Ecco quello che intendo per un modello funzionale di filiera corta della produzione e del consumo, che possa, certo in modo per ora aleatorio, soddisfare esigenze di utilità sociale, buona relazione, equilibrio biologico, equilibrio produttivo e infine benessere collettivo. Non si può non partire dalle persone e non si può, quindi, trascendere da un radicato senso di comunità (cioè un insieme di persone tra loro connesse in maniera ottimale).
http://www.youtube.com/watch?v=3ZY3bm93Wk4
Questi gli elementi determinanti:
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Una comunità utile, almeno a sé stessa e il più possibile autosufficiente (per usare un termine poco ortodosso ma efficace, direi autosufficiente almeno per gran parte della “gestione ordinaria”, vedremo poi l’altro tipo di filiera corta, cioè quella del risparmio e del credito per la “gestione straordinaria” – cioè gli investimenti – e le emergenze)
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Una comunità in rete con altre, composta da persone che ricoprano ruoli polifunzionali e cioè produttori/consumatori/volontari, che abbiano appunto buone ed efficaci relazioni sia interprofessionali che interpersonali, che alternino i compiti, auto-distribuendosi tempo e competenze. Il principio è “un po’ di tutto, un po’ di meno”, così non ci si annoia e non ci si ammazza. Una comunità che inoltre sappia anche guardare all’esterno, verso realtà simili con cui condivide almeno gli obiettivi, seguendone modelli positivi e integrandosi con esse. Insomma, diamoci da fare, smettiamo di fare i “pecoroni”: cerchiamo, chiediamo, operiamo tutti quel poco in più, il giusto che serve per sentirsi più vivi di così, e prendiamoci il tempo che ci serve per parlare e riflettere (che è all’opposto del concetto di tempo perso). Chiediamoci sempre il perché delle cose, non ci accontentiamo di prendere tutto quello che ci viene detto per buono, senza necessariamente fare polemiche sterili per ogni cosa, ma nemmeno stando impalati pretendendo che qualcosa ci venga sempre detto o fatto o fatto fare. La morale cattolica ci insegna che per ricevere bisogna dare e questo è giusto, aggiungerei anche che per criticare (che è un diritto) occorrerebbe essere irreprensibili, almeno su ciò che ci impegna giorno per giorno. Ciò che gli altri fanno bene non dovrebbe essere né invidiato né boicottato, ma seguito, riconoscendone i meriti senza competizioni. A fare le cose non bisogna essere per forza né i primi né gli unici né i migliori, basta che ciò che abbiamo ci serva, ci basti e funzioni (che non sono cose scontate al giorno d’oggi) e se arriviamo a fare tutto così bene che qualcosa ci avanza, perché non condividerlo? E se viceversa ciò che abbiamo non ci basta (ma ripeto, se veramente non è abbastanza) e abbiamo fatto il possibile (ma lo stiamo facendo?) perché vergognarsi di chiedere?
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Un sistema di produzione orientato al consumo e non al prodotto (si produce cioè – e si offre – ciò di cui la comunità ha bisogno reale - cercando di non generare o non soddisfare bisogni indotti per vendere e ricavarne profitti – e in generale tutto quello che sia di relativa facilità di costruzione o preparazione, ma risulti comunque utile, bello o soddisfacente per chi lo realizza o chi ne beneficia. Ovvero principalmente cibo (raccolto, cucinato o trasformato) , indumenti, articoli per la pulizia e l’igiene personali, utensili, piccoli arredi, opere artistiche e dell’ingegno a costi – non solo economici – trasparenti e accessibili. Occorrerebbe seguire poi il più possibile il principio del baratto, secondo una contrattazione duale tra chi offre e chi contraccambia. L’essenzialità è una ricerca spesso infruttuosa, ma pur sempre appassionante)
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Un sistema di produzione orientato all’eco-sistema (quindi niente di degradante, deformante o inquinante o nocivo per l’ambiente), ricordandoci sempre che non lo facciamo per la natura (che è autosufficiente) ma per noi (che non lo siamo, dipendendone strettamente).
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Una comunità in cui si stia bene (partendo dall’assunto che i casi sopra elencati siano realizzati e felicemente accolti, inserirei valori quali la convivialità, la lentezza, lo spirito di condivisione, ciò a dire il cedimento gratuito di know-how) con gli altri e con noi stessi.
In questa visione di società, mi verrebbe certo da espletare una infinità di aspetti positivi, ma citerò quelli che secondo me sono i 5 principali e userò il condizionale per spiegarli, visto che di persona, non ho mai vissuto un simile contesto, anche se esistono spunti e esempi su cui riflettere.
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Superamento del concetto moderno di lavoro e della condizione di precarietà: condivisione e equità sociale. Staccare cioè il concetto di lavoro da quelli di tempo e denaro e associarlo a quelli di relazione, utilità e soddisfazione.
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Trasparenza dell’origine dei beni di consumo e dei loro processi di produzione e trasformazione: tracciabilità. Sapere che ciò che acquisti, acquisisci, usi, consumi, viene da un certo posto, è fatto con certe cose e con il lavoro di qualcuno che l’ha estratto, trasformato, trasportato, venduto o concesso.
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Rispetto delle risorse e della stagionalità del territorio: biodiversità. Ogni cosa è fatta in un certo posto, nel rispetto delle sue caratteristiche ambientali e umane (e quindi storiche, culturali, professionali)
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Abbattimento dei costi di intermediazione, trasporto, distribuzione, tassazione, vendita: filiera corta in senso stretto
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Maggiore trasparenza nell’individuare responsabilità: autocontrollo
Altrettanto sommario è l’elenco degli aspetti negativi, cioè più che altro dei rischi. Vediamo di enunciare i 5 principali (sempre a mio sindacabilissimo giudizio).
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La lentezza e la serenità che si trasformano in pigrizia e indifferenza: inefficienza colposa
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Nascondere, manomettere, “truccare” per paura, vergogna, sedicente furbizia (e nei fatti pura idiozia): omissione ossessivo-compulsiva o (passatemi il termine) pulcinellismo. Perché continuare a mentire? Per fare gli interessi di chi? Se una cosa è giusta, impariamola a fare senza secondi fini, e se è giusta, ma non è legale (capita), cerchiamo di cambiare le leggi, non i gesti. Viceversa, va da sé, non ci mascheriamo da benefattori, per fare i “malandrini”. E’ semplicemente out. Sia perché il “marcio” viene sempre a galla, sia perché si perdono più tempo ed energie tentando di camuffare le cose che a cercare di farle bene, è matematica.
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Volere sempre e sempre di più dall’altro e sull’altro: avidità atavica e competitività atavica. Già spiegato sopra. E’ possibile perché siamo umani, ma facciamo uno sforzo: se quello che ci serve veramente ce l’abbiamo già, cosa stiamo cercando? Cerchiamo semmai ciò che ci rende invidiosi e avidi e combattiamo questo in noi stessi, non gli altri.
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incapacità nel gestire le fasi produttive e distributive dovuta più a (in)naturali diffidenze o scarsa autostima che a limiti reali: stress da management. Cercassimo tutti di fare un pochino di più sul lato della proposta, riusciremo a fare tutto con più calma e si potrebbe anche influenzare positivamente i cosiddetti opinion leaders che l’ascolto e la pazienza sono sacrosanti valori che evidenziano saggezza e non delegittimano in alcun modo responsabilità e ruolo di coordinamento. Che poi, mi si dica quando mai le decisioni prese con eccessiva fretta, diffidenza altrui e panico, hanno funzionato…
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Aumentare la responsabilità collettiva può tradursi nella de-responsabilizzazione individuale: sindrome del “non è compito mio, ci penserà qualcun altro”. Stare meglio insieme è compito di tutti, basta scaricare colpe per scaricarsi la coscienza, si può fare molto di più di quanto normalmente si pensa: si può fare il possibile.
A lunedì!
Chi è Michele Baldini
Sono un essere umano, di sesso maschile, che ha da poco superato i trent'anni, ha una laurea piuttosto inutile, sa abbastanza bene tenere in mano una chitarra e poco suonarla, ha un rapporto molto conflittuale con il resto della propria specie (a volte amore, altre disprezzo, mai odio, perché l'odio presuppone la stima) e che crede in alcune cose tra cui la fedeltà, l'arte e soprattutto la curiosità.





purtroppo questa “vision” per quanto meravigliosa è condizionata da diversi fattori. alcuni dei quali li hai elencati alla fine, ma su tutti secondo me vige il principio per il quale non tutti hanno un QI in grado di comprendere l’importanza di tutti i punti in questione (talmente correlati tra di loro che l’assenza di uno può vanificare l’effetto i molti) ed inoltre in fondo in fondo sono convinto che, come nel concetto meraviglioso di anarchia, purtroppo dobbiamo renderci conto che l’uomo per indole quasi mai è duro e puro, e che interiorizzare delle regole non imposte né da stao né da religione è di intelletti eletti (così c’ho fatto pure la rima tiè)
non è un “pret-à-porter”. Non si realizzerà domani e forse non si realizzerà mai. Ma non per questo mi sento biasimabile no? Meglio fare utopia che distopia…