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Ebbene sì… Ancora calcio… – prima parte

Voglio rassicurare l’amico Gianmarco. Lungi da me dal voler rubare il mestiere al caro Lotti, insigne rappresentante della scuola di quel tipo di giornalista sportivo che ha come capostipite Gianni Brera.
Oggi voglio parlare di calcio. Ebbene sì. Ma non lo farò al modo di Gianmarco.
Voglio parlare del calcio come metafora della vita, come sentenziava Jean-Paul Sartre in uno dei suoi scritti (corretto dal filosofo Givone, che ho avuto modo di conoscere con un insperato 27 e che invece asseriva che la vita fosse metafora del calcio…).
Giovedì scorso mi premunisco dal mattino di tutti gli accorgimenti del caso del buon tifoso. Metto un cartello alla meglio peggio alla porta dell’ufficio, che avverte i celeberrimi “gentili clienti”che l’ufficio chiuderà in anticipo, alle 17.30, per darmi la possibilità di raggiungere agilmente il circolo Monti di modo da poter vedere la partita della nazionale.
Salgo in sella del mio cavallo a due ruote e mi dirigo verso casa sotto la canicola di questo giugno torrido. L’atmosfera è sospesa e febbricitante. Sento un fremito che mi pervade nel pensare che tanti connazionali in quel preciso momento stanno condividendo la stessa emozione, quel turbamento fugace che ti percorre la spina dorsale nel tragitto che ti divide dai cari, che aspettano lì per condividere con te quel momento di pura magia.
Ed è così dappertutto e in ogni dove… mi sembra quasi di sentire quella lontana eco di clacson e improperi di quelli che inveiscono contro chi precede per la lentezza del serpentone in tangenziale, eco di quegli animi inquieti di cui si sente il riverbero per lo scalpitare rinchiusi in quella gabbia metallica che ti traghetta sullo Stige, in quell’inferno di istanti che ti separa dal televisore, dagli amici, dalla pizza o cofana di spaghetti che sia e dalla Peroni gelata (o meglio Morettone).
Rutto libero. Ovviamente.
Sì, perché quando c’è la nazionale non c’è più distinzione di sorta. Non c’è più bianconero, rossonero, nerazzuro.
C’è solo azzurro.
C’è l’amico più sfegatato che deborda con le sue manifestazioni da repubblichino autoritario in una retorica nazionalista antibalotelli (e viene prontamente cazziato…); c’è quello sportivo che cerca di rimanere il più possibile neutrale e di parlare obiettivamente della partita (e ben presto viene mandato in culo dopo essersi fatto sfuggire un “non so se alla fine era entrata” al goal di Cassano); c’è poi il nazional-scettico, figlio dell’afflato internazionalista di comunista rivoluzionario, che inizia tiepidamente in modo scettico a guardicchiare da fondo sala, ma che poi arrivati ai quarti di finale tira fuori il bandierone….un po’ come quello che è per l’Empoli e non gliene frega un cazzo di altro, ma che poi a EMPOLI fa il bagno in piazza Vittoria briào per la vittoria finale.
Insomma. Il calcio non è 22 ciucchi che danno dietro ad un pallone (come si ostinano a dire alcune donne ferite perché non le si portano a cena per il Mercoledì di coppa, ma che magari muoiono dietro ad un solitario da 5 carati).
La vita è un processo di significazione. Il calcio non è solo uno sport. Del resto siamo in un paese cattolico dove si crede nella transustanziazione di Gesù nell’ostia. Avremo pure il diritto che il calcio abbia qualcosa di magico?
È per questo che da anni affascina poeti, filosofi e scrittori.
Perché il calcio, abbandonata l’era dei grandi eroi e della retorica da Domenica del Corriere, è diventata l’epica moderna. È nei calciatori e nel gioco del pallone che si può scorgere l’antico splendore del gesto atletico ed eroico, il fulgore dello spunto del campione, in una rappresentazione tra luci ed ombre di una forma di vera e propria arte popolare come negli scritti di Eduardo Galeano e Osvaldo Soriano.

Chi è Andrea Graziano

classe ’81, ma più che altro classe da vendere. Millanta da tempo di essere un giornalista e scrittore o un aspirante tale, ma nel frattempo rimane nel Comprensorio del Cuoio e “aspira” ben altro (del resto anche Don Milani lavorava col materiale umano che aveva a disposizione). Si diletta a divincolarsi tra le angherie delle vita pennellando a tinte forti il grigiore del quotidiano. Nel farlo si destreggia agevolmente tra l’eccelso e l’infimo, dal registro aulico alla bestemmia, in perfetto stile dantesco. Incarna, finché il fisico gli regge (ancora per poco quindi…) il motto latino Mens sana in corpore sano, cimentandosi, con scarsi risultati, in tutti gli sport possibili e immaginabili. Ma di attività fisica ne predilige un’altra. [Laureato nel 2007 in lettere, indirizzo di comunicazione linguistica e multimediale. Si occupa di comunicazione, educazione, cultura. Consigliere Regionale Arci Toscana, Arci Valdarno Inferiore, Presidente Circolo G.Monti di Stibbio (PI)]

2 Responses

  1. Gianmarco Lotti scrive:

    Bellissimo articolo, complimentoni. Non riesco ancora a capire perché effettivamente i fan sfegatati di calcio vengano sempre bollati come ignoranti o giù di lì, mentre, ad esempio, chi passa tutta la vita a pescare cavedani o cercare la marmitta giusta viene fatto passare in secondo piano “perché almeno non è uno di quelli fogati sul calcio”. Sembrerà banale, ma le passioni sono passioni, se poi quella calcistica è la più condivisa non c’è da farci nulla, anzi quando gioca l’Italia ritrovarsi tutti insieme a tifare per la solita squadra è veramente emozionante.
    Riallacciandosi agli indivanados, su FB c’è la schiera dei “Solamente a me non interessano gli Europei ma solo la tematica del neoilluminismo in Ludovico Geymonat?”…

    P.S. Grazie mille dei complimenti e della citazione.

  2. Michele Baldini scrive:

    ottimo. davvero

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