe anche fare un salto. Così cercheremo di arrivare a una conclusione più o meno sostenibile sull’argomento.
Tuttavia ho notato che ci sono dei vizi di fondo nelle dinamica produzione-consumo in praticamente tutte le realtà che ho analizzato, sia dal lato dei consumatori, sia dal lato dei produttori.
http://www.youtube.com/watch?v=r2-22SxwPXw
Dal lato dei consumatori si denota spesso un marcato fondamentalismo biologico. Si pretende cioè il massimo rigore nel rispetto della naturalità dei prodotti e nell’abolizione di qualsiasi trattamento chimico. Sia nei semi, che nei concimi, che nei trattamenti diserbanti e disinfestanti. Ma non solo. Questo tipo di consumatore è spesso quello più convinto (ma non convincente) sui principi del biologico, che sono certo la coltivazione naturale dei prodotti, ma anche il rispetto del km0 e della stagionalità, l’abolizione dello sfruttamento intensivo del terreno e del lavoro, la scelta di sistemi alternativi al monopolio della grande distribuzione, la valorizzazione dei prodotti e delle piccole aziende locali. Tutto giusto, ben intesi. Solo che questo atteggiamento ha un doppio effetto. Da una parte allontana altri consumatori, meno critici e consapevoli, che vedono il G.A.S. come una cosa “troppo difficile e complicata da seguire” con troppe riunioni e analisi da fare, dall’altra non fa leva su uno dei motori essenziali della diversificazione e della concorrenza, cioè l‘abbassamento dei prezzi, che è poi l’unità di misura principale di ogni valore.
http://www.youtube.com/watch?v=U5BuWFSj3c8
Non si tiene spesso conto che i consumatori “meno abbienti”, e quindi quelli con più diritti, sono anche quelli meno colti, meno avvezzi alla discussione pre e post consumo e se hanno fame devono mangiare, punto. Senza porsi troppi problemi sulla provenienza di ciò che mangiano. Ma soprattutto non si possono permettere di pagare un pomodoro il 50% almeno in più di quanto lo si paga al supermercato. Questo è oggettivo.
Ecco perché molti G.A.S. si beccano spesso l’etichetta di “roba da fulminati o da gente coi soldi”.
Tuttavia l’effetto sui produttori è altrettanto negativo. La “predilezione” quasi dogmatica per il biologico della maggioranza degli iscritti ai G.A.S., genera in molti agricoltori scettici la sensazione di elitarietà dell’agricoltura biologica stessa, e tralasciando i problemi economici e burocratici della certificazione che meriterebbero un a parte, li porta da una parte insistere sui consueti canali di vendita (che finiscono sempre più con lo strangolarli, vuoi per la politica insensata dei prezzi della grande distribuzione, vuoi per le normative europee sulle quote, vuoi per la marginalità tradizionalmente bassa del settore), dall’altra a trascurare le attività di ricerca che potrebbero portare a un miglioramento delle rese anche seguendo il trattamento biologico.
Spesso poi alcuni produttori (e vengo al nodo) sono tuttavia (essendo contadini) tradizionalmente furbi e tendono a rimanere sul limite delle certificabilità, non per principio, ma perché ormai hanno “annusato” un canale di vendita nel quale, grazie al marchio (la certificazione biologica appunto) e grazie al dogmatismo di certi consumatori possono de facto agire in monopolio e fare i prezzi che vogliono oppure cartello.
Si arriva così al paradosso che una regione come la Toscana, che ha molti gruppi d’acquisto, ha un manipolo di fornitori, tutti certificati, che però fanno saltare i principi altrettanto essenziali di km0, complementarità e integrazione con le realtà più piccole (che ci sono, ma incidono pochissimo), biodiversità e un nucleo di consumatori ormai calcarizzato e stabile da qualche anno, senza inclusione del consumatore standard a medio-bassa consapevolezza e con poche disponibilità economiche da dedicare ai beni essenziali.
Vorrei capire se queste premesse sono condivise, e a voi chiedo le idee per superare questo impasse.
Qualche idea ce l’ho anch’io. Ad esempio: mi piacerebbe che ci fosse il margine per la formazione o l’auto-formazione, sia sulla produzione (se ti fai un orto da solo, tante cose non tocca comprarle perché ce l’hai già) sia sul consumo (se ciò che mangi è più buono ha valori nutritivi più alti e quindi ne basta meno, in più pagandolo di più, compri solo ciò che non ti serve e non sprechi). E mi piacerebbe anche che i Gruppi d’Acquisto venissero riconosciuti dagli enti pubblici, e secondo alcuni e precisi paramentri sovvenzionati (per implementare il numero di iscritti e l’attività di sensibilizzazione, ovviamente a vantaggio di una buona agricoltura) e regolamentati (per garantire biodiversità e km0, concorrenza, un livello di prezzi accettabile) ed arrivare a qualcosa che istituzionalmente venga definita buona, giusta e pulita per citare Slow Food…
Dite la vostra please!
Da lunedì si parla di soldi!
Chi è Michele Baldini
Sono un essere umano, di sesso maschile, che ha da poco superato i trent'anni, ha una laurea piuttosto inutile, sa abbastanza bene tenere in mano una chitarra e poco suonarla, ha un rapporto molto conflittuale con il resto della propria specie (a volte amore, altre disprezzo, mai odio, perché l'odio presuppone la stima) e che crede in alcune cose tra cui la fedeltà, l'arte e soprattutto la curiosità.




prima di tutto io come dici introdurrei modi sempre maggiori e sempre nuovi per alimentare la filiera corta e il suo sviluppo, oltre alla coltivazione diretta da parte di noi comuni mortali (ad esempio pare che ognuno abbia il diritto ad un piccolo spazio per vendere ortaggi a coltivazione diretta al mercato anche oggi)….cercherei di tagliare fuori i furbetti soliti che come giustamente dici lucrano su certificazioni etc…perché “annusano” l’affare. Come dicevo sì al biologico ma attenzione al “radicalchicchismo”:evitare di dire puttanate se non si è in grado di parlare argomentando come fai di solito. Non sempre il vino del contadino è meglio qualitativamente parlando del vino di produzione. Anzi. Quasi mai. Semplicemente perché non è per niente o quasi controllato. Inoltre occhio a parlare sempre male di OGM. Gli ogm si facevano anche con gli incroci secoli fa, e potrebbero un giorno permetterci di usare al minimo pesticidi e diserbanti incrementando la produzione…. altra cosa è parlare di montaldo etc…
un’ultima annotazione: grossa parte del prezzo degli ortaggi è decisa dai meccanismi di mercato e dal trasporto su ruote. accorciando la filiera mi sembra ovvio che tutti ci guadagnino. Ma occhio agli speculatori perché mi risulta che in questo territorio in passato siano stati stretti patti ottimi tra politici, coltivatori diretti e COOP della zona per promuovere il territorio e poi ci hanno fatto la cresta…
“:evitare di dire puttanate se non si è in grado di parlare argomentando, come fai tu di solito.”
Nel senso che tu di solito argomenti, altri che sento in giro meno…
una sola nota, ma con “montaldo” mica intendi “monsanto” vero?
grazie del contributo, sono d’accordissimo peraltro
sì…ho provato a ricordare ma mi veniva solo montaldo…scrivevo di fretta…